Gli animali percepiscono la morte imminente? Scopri cosa rivela la scienza

Rhode Island, unità Alzheimer di un centro geriatrico. Oscar entra nella stanza 310, annusa il paziente, si acciambella accanto a lui. Il personale infermieristico chiama subito i familiari: nelle due-quattro ore successive, la persona morirà.

Non è un episodio isolato. Alla fine del 2007, due anni dopo il suo arrivo nel centro come gattino, Oscar aveva ripetuto lo stesso comportamento 25 volte — sempre con lo stesso esito. Il centro ospitava altri sei animali (tre gatti, un coniglio, un cane, un pappagallo). Nessuno di loro mostrava lo stesso schema. Oscar sì, e non aveva nemmeno fama di essere un animale affettuoso: quando lo si allontanava da una stanza, protestava miagolando davanti alla porta finché non veniva riammesso, restando poi fino al decesso. Su questa storia non esiste un solo articolo scientifico. Solo testimonianze del personale, senza dati numerici verificabili, raccolte in un ambiente — un reparto per malattie neurodegenerative — dove i decessi erano già frequenti di loro. Correlazione illusoria, bias cognitivo del personale, coincidenza statistica: sono le spiegazioni alternative più plausibili, e nessuna richiede che il gatto "sapesse" alcunché.

Resta il problema di fondo. Gli etologi sono piuttosto netti su questo punto: gli animali non possiedono le strutture cognitive necessarie per una comprensione consapevole della morte come concetto astratto. Vivono di impulsi immediati — nutrirsi, riprodursi, evitare minacce — e non elaborano previsioni a lungo termine sulla propria fine, tanto meno su quella altrui. Una madre macaco osservata davanti al cucciolo morto continua per giorni a pulirlo e trasportarlo, incapace di elaborare l'assenza di movimento come segnale di non-vita. Due piste restano aperte, però. La prima riguarda l'empatia comportamentale: uno studio del Goldsmiths College ha mostrato che i cani si dirigono più rapidamente verso una persona che piange, anche sconosciuta, avvicinando il muso e leccandola — un pattern che alcuni etologi leggono come risposta empatica al disagio, non alla morte in sé. Oscar potrebbe aver reagito allo stato di sofferenza psicologica del paziente, non alla sua prognosi. La seconda è più materiale: il corpo umano, morendo, rilascia composti volatili impercettibili all'olfatto umano ma non a quello di cani e gatti — gli stessi animali già noti per rilevare neoplasie o cali glicemici nei pazienti diabetici (per alcuni anche il Parkinson). Un cambiamento chimico, non una premonizione. Alla fine resta un punto fermo, l'unico su cui la ricerca attuale converge: l'animale non prevede la morte, la annusa mentre accade. Il naso arriva prima del cervello — e più veloce del linguaggio con cui proviamo a spiegarlo.

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