Fatherland, la recensione: Pawel Pawlikowski scava nelle ferite della memoria e dell'esilio

Pawel Pawlikowski completa con Fatherland l'ideale trilogia iniziata da Idą e proseguita da Cold War, realizzando un film elegante, solido e asciutto, una potente riflessione su radici, identità e Storia. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Un'immagine di Fatherland

Ci sono ferite storiche che il tempo non può rimarginare, ma solo bloccare, cristallizzare, in un rigoroso e magistrale bianco e nero. Questo fa Fatherland, il nuovo film di Pawel Pawlikowski, vincitore del premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2026 e al cinema grazie a Mubi, un'opera che rappresenta il terzo capitolo della ideale trilogia storica iniziata con i capolavori Ida e Cold War.

Fatherland Sandra Huller Hanns Zischler

Un'immagine del film distribuito da Mubi

Il regista polacco ci accompagna, o forse dovremmo dire che ci trascina, tra le rovine di una Germania post-bellica e divisa del 1949. A bordo di una Buick nera, in viaggio dalla Francoforte occupata dagli Alleati fino alla Weimar sotto controllo sovietico, assistiamo al ritorno in patria del Premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika, , ma quello che Pawlikowski mette in scena non è un semplice dramma biografico, ma una sorta di road movie dell'anima in cui scava, con il suo inconfondibile stile, nel senso di colpa, nell'identità e nel trauma di una nazione frammentata dalla Guerra Fredda.

Fatherland e il ritorno alle radici

Fatherland Still 3 Agatagrzybowska

La protagonista in una scena di Fatherland

Ambientato tra le pieghe traumatiche della storia europea contemporanea, Fatherland ci conduce, quindi, nel viaggio a ritroso di un uomo costretto a fare i conti con la propria terra d'origine e con fantasmi familiari mai del tutto sepolti. Sospeso tra la nostalgia dell'esilio e il rifiuto di un passato segnato dalle macerie ideologiche del Novecento, il protagonista si ritrova a percorrere i luoghi dell'infanzia, scoprendo che la memoria collettiva e quella privata non possono essere riscritte senza pagarne un duro prezzo morale. Nel confronto con figure del passato e segreti taciuti troppo a lungo, l'illusione di una conciliazione cede il passo a una dolorosa presa di coscienza sull'appartenenza e sull'impossibilità di fuggire dal proprio sangue.

L'etica dello sguardo: la regia di Pawel Pawlikowski

Fatherland Still 2 Agatagrzybowska

Una scena del film di Pawel Pawlikowski

Questa profondità e solidità tematica di Fatherland trova riflesso cristallino nella messa in scena rigorosa del regista. Se il bianco e nero trasmette un senso di asettica eleganza, è la composizione del quadro a regalare immagini di rara potenza e intensità. Si resta ammaliati nel guardare Fatherland, ma Pawlikowski ha il merito di evitare che questo ammirevole rigore formale risulti freddo e distaccato, tenendo salda l'attenzione dello spettatore sulle riflessioni che propone e l'affresco di realtà del dopoguerra che continua a raccontare dopo i film precedenti.

Il peso del passato, tra recitazione e comparto sonoro

Una responsabilità che il regista condivide con i suoi protagonisti, con l'intenso Hanns Zischler che regala un ritratto tormentato di Thomas Mann, ma soprattutto Sandra Hüller nei panni di sua figlia Erika, che si conferma una delle attrici più magnetiche del cinema europeo contemporaneo. Sono loro a rappresentare il cuore emotivo di un racconto che li mette al centro e poggia sulle loro spalle: il primo mettendoci faccia a faccia con la sofferenza di un uomo che ritrova il suo paese profondamente segnato dalle ferite della guerra, la seconda per come porta in scena una figura disillusa e portatrice di una memoria storica che rifiuta di fare sconti alle ipocrisie del dopoguerra.

1949 Dirpawel Pawlikowski Photoby Agata Grzybowska D031 131

I protagonisti in una scena del film

I due protagonisti lavorano per sottrazione, non cedono alla tentazione di caricare sequenze che ne sarebbero state penalizzate, lavorando su dialoghi mai didascalici e silenzi che fanno eco alle macerie, materiali e ideologiche, di una nazione divisa tra due blocchi. Un film da vedere, da assimilare, ma non un film per tutti perché si affida a un'idea di cinema che non cerca di piacere a ogni costo. Ma che quando colpisce, lo fa con purissima forza.

Conclusioni

Questa nostra analisi di Fatherland non può che chiudersi celebrando il ritorno in grande stile di Pawel Pawlikowski. Conquistando il premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes, l'autore polacco firma un'opera che è al contempo un road movie dell'anima e una radiografia spietata dell'Europa divisa del dopoguerra. Sorretto dalle performance magistrali di Hanns Zischler e di una sempre straordinaria Sandra Hüller, il film è un viaggio rigoroso in un bianco e nero che cattura la Storia. Non è una visione consolatoria, né semplice e adatta a chi cerca ritmi incalzanti, ma per chi ama il cinema d'autore denso e contemplativo, Fatherland è uno dei titoli imprescindibili di questa stagione cinematografica.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

N/D

Perché ci piace

  • Un bianco e nero rigoroso e una composizione visiva che tolgono il fiato, chiudendo idealmente la trilogia di Ida e Cold War.
  • Una performance in sottrazione, magnetica e disillusa, che conferma Sandra Hüller ai vertici del cinema europeo.
  • Un'esplorazione potente, e mai didascalica, del senso di colpa e delle ferite storiche della Germania post-bellica.

Cosa non va

  • Il rigore formale, a tratti asettico, potrebbe creare una distanza emotiva in chi cerca un dramma storico più tradizionale.