Una lettera al Congresso apre la strada a veicoli liberi dagli obblighi di guida assistita e di trasmissione dati. In gioco ci sono libertà di scelta, sicurezza stradale e il business miliardario delle informazioni raccolte a bordo
3 agosto 2026
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Immaginate un'automobile nuova di zecca che non sa dove siete, non avvisa nessuno se sbandate e non trasmette un solo byte a chi l'ha costruita. Negli Stati Uniti questa ipotesi ha ora un nome e un profilo politico ben definito: Freedom Car, l'auto della libertà. Una definizione costruita a tavolino per accendere il dibattito, e che infatti lo ha acceso subito.
La lettera che ha riaperto il dossier
Tutto nasce da un documento datato 22 luglio 2026, inviato al Congresso dal segretario ai Trasporti Sean Duffy. L'amministrazione Trump chiede di inserire nella prossima agenda legislativa una misura dall'impatto tutt'altro che marginale: vietare a qualsiasi ente pubblico, dal livello federale fino a quello comunale, di pretendere che i veicoli in circolazione dispongano di sistemi di guida automatizzata o della capacità di scambiare dati in modalità wireless.
Tradotto in pratica, verrebbe meno l'obbligo che oggi rende ogni vettura nuova un dispositivo permanentemente collegato. Quella connessione, va ricordato, alimenta i navigatori che ricalcolano il percorso in base al traffico e agli incidenti, e permette al tasto SOS di allertare i soccorsi quando l'automobilista non è più in grado di farlo.
Il vero nodo si chiama privacy
Per ora resta una proposta, ma cade in un momento preciso. Negli Stati Uniti la raccolta dei dati da parte delle case automobilistiche è finita da tempo sotto la lente, soprattutto per una pratica poco trasparente: la cessione delle informazioni sullo stile di guida alle compagnie assicurative, con conseguenze dirette sul premio pagato dal cliente.
Su questo terreno la Freedom Car intercetta un malcontento reale e trasversale. Chi acquista un'automobile difficilmente immagina di portarsi in garage un sensore che documenta accelerazioni, frenate e chilometri percorsi, per poi rivenderli a terzi.
ADAS sul banco degli imputati
Il capitolo più delicato riguarda però la sicurezza attiva. Gli ADAS sono diventati obbligatori oltreoceano con l'Infrastructure Investment and Jobs Act firmato da Biden nel 2021, un pacchetto che ricalca in buona parte quanto già previsto in Europa: frenata automatica d'emergenza, avviso di collisione frontale, mantenimento della corsia.
Secondo la lettura del Dipartimento dei Trasporti, questi dispositivi non avrebbero prodotto una riduzione significativa degli incidenti e anzi contribuirebbero ad aumentare la distrazione al volante. Una posizione che resta oggetto di discussione, perché numerosi studi internazionali attribuiscono invece alla frenata automatica una diminuzione misurabile dei tamponamenti. Sullo sfondo resta un dato politico difficile da ignorare: da quando si è insediato, Trump sta progressivamente smontando l'eredità normativa del suo predecessore, e questa iniziativa segue la stessa traiettoria.
Cosa cambierebbe davvero nei concessionari
Qui arriva il passaggio più interessante, e forse il più sottovalutato. Anche in caso di approvazione, la cancellazione dell'obbligo non impedirebbe ai costruttori di continuare a montare esattamente ciò che montano oggi. Le piattaforme sono progettate su scala globale, le centraline sono già integrate e i mercati europeo e asiatico impongono comunque quegli stessi standard.
Il paradosso è servito: rimuovere quelle tecnologie dalle linee di produzione rischierebbe di costare più che lasciarle al loro posto, con l'aggravante di rinunciare ai ricavi generati dalla vendita dei dati. La Freedom Car, insomma, potrebbe restare soprattutto un'insegna politica, capace di generare consenso e titoli di giornale molto più che modelli concreti nelle concessionarie americane.