L’udienza in Corte d’Appello a Milano ieri c’è stata, è durata un’ora, era presente anche il procuratore generale, e adesso si attendono le decisioni dei giudici. Confermeranno che l’area a caldo si deve fermare a fine mese, come hanno già detto l’11 settembre quando hanno rigettato la prima richiesta di sospensione presentata da Ilva e da Acciaierie, oppure sospenderanno il decreto sulla fermata emesso il 27 luglio, in attesa che sia poi la Corte di Cassazione a decidere il 20 ottobre? Lo si capirà nelle prossime ore. Verso la nuova richiesta di sospensiva c’è già il parere negativo – seppur non vincolante – della Procura generale presso la Corte d’Appello, mentre entro il 5 ottobre dovrebbe essere depositato quello del procuratore generale della Cassazione in vista dell’udienza del 20 ottobre.
L’azienda, intanto, si prepara alla fermata dell’area a caldo e ieri i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno scritto ad AdI chiedendo di chiarire cosa sta accadendo «alla luce degli ultimi eventi e in merito alle voci sempre più insistenti che circolano all’interno dello stabilimento circa la procedura di abbassamento della carica dell’altoforno 2 prevista per giorno 8 ottobre con conseguente spegnimento dell’area a caldo». Anche l’Ugl metalmeccanici e l’Ugl chimici chiedono ad Acciaierie di rivelare «le reali intenzioni».
Ma non sono solo le voci di fabbrica a segnare questi giorni. Sempre ieri AdI ha scritto ai sindacati annunciando la cassa integrazione straordinaria per 38 dei 40 dipendenti del sito di Salerno Tubiforma. Può sembrare una cosa circoscritta e invece le sigle Fim, Fiom e Uilm, temendo che il cerchio si allarghi progressivamente, anche perché AdI lo dice, hanno scritto al ministero del Lavoro e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, chiedendo un incontro.
Cosa scrive AdI alle sigle metalmeccaniche? Che «il fermo produttivo imposto dal provvedimento giudiziale comporterà la conseguente impossibilità di alimentazione, almeno fino alla complessiva riorganizzazione produttiva del gruppo, delle attività a valle del ciclo produttivo dell’area a caldo e delle funzioni di staff connesse alle attività». Pertanto, dice AdI, «la complessiva condizione produttiva determinerà un effetto a cascata anche sulle restanti unità produttive della società, la cui operatività è strettamente condizionata ai volumi produttivi e agli assetti di marcia del sito siderurgico ionico». Infatti, rileva AdI, «l’imminente cessazione della produzione di manufatti in acciaio (bramme e coils) a Taranto determinerà la carenza di materiale da trasformazione alla base del ciclo produttivo». L’azienda inoltre comunica che chiederà che sia l’Inps a provvedere al pagamento della cassa integrazione, sinora invece anticipata dalla società.
Quanto scrive AdI, sostengono le organizzazioni metalmeccaniche, «anticipa tematiche discusse con il ministero del Lavoro che avrebbero dovuto verificarsi solo in occasione dello stop dell’area a caldo a valle della sentenza della Corte di Cassazione prevista per il prossimo 20 ottobre». Così come il pagamento della cassa da parte dell’Inps, è «una condizione ancora in discussione nel decreto che dovrebbe essere adottato dal Governo per la gestione dell’eventuale emergenza».
In questo panorama complicato, c’è solo la schiarita per le imprese dell’indotto-appalto. Temevano per il pagamento delle loro fatture nonostante AdI abbia avuto altri 100 milioni, temevano che i nuovi fondi servissero a coprire principalmente i prestiti già erogati dallo Stato all’azienda e non anche lavori e forniture, ma ora un articolo inserito nel nuovo dl Giustizia, in vigore da ieri, stabilisce che «gli organi commissariali delle società del Gruppo Ilva S.p.A. in Amministrazione straordinaria e del Gruppo Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria sono autorizzati a effettuare i pagamenti dei debiti sorti nel corso delle procedure per la continuità operativa».
Tornando invece all’udienza di ieri a Milano, l’avvocato Ascanio Amenduni, che insieme al collega Maurizio Rizzo Striano difende i cittadini di Taranto costituitisi contro Ilva e AdI, parla di «fatto nuovo». E lo spiega così: «Abbiamo osservato che Acciaierie nel secondo ricorso ha scritto che o la Corte d’Appello dà la sospensione entro il 16 settembre, oppure si è costretti a spegnere gli impianti, essendo quella data un punto di non ritorno. Per noi – prosegue Amenduni – ne consegue che l’azienda dovrebbe rinunciare alla tutela poiché siamo ben oltre il 16 settembre. Invece ieri è emerso che Acciaierie d’Italia non ha optato per lo spegnimento a freddo legato al 16 settembre, ma per il cosiddetto preriscaldo. Ovvero, tenere gli impianti al minimo senza produrre. Ma se è così, e con la Cassazione che si esprimerà il 20 ottobre, quale è il problema? Acciaierie ha taciuto alla Corte d’Appello che aveva un’alternativa e che il 16 settembre non era l’ultima spiaggia ma la penultima. Allora, abbiamo detto, si vada avanti con il preriscaldo sino alla Cassazione. E anche il presidente della Corte d’Appello ha domandato perché non si vada avanti in questo modo. La risposta dei legali di Acciaierie è stata che mettere in preriscaldo gli impianti vuol dire comprare il gas dall’estero e sono costi notevoli da affrontare».
Nessun commento sul punto da AdI. Fonti vicine all’azienda osservano che il preriscaldo è stato già fatto per le batterie delle cokerie e può durare solo sino al termine dei 90 giorni fissati dalla Corte d’Appello di Milano per lo spegnimento, e non dopo il 25 ottobre. Per quella data, dicono le fonti, in assenza di decisione positiva della Cassazione si dovrà definitivamente spegnere l’area a caldo.
Infine, in vista della decisione di Milano, Aigi, associazione dell’indotto, «chiede che la tutela della salute e dell’ambiente sia perseguita con misure fondate su evidenze verificabili, tempi tecnicamente sostenibili e responsabilità chiare. Una decisione capace di compromettere il futuro dell’ex Ilva, delle imprese dell’indotto e di migliaia di lavoratori, deve spiegare perché la soluzione più drastica, come la chiusura dell’area a caldo, sia anche quella necessaria. La portata sociale della crisi, stimata per questo intervento nell’ordine di 20.000 famiglie tra occupazione diretta e filiere collegate, impone una risposta all’altezza delle conseguenze». Per Aigi, «se il mantenimento in preriscaldo, sottoposto a controlli indipendenti, non determina un aggravamento significativo del rischio sanitario, opporsi anche a questa soluzione conservativa appare un radicalismo sproporzionato».