PAESE - «Deve marcire in carcere». È durissima la reazione alle frasi di Fahd Bouichou. Per tutti resta il “mostro di Castagnole”, in galera da più di 17 anni per aver ucciso a coltellate l’ex compagna Elisabetta Leder, 36 anni, e la figlioletta Arianna, di soli 22 mesi. Ieri ha detto di essere cambiato, che si è pentito e che ha pensato varie volte di andare a portare un fiore in cimitero, senza però trovare il coraggio. Ma anche che «chiedere perdono non servirebbe a nulla». Parole che la famiglia Leder respinge nel modo più fermo. «Lascia più che perplessi il fatto che non si senta neppure di chiedere scusa. Già questo fa dubitare del recupero - spiega Catia Salvalaggio, legale dei Leder - dovrebbe invece chiedere perdono in ginocchio. Indipendentemente dal fatto che questo poi venga o meno accettato».
Non solo. Bouichou è stato condannato all’ergastolo. Ma da alcuni mesi è entrato nel programma di recupero: esce dal carcere Due Palazzi di Padova per andare a lavorare. E per fine anno, avendo scontato due terzi della pena, con buona condotta e previa valutazione del recupero, potrebbe arrivare la semilibertà. E infine, in prospettiva, dopo 26 anni di pena, la libertà condizionata, con il reinserimento sociale. «La famiglia immaginava che sarebbe rimasto in carcere per tutti i giorni della sua vita - dice l’avvocato - ma purtroppo la legge, ferme restando tutte le valutazioni necessarie, prevede questi benefici».
Fahd Boichou verso la semilibertà, uccise la moglie Elisabetta Lader e la figlia Arianna: «Darei tutto per riportarle in vita. Ora sono cambiato»
Il comune
Quanto accaduto nella notte del 24 febbraio 2009 in via Cal Morganella resta impresso nella mente di tutti a Paese. Come la tensione nei due giorni di fuga di Bouichou, il marocchino oggi 44enne, che venne arrestato dalla polizia slovena a Cosina. «La giustizia deve essere all’altezza del dolore che attraversa le persone e della gravità dei fatti che le riguardano - scandisce il sindaco Katia Uberti - ogni giorno cittadini, famiglie, operatori delle forze dell’ordine e istituzioni fanno la loro parte con responsabilità. È legittimo aspettarsi che anche il sistema giudiziario proceda con rigore, rapidità e coerenza, soprattutto nei confronti di chi delinque e mette a rischio la sicurezza collettiva». «Non si tratta di chiedere vendette - aggiunge - ma rispetto per le vittime, certezza delle pene, tutela della comunità». Il vicesindaco Francesco Pietrobon è ancora più diretto. «Dopo quello che ha commesso quella persona, se così si può chiamare, le sue parole mi hanno fatto rivoltare lo stomaco - mette in chiaro esprimendo solidarietà e vicinanza alla famiglia - gli dispiace ma dice che comunque chiedere scusa non serve? Intanto chieda perdono in ginocchio. Deve rimanere in carcere tutta la vita. Davanti a fatti così gravi, come si fa a parlare di riabilitazione? Serve la certezza della pena».
La politica
Anche il mondo della politica sale sulle barricate. «Il pentimento è sempre umanamente apprezzabile, e immagino sia autentico - dice Raffaele Freda, presidente provinciale di Fratelli d’Italia - ma rimane il fatto che ha commesso un delitto atroce. Sul piano politico si è trattato di un drammatico precedente di femminicidio e di un esempio di come l’Islam è una confessione che, se vissuta in maniera integrale, non è compatibile con la nostra cultura e il nostro modo di vivere». Guido Bertolazzi, capogruppo di FdI a Treviso, ricorda che nel processo è emerso che, oltre alla gelosia, il delitto è maturato dallo sgarbo della fine della relazione. Bouichou aveva parlato anche di tradimento. Cosa che la cultura berbera punisce con la cosiddetta “vendetta matrilineare”: l'eliminazione fisica della compagna ma anche della discendenza femminile. «Questo dovrebbe stare in galera fino alla fine dei suoi giorni. Anzi, l'ergastolo dovrebbe scontarlo nel suo paese o in una struttura fuori dall'Italia - incalza - che riabilitazione? È straniero, se non sta in carcere, dovrebbe essere cacciato. E se ha la cittadinanza, dovrebbe essergli revocata. Non vedo perché "riabilitarlo", cosa peraltro impossibile, e tenercelo questo assassino. È marocchino, per giunta berbero. E quello che ha fatto rientrerebbe proprio nella sua cultura. Che vada a riabilitarsi a casa sua, in Marocco». «Gli italiani devono essere incarcerati in Italia, i marocchini in Marocco. E divieto di ritorno nel suolo dove è stato commesso l’omicidio», scandisce Nicola Torresan, capogruppo della Lega a Treviso. «Inaccettabile anche solo ipotizzare misure diverse dalla cella per chi ha spento nel sangue la vita di una madre e di una bambina indifesa - conclude Alberto Ciamini, consigliere comunale meloniano - vorrebbe portare un fiore in cimitero? È un luogo sacro, l'idea che il carnefice possa accostarsi alle tombe di Elisabetta e Arianna rappresenta una violenta provocazione che respingo con sdegno».