Partire da Garlasco per riflettere su come alcuni casi di cronaca diventino mediatici, quale sia il ruolo del giornalista e del pubblico e se l'attenzione dei media possa incidere sulla ricerca della verità e sul funzionamento della giustizia, con effetti negativi e positivi. È questo il filo conduttore dell'intervista realizzata da Tag24 al giornalista d'inchiesta Marco Gregoretti, che si sofferma anche sull'evoluzione della narrazione giornalistica nell'era dei social network e degli algoritmi.
Quando un caso diventa mediatico? L'esempio Garlasco
Si parte dall'inizio, ossia dagli elementi che trasformano un fatto di cronaca in un fenomeno mediatico. Per Gregoretti, oggi la risposta è molto diversa rispetto al passato. Se un tempo a determinare l'interesse erano soprattutto il coinvolgimento emotivo e la portata della vicenda, nell'era digitale entrano in gioco anche altri fattori: algoritmi, motori di ricerca e dinamiche proprie del web.
"Sono cambiate molte cose con l'indicizzazione di Google. E' un po' lui che decide qual è il caso che va seguito, le keyword che funzionano", osserva il giornalista. "In generale, credo che l'importante sia che tocchi corde profonde, come fu per il caso di Alfredino Rampi (morto a Vermicino, fuori Roma, dopo essere caduto in un pozzo, ndr)".
Negli anni, nella storia italiana, di vicende simili ce ne sono state molte. "Cogne, Erika e Omar, Erba, Yara, tutti casi che a un certo punto sono esplosi. Garlasco va oltre, perché le persone si sono immedesimate con il presunto innocente, dicendosi: 'Potrebbe capitare anche a me'. Poi succede che le ricerche alimentino l'algoritmo e che i casi diventino veri e propri brand", osserva.
Il ruolo del giornalista e del pubblico secondo Gregoretti
Come dovrebbe muoversi allora il buon giornalista? Secondo Gregoretti, sarebbe sbagliato, innanzitutto, parlare di diversi tipi di giornalismo. "Esiste semplicemente un corretto giornalismo, che pratica e onora il patto con i lettori", afferma. "E poi c'è la notizia, da cercare, da verificare". Per il giornalista è essenziale "parlare con le persone, ma anche tenere la mente aperta".
L'esempio è ancora una volta Garlasco. "Per adesso di sicuro c'è solo che Chiara Poggi è stata uccisa". Il rischio di un'eccessiva mediaticità è che si creino processi che anticipano quelli nei tribunali, con relative tifoserie. "Le conseguenze possono essere drammatiche", sostiene Gregoretti. "Come giornalisti, abbiamo la responsabilità di non andare a fare i tifosi nei talk show, cosa che purtroppo sempre più spesso accade".
Ma c'è anche un altro livello: quello del pubblico. Perché se i media fanno informazione, rischiando di influenzare l'opinione pubblica, è vero anche che le stesse persone possono influenzare i media, nella logica dell'algoritmo in cui le keyword funzionano in base alle ricerche degli utenti. Si crea un circolo vizioso il cui punto d'arrivo, secondo Gregoretti, è "il controllo".
I processi mediatici possono avere anche risvolti positivi?
Bisogna quindi essere responsabili, anche nel modo con cui si fruisce delle notizie; nel modo in cui - come comuni cittadini - ci si informa sulle vicende, si leggono e si seguono i casi. Questo per restare dentro i confini. Anche quelli del rispetto delle parti in gioco. Ma allora: ci sono casi in cui la mediaticità può aiutare o è sempre deleteria?
Nell'ultima parte dell'intervista, Gregoretti riflette su come la sovraesposizione di casi come Garlasco possa diventare occasione di dibattito pubblico su questioni che altrimenti resterebbero ai margini. "Si è posta l'attenzione sul fatto che anche la magistratura abbia delle crepe", afferma.
"Sul fatto che anche nella magistratura ci sia corruzione, che i cittadini rischino di essere condannati non oltre il ragionevole dubbio. Si è parlato dell'onere della prova, che non è a carico della difesa ma dell'accusa: non è la difesa a dover dimostrare che un imputato è innocente".
"Ma anche del fatto che il pubblico ministero sia obbligato a cercare anche prove a discarico. Si è acquisito che la 'ndrangheta è l'organizzazione criminale economico-finanziaria più potente al mondo e che anche in quella zona ha un peso. Clean 1, clean 2, clean 3, gli intrecci tra i vari poteri dello Stato".
Alla fine, un'ultima riflessione: "Questo è il compito dell'informazione: scavare, avere dubbi, colmarli e offrire al lettore uno strumento di conoscenza e verosimiglianza". In questo senso, secondo Gregoretti, la forte mediaticità può avere accezioni positive. Effetti che, se mantenuti con rigore, possono contribuire a rafforzare la consapevolezza collettiva.
L'intervista completa al giornalista Marco Gregoretti sul canale Youtube di Tag24.