Avrei preferito che Giovanni Malagò avesse affrontato il giudizio della Giunta Coni. Anche perché sarebbe stato interessante capire una volta per tutte la misura, il livello di chi la rappresenta.
Mi sarebbe piaciuto vedere arrivare fino in fondo il presidente della Federcalcio, ottenere da lui una reazione più umana che politica a quello che è stato (e resta) un attacco politico e ad personam, checché ne dica il Ministro per lo sport.
Sarebbe stato bello verificare anche il senso di responsabilità dei membri del Consiglio, molti dei quali avrebbero incontrato non poche difficoltà nell’affrontare il voto palese. Allora, sì, che ci saremmo divertiti.
Niente di tutto questo è avvenuto. Ha infatti prevalso un compromesso tutt’altro che storico (by Gianni The Old Fox Petrucci?) e la figura rimediata dai protagonisti di questa farsa consegna alla gente l’immagine di un Paese allo sbando anche dal punto di vista delle istituzioni sportive.
Ci siamo fatti ridere dietro: s’è perso altro tempo, si sono bruciate energie, sono saltati rapporti e insomma lo sport italiano è uscito con le ossa sgretolate. In altre parole, è mancata la rottura definitiva con un passato di tecniche e strategie non più tollerabili.
Chi doveva essere commissariato dal Coni è diventato il commissario all’unanimità voluto dal Coni: chi per il Coni non poteva fare il presidente del calcio per via di una tessera scarlatta può però fare il commissario grazie al tessuto di relazioni personali. Adesso Malagò dovrà controllare sé stesso per sessanta o forse novanta giorni prima di indire nuove elezioni e essere rieletto. Sempre che non si presenti uno più grande e grosso di lui. Da questa vicenda esce comunque rafforzato anche se, per salvare capre (tante) e cavoli (suoi), ha preferito accontentarsi della vittoria ai punti.
A chi oggi invoca le dimissioni del ministro Abodi dico che non mi accodo: avrà avuto le sue ragioni per spingersi fino a tanto, purtroppo per lui ha trascurato alcuni elementi e non ha dato un’occhiata nell’armadio degli scheletri altrui. Quanto al numero 1 del Coni, Luciano Buonfiglio, sono convinto che sia stato spinto a immolarsi tanto dall’esterno quanto dall’interno del Palazzo. Gli è mancato il coraggio di opporsi: «Che cazzo mi fate fare?». Sarebbe passato alla storia, ma se uno il coraggio non ce l’ha...
PS. Ho letto il commento dell’avvocato e amico Mattia Grassani che gode da oltre trent’anni della mia stima: sulla vicenda ha fornito una lettura “buonista” e più pratica della mia. Sempre in queste pagine Italo Cucci riafferma invece la natura democristiana degli italiani e non sembra un complimento.
Un vecchio proverbio recita: “Spesso ciò che conviene fa dimenticare ciò che è giusto”.
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