Un tifoso ha raccontato a Francesco Totti di aver mantenuto l'abbonamento alla Roma anche dopo il suo addio, ma di non aver più visto una partita. Andava allo stadio, ma ne usciva, quando vedeva che lui non entrava in campo. Lo racconta il Capitano nel libro autobiografico Oltre uscito pochi giorni fa, edito da Cairo e scritto con Alessandro Alciato. Questo aneddoto dà la misura di cosa sia Totti per Roma, la città in cui è nato e che non può vivere davvero, magari vistandone i monumenti, perché non c'è libertà per l'ottavo re di Roma, assalito dalla folla non appena riconosciuto.
Oggi, 27 settembre 2026, è il giorno del cinquantesimo compleanno di Totti, nato nell'anno d'oro di una generazione calcistica, il 1976, campione del mondo trent'anni dopo a Berlino. Dalle lacrime del giorno dell'addio al calcio il racconto arriva fino a oggi. «Ho cinquant'anni, le rughe, un po' di pancetta. Mi guardo allo specchio e vedo un uomo felice, nonostante tutto».
Cosa succede dopo l'addio al calcio
L'oggi è sereno. Non così i primi anni dopo l'addio. «Dopo che ho appeso le scarpe al chiodo, ho vissuto momenti di panico assoluto. Non sapevo come far passare le giornate, in che modo riempirle, spingerle via. Al mattino mi svegliavo già stanco e senza idee. Mi veniva da piangere, e tante volte l'ho fatto, rileggendo ancora, e ancora, la mia lettera di addio al calcio, quella che mi aveva che mi aveva devastato il 28 maggio 2017 all'Olimpico». Quello è il giorno dello striscione Speravo de mori' prima. Da quello al divano il passaggio è difficile e travagliato. Nella definizione di Vincent Candela: «Coccodrillo che dorme diventa borsa». Vale per Totti quello che è il momento cruciale per tanti sportivi, ma lui non è mai tornato indietro anche se la vita dopo lo sport è per tutti difficile.
Forse è ancora più difficile per chi è stato dotato dalla divinità del calcio di un talento purissimo e di una personalità in grado di usare queste doti, uno capace di fare un cucchiaio in una semifinale dell'Europeo davanti a un portiere enorme come Van Der Saar.

Il ritorno di Totti nel calcio a 8: «Mancava un giocatore e mi hanno chiamato»
Gallery24 Immagini
di Chiara Pizzimenti
Guarda la gallery
Cosa ha salvato il Capitano?
Il padel. «Mi ha restituito la dignità. Mi ha alleggerito, aggiustato la testa, occupato spazio». Non la Roma che, racconta, ha usato la sua faccia e il suo nome, senza mai dargli vero potere da dirigente e avrebbe volentieri chiuso un anno prima la sua carriera andata avanti a furor di popolo. Non il lavoro in una società di procuratori. «Non sapevo raccontare bugie».
Le partite della Roma a casa Malagò e perché mai se ne sarebbe andato da Roma
Eravamo io, Carlo Verdone, Fiorello, Vanzina...Come negli incipit dei racconti di Gianni Minà sembra di vederli gli ospiti a casa di Giovanni Malagò, oggi presidente della Federcalcio, a vedere le partite della Roma in trasferta. Anche con lui avrebbe potuto lavorare: è stato un no, come ai film con De Laurentiis e al ritorno al campo con Genoa e Como quando ormai aveva 48 anni. «Un tradimento sportivo non ha età, che siano 18 o 48». I 18 sono il riferimento alle proposte arrivate prima, ma per la madre di Totti il Nord era lontano come la Luna e la Lazio era impossibile.
Il mio amico Sinisa Mihajlovic
Il campione serbo lo aveva chiamato a Torino per metterlo davanti alla difesa. «Vieni, ti diverti tu, mi diverto io. Si divertono i tifosi». «E che famo? Er circo?». Anche questo fu un no, nonostante Torino significasse storia perché «La Roma è più grande delle persone». E uno come Sinisa non si spegnerà mai. «Chiedo sempre il risultato del Torino perché mi ricorda una persona enorme che non c'è più».
«Quando è arrivato alla Roma aveva 23 anni. La sua patente di guida non era valida in Italia. Sono diventato il suo autista, io di anni ne avevo 16, lo andavo a prendere all'Eur in motorino, col mitico Booster 50, e lo portavo ovunque. Alle feste, dagli amici, in qualche localetto. Era giovane, single, arrivava dall'ex Jugoslavia, stava conoscendo un altro mondo, tutto nuovo. Io ricurvo alla guida, lui dietro tutto accartocciato, parevamo due scappati di casa…Un casinaro. Un casinaro buono, Sinisa». Non c'era dipendente di Trigoria con cui non parlasse. «A mia madre piaceva tantissimo: "Fra damme retta, è un buono».