Gli animali sfruttati in Italia sono centinaia di milioni, per la maggior parte rinchiusi negli allevamenti intensivi e destinati alla produzione alimentare: parliamo di oltre 650 milioni di animali macellati ogni anno, pesci esclusi. Solo in Italia ogni anno si allevano 8 milioni e mezzo di suini, 5,4 milioni di bovini e oltre 500 milioni di avicoli. Oltre 40 milioni di animali vengono allevati in piccole gabbie dove non possono muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. In occasione della Giornata mondiale dedicata agli animali negli allevamenti, Greenpeace Italia, Isde, Lipu-BirdLife Italia, Terra!, Wwf Italia e Slow Food Italia ricordano che il Parlamento italiano continua a ignorare la proposta di legge ‘Oltre gli allevamenti intensivi’, sostenuta da 23 parlamentari di cinque forze politiche e decine di realtà sociali, ma ferma da oltre due anni alla Camera. Nel frattempo, Essere Animali ha lanciato una proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere l’introduzione di un divieto all’uso delle gabbie a livello nazionale per tutte le specie allevate a scopi alimentari. A metà settembre l’associazione ha consegnato in Senato le oltre 62 mila firme raccolte e adesso si attende che la proposta di legge venga assegnata alla Commissione competente, chiamata a calendarizzare e avviarne l’iter legislativo in tempi ragionevoli. A livello europeo, invece, a luglio scorso la Commissione Ue ha presentato la sua attesa Livestock Strategy, delineando la propria visione per il futuro del settore degli allevamenti. “Ma una tabella di marcia non è una legge e questo documento da solo non basta” ha denunciato a Bruxelles l’associazione Animal Equality, nei giorni delle proteste anche davanti a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea.
Gli animali negli allevamenti intensivi italiani
La verità è che in Italia gli animali allevati negli allevamenti intensivi non possono esprimere comportamenti naturali fondamentali per la loro specie. Lo racconta Chiara Caprio, direttrice relazioni istituzionali di Essere Animali: “Scrofe che non riescono nemmeno a girarsi su se stesse, vitelli separati dalla madre poche ore dopo la nascita e rinchiusi in box singoli, galline costrette in uno spazio poco più grande di un foglio A4 dove non riescono ad aprire le ali, conigli che non possono alzarsi sulle zampe posteriori, né tanto meno saltare. Nel nostro Paese questa è la normalità per circa 600mila scrofe, 1,5 milioni di vitelli, 17,5 milioni di galline e 13 milioni di conigli”. Tutti animali confinati in spazi ristretti e sottoposti quindi a stress cronico, frustrazione e spesso anche a lesioni e fragilità ossea, come documentato anche dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (Efsa). Negli attuali sistemi intensivi l’allevamento in gabbia rappresenta uno dei principali problemi legati al benessere animale ed è per questo che a marzo di quest’anno Essere Animali ha lanciato una proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere l’introduzione di un divieto all’uso delle gabbie a livello nazionale per tutte le specie allevate a scopi alimentari.
Cosa accade negli altri Paesi europei
“In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, oltre il 90% degli italiani è favorevole al divieto dell’allevamento di animali in gabbia” spiega Chiara Caprio, ricordando che diversi Paesi europei, tra cui Germania, Slovenia e Regno Unito, hanno già introdotto divieti o forti limitazioni all’uso delle gabbie. In Svezia l’allevamento in gabbia è già vietato per quanto riguarda le scrofe, e a breve seguiranno anche Danimarca, Austria, Finlandia, Germania e Paesi Bassi, che hanno già legiferato e completeranno la transizione tra il 2035 e il 2040. Nel caso delle galline ovaiole, le gabbie convenzionali sono già vietate dalla legislazione comunitaria dal 2012. In Austria e Lussemburgo è in vigore un divieto anche per quelle arricchite, e presto seguiranno anche Germania e Repubblica Ceca (a partire dal 2027). In Francia non è possibile costruire nuovi allevamenti con le gabbie già dal 2018. “Il divieto agli allevamenti di pelliccia e il superamento dell’uccisione dei pulcini maschi nel nostro Paese dimostrano che l’Italia ha tutte le capacità di fare da apripista su questioni etiche e innovative per gli animali” conclude Caprio. Ricordando che l’uccisione selettiva dei pulcini maschi sarà definitivamente vietata a partire dal 31 dicembre 2026. In Unione Europea, invece, non esiste un divieto unico valido per tutti i Paesi membri. La normativa è frammentata e il tema, quindi, fa parte delle battaglie condotte in Europa.
La battaglia nel cuore dell’Europa
Tra il 2018 e il 2020, 1,4 milioni di cittadini e cittadine europee hanno firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age, per chiedere di vietare l’uso delle gabbie negli allevamenti. La Commissione europea si era impegnata a presentare una proposta di legge in tal senso entro il 2023, un impegno che finora non ha però rispettato. Come ricorda Animal Equality, nella sua Livestock Strategy, la Commissione ha incluso l’impegno a proporre una revisione della legislazione europea sul benessere animale che preveda l’eliminazione progressiva delle gabbie per le galline ovaiole e altri animali, oltre a misure per porre fine all’uccisione sistematica dei pulcini maschi attraverso tecnologie di sessaggio in ovo. “Chiediamo di onorare le promesse fatte e di farlo con ambizione – spiega Matteo Cupi, vice presidente di Animal Equality Europa – senza ulteriori ritardi, con un programma specifico. Il divieto delle gabbie per le galline e la fine dell’uccisione dei pulcini maschi devono essere inclusi nella proposta di riforma sul benessere animale che la Commissione Ue si è impegnata a presentare entro il 2026. Nella stessa direzione, il Work Programme 2027 che la Commissione Ue sta attualmente redigendo deve includere un divieto degli allevamenti in gabbia per le femmine di maiale”.
La questione ambientale
Ma il problema degli allevamenti intensivi non riguarda solo il benessere animale. In Italia, queste strutture sono responsabili di oltre due terzi delle emissioni di ammoniaca e rappresentano la seconda causa di formazione di polveri fini che ogni anno causano decine di migliaia di morti premature. In Pianura Padana, la sola Lombardia detiene il 48% dei suini e il 26% dei bovini nazionali, con il 40% dei Comuni in zone vulnerabili ai nitrati oltre i limiti d’azoto. L’Italia è sotto procedura d’infrazione Ue per il mancato rispetto della Direttiva nitrati e rischia il deferimento alla Corte di Giustizia, oltre all’avvio di recenti contestazioni da Bruxelles per la mancata notifica delle norme sulle emissioni industriali e degli allevamenti. Un modello ad alto rischio sanitario ed economico, che porta alla chiusura allevamenti di piccola dimensione e che costringe continuamente a tamponare le emergenze sanitarie negli allevamenti con fondi pubblici, come confermano gli oltre 73 milioni di euro appena stanziati dall’Ue per indennizzare gli allevatori italiani colpiti da peste suina e influenza aviaria. Per questo, nel marzo 2024 diverse associazioni ambientaliste hanno presentato a Montecitorio la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi”, ancora in attesa di discussione in Commissione Agricoltura. Nel frattempo, il governo danese ha appena introdotto un blocco di 12 mesi all’espansione e alla creazione di nuovi allevamenti intensivi di suini per definire le nuove regole per il futuro della suinicoltura.