Dal 1949 ai primi anni Settanta il cinema italiano trasforma la spiaggia nello specchio di un Paese. Da Domenica d’agosto di Luciano Emmer a Il sorpasso di Dino Risi, da La voglia matta di Luciano Salce alla riva terminale de La dolce vita: bikini, 45 giri, seduttori, boom economico, vacanze e solitudini da ombrellone raccontano un’Italia che sotto il sole scopre il desiderio, l’ipocrisia e il disincanto. Per Ferragosto, un viaggio nei film che hanno fatto dell’estate un’autobiografia nazionale
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Ferragosto al cinema, quando l’Italia si mette in costume
Il Ferragosto cambia costume, ma raramente scenografia. Cambiano i prezzi degli ombrelloni, le automobili parcheggiate sul lungomare, le creme solari, le canzoni che un tempo uscivano dai juke-box e oggi dagli smartphone. Resta la spiaggia, gigantesco teatro nazionale dove gli italiani fanno ciò che al cinema hanno sempre fatto magnificamente: recitano se stessi.
Prima dei social, prima delle stories, prima che ogni tramonto diventasse un contenuto, il nostro cinema aveva già capito che sotto l’ombrellone non ci si mette soltanto in costume. Ci si mette a nudo. Il mare cancella per qualche ora le gerarchie, ma non abbastanza. Il direttore d’azienda e l’impiegato possono ritrovarsi nella stessa acqua, però il primo avrà una cabina migliore. Il seduttore sfoggia i muscoli, il marito nasconde la pancia, le ragazze prendono il sole, le sciure commentano, i bambini urlano, qualcuno si innamora e qualcun altro scopre che l’amore è già finito.
Tra la fine degli anni Quaranta e i primi Settanta Luciano Emmer, Alberto Lattuada, Federico Fellini, Dino Risi, Luciano Salce e molti altri trasformano stabilimenti balneari, pensioncine, rotonde sul mare e spiagge libere in osservatori privilegiati dell’Italia.
Perché la vacanza, nel nostro cinema, è quasi sempre una promessa con la data di scadenza già stampata sopra.
E come scriveva Ennio Flaiano: «Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno».
Domenica d’agosto, la prima grande cartolina dal mare
Sicché, tutto comincia una domenica d’agosto. Anzi, con Domenica d’agosto.
Per la precisione il 7 agosto 1949, giorno di San Gaetano. Il film di Luciano Emmer arriverà nelle sale l’anno successivo, nel 1950, ma racconta quella domenica in cui Roma sembra essersi data appuntamento sul litorale di Ostia.
La città si svuota, il mare si riempie.
C’è chi parte in automobile, chi prende il treno, chi porta da mangiare, chi porta soprattutto le proprie speranze. Ci sono famiglie, fidanzati, ragazzi, borghesi, popolani. Tutti insieme appassionatamente, almeno fino a quando non arriva il momento di pagare il conto.
Tra una frittata con le cipolle cucinata da Ave Ninchi e un giovane Marcello Mastroianni doppiato da Alberto Sordi, Emmer firma una delle prime grandi cartoline cinematografiche dell’Italia in vacanza. Ma la cartolina, se la si guarda controluce, è già sgualcita.
Il neorealismo si prende una giornata libera e comincia a tingersi di rosa. La miseria non sparisce: semplicemente si mette il costume. Il mare di Roma bagna i poveri ma belli e pure i ricchi molto brutti. Le differenze sociali restano, solo che per qualche ora camminano scalze.
Da quelle acque prende forma il prototipo della commedia balneare italiana. Famiglie stipate nelle automobili, amori che durano il tempo di una giornata, ragazze che desiderano una vita diversa, uomini convinti di essere irresistibili, piccoli drammi e grandi figuracce.
Il mare promette libertà, ma porta a riva quello che ciascuno si è trascinato da casa.
È forse questo il segreto della spiaggia cinematografica italiana: sembra un altrove e invece non si va da nessuna parte.
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La spiaggia di Lattuada: il bikini e l’ipocrisia in villeggiatura
Pochi anni dopo, sulla battigia di Alassio, è sufficiente un bikini esibito da Valeria Moriconi per provocare scandalo.
Ma in La spiaggia di Alberto Lattuada il costume da bagno è soltanto la superficie. Sotto, come spesso accade nel cinema italiano migliore, c’è molto più fango che sabbia.
La villeggiatura borghese diventa un piccolo tribunale permanente. Si osserva, si giudica, si sussurra. Alberghi e stabilimenti balneari costruiscono una società in miniatura nella quale tutti sembrano rilassati, purché nessuno smetta di controllare il vicino.
La spiaggia cancella i vestiti ma non i pregiudizi.
Ed è proprio questa contraddizione a renderla perfetta per il cinema: i corpi sono più scoperti e le persone più mascherate.
Intanto sulle rive laziali si palesano La famiglia Passaguai, Marisa la civetta e Alberto Sordi, improbabile seduttore, seduttore seriale o seduttore soltanto nella propria immaginazione a seconda del film e della giornata.
Il litorale italiano diventa un gigantesco set naturale. Basta piantare un ombrellone e aspettare.
Prima o poi qualcuno farà una figuraccia.
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Vittorio Gassman, Akim Zejjari sceglie "Il sorpasso"
Dietro le commedie balneari, un’Italia che cambia pelle
A prima vista, molti di quei film sembrano fotografie innocue di un Paese che ha finalmente deciso di divertirsi.
Guardandoli oggi, invece, diventano documenti.
Ci sono i costumi, le automobili, le acconciature, le canzoni, le insegne degli alberghi. Ma soprattutto ci sono i desideri. Il cinema balneare racconta un’Italia che vuole diventare moderna con una velocità superiore a quella con cui riesce a smettere di essere provinciale.
Le ragazze reclamano spazi nuovi. Gli uomini continuano spesso a ragionare come i loro padri, limitandosi a farlo in bermuda. La famiglia resta un’istituzione sacra, purché la moglie non scopra cosa è successo sulla spiaggia libera.
È il laboratorio perfetto della commedia all’italiana.
La risata arriva per prima.
La vergogna, di solito, subito dopo.
Il sorpasso: Ferragosto, Gassman e l’Italia che corre troppo
All’ombra delle maggiorate in fiore, però, cominciano ad affiorare il disagio, la solitudine, l’affanno.
E il grande cantore della faccia nascosta della stagione spensierata è Dino Risi.
Il sorpasso comincia a Roma il giorno di Ferragosto. Una città deserta, quasi metafisica. Bruno Cortona, Vittorio Gassman, cerca un telefono e trova Roberto Mariani, Jean-Louis Trintignant.
Da quel momento si parte.
Una Lancia Aurelia, due uomini che non potrebbero essere più diversi, strade vuote, trattorie, parenti, spiagge, flirt e un’Italia che corre con il piede sull’acceleratore senza domandarsi troppo dove stia andando.
Bruno è rumoroso, vitale, irresponsabile. Roberto è timido, trattenuto, educato. Uno sembra vivere troppo, l’altro troppo poco.
E il mare li aspetta.
Basta pensare alla pallonata che risveglia Gassman dopo una notte trascorsa a dormire sulla spiaggia, oppure all’imbarazzo di Trintignant sulla riviera di Castiglioncello, imprigionato nella camicia e nei pantaloni mentre intorno a lui tutti sembrano conoscere le regole di una festa alla quale non è mai stato invitato.
Quella spiaggia contiene già tutto il film.
La libertà di Bruno e la prigione di Roberto.
Il rumore del boom e il silenzio di chi non riesce a stare al passo.
La vacanza diventa una corsa. E il titolo, Il sorpasso, smette presto di indicare soltanto una manovra automobilistica.
È un Paese intero che vuole superare qualcuno.
Persino se stesso.
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I mostri: Dino Risi prende il sole sul lato oscuro dell’Italia
Risi sbertuccia il gallismo italico anche nell’episodio Latin Lover de I mostri, giocato sulle note di Abbronzatissima.
Il maschio italiano al mare è convinto di essere irresistibile. Fa parte del paesaggio quanto le cabine, i pedalò e il bagnino.
Risi lo osserva e sorride.
Ma è un sorriso con i denti.
Perché dietro la caricatura c’è sempre qualcosa di più feroce: l’egoismo, l’opportunismo, la capacità nazionale di trasformare qualunque situazione in una piccola rappresentazione di sé.
E tuttavia è lo straordinario episodio finale del film, con i due pugili suonati e tornati bambini sullo sfondo di uno stabilimento ormai deserto, a bruciare la pelle e l’anima più del sale su una scottatura.
La spiaggia si è svuotata.
L’estate è finita.
I mostri, invece, rimangono.
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È arrivata la bufera: Il giovedì e il temporale estivo
Insomma, per Dino Risi è arrivata la bufera.
Ma come dice una bella ragazza ne Il giovedì: «A me il temporale mi eccita da morire».
Si balla il twist sotto la pioggia, perché del domani non v’è certezza. Persino le suore non rinunciano ai bagni in mare, mentre Walter Chiari gonfia i muscoli pettorali.
La commedia balneare continua apparentemente a rispettare il copione: spiaggia, corpi, canzoni, corteggiamenti.
Ma l’aria è cambiata.
Il cielo si è coperto.
E quando nel cinema italiano arrivano le nuvole, raramente si tratta soltanto di meteorologia.
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L’ombrellone: la vacanza diventa una trappola
La fine è vicina.
Soprattutto sotto l’ombrellone.
Con L’ombrellone, Dino Risi porta la radiografia dell’Italia estiva quasi alla perfezione. Riccione non è più soltanto il luogo dove andare in vacanza: è una macchina sociale che non si spegne mai.
A mollo nel brodo dell’Adriatico, l’ingegnere interpretato da Enrico Maria Salerno tenta di celare la pancia, Sandra Milo prova a nascondere un disagio ben più difficile da coprire e il matrimonio diventa una delle tante cose che durante le ferie dovrebbero riposarsi e invece finiscono per mostrare tutte le crepe.
La spiaggia è piena.
E proprio per questo nessuno sembra più solo.
O forse lo sono tutti.
Tra conoscenze occasionali, feste, aperitivi, conversazioni inutili e adulteri più o meno immaginati, la villeggiatura diventa una forma di lavoro non retribuito. Bisogna esserci, apparire, divertirsi, conoscere le persone giuste.
Persino il lutto deve adattarsi al calendario delle vacanze.
La sciura in villeggiatura, acida più della panna, commenta: «Poverina, le è morto il marito la settimana scorsa. Vengono lo stesso qui perché, sa, hanno pagato per tutta la stagione, ma fanno una vita riservata».
Il lutto va rispettato.
Ma l’ombrellone è già stato pagato.
Più commedia all’italiana di così si muore.
Possibilmente a settembre.
La voglia matta: Tognazzi, Catherine Spaak e la giovinezza degli altri
E a qualcuno viene pure un colpo di sole.
O di fulmine.
Insomma, La voglia matta.
Nel capolavoro di Luciano Salce, Ugo Tognazzi, industriale con la faccia da cicca spenta, perde la tramontana per la giovanissima Francesca interpretata da Catherine Spaak.
Lei trova «tutto così bello da morire» in quella vertiginosa epifania di 45 giri, motori, sigarette Marlboro, ragazzi bellissimi e giornate che sembrano destinate a non finire mai.
Lui guarda.
E vuole entrare.
Vuole essere accettato da quel gruppo di giovani, vuole parlare la loro lingua, condividere i loro giochi, fingere che la differenza d’età sia soltanto un errore dell’anagrafe.
È uno dei grandi film italiani sul desiderio proprio perché parla soprattutto di ciò che non si può avere.
Non è soltanto una ragazza.
È il tempo.
Tognazzi non si innamora semplicemente di Francesca. Si innamora dell’età di Francesca, del mondo che la circonda, della possibilità di ricominciare da capo.
Naturalmente il cinema italiano non concede miracoli.
Con tanto di copricapo piumato da nativo americano, l’attempato ingegnere finisce come i sassi che il mare ha consumato cantati da Gino Paoli.
La festa continua.
Ma senza di lui.
E forse è questa la crudeltà più grande dell’estate: non finisce contemporaneamente per tutti.
Non resta che dirsi: «Che rabbia, l’estate è finita!».
Quando la spiaggia smette di essere una cartolina
A questo punto il mare del cinema italiano non è più soltanto una promessa.
È diventato uno specchio.
Mostra l’età, il corpo, il matrimonio, il conto in banca, la posizione sociale. Persino l’abbronzatura finisce per funzionare come una dichiarazione di reddito: chi è più scuro evidentemente è in vacanza da più tempo.
Il boom economico ha regalato agli italiani il tempo libero.
La commedia all’italiana ha avuto la cattiveria di chiedere loro cosa ne abbiano fatto.
La risposta non è sempre rassicurante.
Si mangia, si beve, si tradisce, si corteggia, si chiacchiera. Ma sotto la sabbia si accumulano le prime macerie.
E Federico Fellini, in realtà, aveva già portato tutto questo sulla riva all’inizio del decennio.
La dolce vita: il mostro morto alla fine della festa
Con Fellini la spiaggia si trasfigura nell’anticamera dell’inferno.
La dolce vita finisce a Fregene, in un mare di sabbia.
Dopo fontane, feste, aristocratici, paparazzi, divi, apparizioni mariane, suicidi, palazzi e notti romane che sembrano non dover finire mai, Marcello arriva sulla riva davanti a una creatura marina mostruosa trascinata dalle reti dei pescatori.
«Ma che c’avrà da guardare questo?», dice fissandola.
Ed è difficile stabilire chi stia guardando chi.
Il mostro è morto da giorni e continua a osservare.
Non basta, come salvagente, il sorriso di Valeria Ciangottini dall’altra parte dell’acqua. Paola prova a parlare. Marcello non sente.
O forse non vuole più sentire.
Fa un gesto con la mano.
Saluta.
Se ne va.
È vestito di bianco ma non c’è più niente di innocente.
Aveva ragione Nietzsche, il filosofo col martello: «Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te».
Il problema è che Fellini quell’abisso ce lo mette sulla spiaggia.
Alla luce del mattino.
Dopo la festa.
Dagli anni Sessanta ai Settanta: l’acqua si sporca
Poi qualcosa cambia davvero.
Gli anni Sessanta hanno venduto l’estate come una promessa di felicità collettiva. Nei primi Settanta cominciano ad arrivare le clausole scritte in piccolo.
Il boom ha presentato il conto.
Il paesaggio stesso porta i segni della crescita: cemento, traffico, speculazione edilizia, mare sporco. Divieti di balneazione e inquinamento diventano molesti compagni di viaggio di vacanzieri che soltanto pochi anni prima avevano immaginato le coste italiane come un paradiso inesauribile.
La spiaggia non è più soltanto il luogo in cui gli italiani mostrano i propri difetti.
Comincia a mostrare anche i difetti del Paese.
L’estate della commedia balneare si trasforma lentamente nell’autunno della commedia all’italiana.
E ancora una volta arriva Dino Risi.
In nome del popolo italiano: l’estate è già finita
In In nome del popolo italiano il mare non ha più niente della cartolina.
«Com’era bello il mare quando eravamo bambini. Quando le vacanze erano un’avventura».
Ma a pronunciare parole tanto nostalgiche è Lorenzo Santenocito, faccendiere, industriale, incarnazione di quella parte dell’Italia che ha trasformato il miracolo economico in un affare privato e il paesaggio in una merce.
La nostalgia diventa quasi oscena.
Perché non si può rimpiangere il mare pulito fingendo di non sapere chi l’ha sporcato.
Non c’è più nessun brodetto marchigiano da gustare seduti in un ristorantino davanti all’infinito.
La vacanza ha perso l’innocenza.
La spiaggia pure.
Dalla domenica di Ostia raccontata da Emmer sono passati poco più di vent’anni, ma sembra trascorso un secolo.
All’inizio c’erano famiglie cariche di pentole, bambini, fidanzati e speranze dirette verso il mare.
Poi sono arrivati bikini, automobili, twist, 45 giri, motel, seduttori, boom economico, amori impossibili e industriali con la pancia.
Alla fine restano il cemento, l’acqua sporca e la memoria.
Il cinema italiano ha raccontato la spiaggia esattamente come ha raccontato il Paese: prima con entusiasmo, poi con ironia, infine con ferocia.
Per questo quei film non sono soltanto commedie estive.
Sono fotografie di famiglia.
E nelle fotografie di famiglia, si sa, prima o poi si finisce sempre per notare qualcuno che non sorride.
In nome del popolo italiano dichiariamo dunque che l’estate sta finendo.
Anzi, è già finita.
Rimane il cinema, che come sempre arriva dopo la festa e trova sulla sabbia quello che abbiamo cercato di dimenticare.