Davide Stucchi: siamo ciò che abitiamo

C’è una categoria di oggetti che non serve a nulla, eppure dice tutto. Accessori, dettagli decorativi, complementi d’arredo, piccoli dispositivi estetici che abitano le nostre case e i nostri immaginari molto prima di diventare necessari. Sono oggetti che non svolgono una funzione ben definita ma costruiscono desideri. La mostra Davide Stucchi. Temporary Rooms, a cura di Damiano Gullì (Triennale Milano, fino al 4 ottobre) parte proprio da questo territorio ambiguo. Un territorio che mescola design e vita quotidiana per trasformarsi in un unico linguaggio dove oggetti e riferimenti culturali diventano veicoli di una certa postura emotiva verso il mondo. Non sorprende allora che il suo immaginario sembri dialogare tanto con il design del prodotto quanto con la moda: con quella tradizione che ha saputo trasformare l’eleganza in uno spazio di ambiguità, vulnerabilità e ironia.

contemporary installation with toilet on wheels and sink inside metal fence.pinterest

Davide Stucchi

Davide Stucchi: Temporary Rooms, veduta dell’installazione, Triennale di Milano

Davide Stucchi è un artista, ma allo stesso tempo è uno scenografo. @temporaryrooms è anche il nome del suo account Instagram dove raccoglie immagini, set e suggestioni nate dal lavoro per l'editoria e la pubblicità. Lo stesso titolo diventa oggi quello della sua mostra personale. Non è una coincidenza, ma una dichiarazione di intenti: la scenografia è così il punto d'incontro tra arte e styling; gli oggetti smettono di essere semplici elementi d'arredo e iniziano a produrre significati, ironia e nuove possibilità di relazione.

«Avendo una carriera da scenografo nella pubblicità e nella moda, quello che faccio è costruire stanze temporanee. Vorrei mettere insieme tante cose che possano dare l'idea della casa e creare quattro set fotografici», racconta Stucchi. Ed è forse questa la chiave più efficace per leggere “Temporary Rooms”: non come una mostra che ricostruisce una casa, ma come una sequenza di set in cui l'abitare diventa un'immagine, e l'immagine, a sua volta, una forma di vita o una proiezione della stessa.

cluster of white gloves hanging on a rack with red trim.pinterest

Davide Stucchi

Davide Stucchi: Temporary Rooms, veduta dell’installazione, Triennale di Milano

L'ispirazione arriva anche dalle pagine di "Gran Bazaar”, rivista diretta da Barbara Nerozzi tra la fine degli anni Settanta e l'inizio dei Novanta, che raccontava case, design, architettura e modi di vivere con uno sguardo insieme editoriale e progettuale. Lo spazio dell’Impluvium alterna quattro configurazioni temporanee di interni domestici (bagno, salotto, camera da letto e cucina) che sembrano riattivare l'immaginario di quelle pagine conservate negli archivi della Triennale, dove il progetto d'interni diventava soprattutto un modo di raccontare una forma di vita. E alla domanda se ci fosse una quinta stanza Stucchi non ha dubbi: «Non una stanza ma un luogo di collegamento. Il corridoio».

Classe 1988, Stucchi è tra gli artisti italiani che negli ultimi anni hanno sviluppato una certa sensibilità artistica sul rapporto tra oggetti e cultura materiale. Attraverso installazioni e sculture post-minimaliste, costruite spesso a partire da gesti minimi di riconfigurazione, discute la funzione stessa delle cose per indagarne la dimensione affettiva, simbolica e relazionale. Le stanze temporanee mettono dunque in scena un ambiente in cui l’abitare diventa una questione emotiva – tanto singolare quanto collettiva – e gli oggetti, più che arredare lo spazio, sembrano raccontare le forme attraverso cui oggi impariamo a desiderare.

Più che una successione di ambienti, la mostra costruisce così una vera e propria drammaturgia dell'abitare . Le opere non raccontano mai esplicitamente una storia ma preferiscono piuttosto disseminare indizi e lo spettatore si trova così a leggere lo spazio come leggerebbe un interno pubblicato su una rivista di architettura: cercando connessioni, interpretando segnali, immaginando relazioni. È qui che la sua poetica si allontana dalla tradizione della pura scenografia e si avvicina piuttosto a una riflessione sul desiderio contemporaneo: il design non viene trattato come una disciplina progettuale, ma come un sistema di immagini e aspettative; gli oggetti non sono importanti per ciò che fanno, bensì per ciò che promettono.

bright flash obscuring reflection in a small window, metal bars in foregroundpinterest

Davide Stucchi

Davide Stucchi: Temporary Rooms, veduta dell’installazione, Triennale di Milano

Nelle stanze di Stucchi nulla è completamente funzionale, nulla è puramente decorativo. Ogni dettaglio sembra alludere a una presenza assente, a una storia incompleta. «I materiali si accumulano nel mio immaginario e nel mio studio. Alcuni li scelgo d'istinto e solo dopo capisco come utilizzarli; altri, invece, li cerco perché so già di averne bisogno». I suoi assemblaggi funzionano dunque come piccoli cortocircuiti domestici: un divano che si fonde con una finestra, un letto che ne incorpora un'altra, una pulsantiera di un ascensore diventa doccia, un citofono si trasforma in specchio: oggetti che sembrano aver dimenticato la propria funzione per acquisirne una nuova, più emotiva che pratica.

Viene in mente il saggio “Pornotopia” di Preciado, dove l'interno domestico diventa una tecnologia del desiderio. Anche Stucchi guarda alla casa come a un dispositivo culturale: non un rifugio privato, ma un luogo in cui gusto, identità e relazioni vengono continuamente messi in scena. “Temporary Rooms” è dunque una mostra sulle emozioni che affidiamo alle cose. Su tutto ciò che gli oggetti assorbono e restituiscono: desideri, insicurezze, aspettative. Perché, in fondo, le sue stanze temporanee non parlano di arredamento né di design. Parlano del modo in cui continuiamo a costruire noi stessi attraverso gli oggetti che collezioniamo e sull'eleganza con cui, ancora oggi, le cose continuano a raccontarci chi siamo.