La busta della spesa "pesa" ogni giorno di più, nelle tasche degli anconetani, ma i rincari sui banchi dei generi alimentari non sono generalizzati. Tra i commercianti c’è chi cerca di contenere il prezzo della merce, magari guadagnando meno, chi invece fa ricadere tutti gli aumenti dei prezzi all’ingrosso direttamente sul cliente finale. È il quadro che emerge dalle interviste effettuate venerdì scorso al mercato di via Maratta. Pane, carne, pesce, frutta e verdura e altri alimenti, come insaccati, prosciutto, formaggio: si può acquistare di tutto, anche un grappolo d’uva a quasi 8 euro al chilo. Senza semi, però.
È chiaro che l’impatto degli aumenti del costo del carburante incide sui trasporti della merce, e la stessa cosa vale per l’aumento dei costi dell’energia. Soprattutto per chi utilizza i frigoriferi, come in pescheria o in macelleria. La gente al mercato si lamenta, ma in modo contenuto. C’è cliente e cliente, quello che va al mercato e cerca il prodotto migliore e quello che, invece, va al supermercato per cercare in primis di risparmiare. Sono scelte personali su cui incide anche la disponibilità economica di ciascun nucleo familiare, ma è innegabile che, a parte alcuni casi, i prezzi siano aumentati.
A livello nazionale i numeri confermano l’aria che si respira tra i banchi di Ancona, e cioè che la vera corsa dei prezzi, almeno per ora, è quella che si registra alla pompa di carburante. Da ieri lo sconto sulle accise del gasolio è dimezzato e il diesel in modalità self ha raggiunto (media nazionale) 2,357 euro al litro, la benzina 2,158. In un anno il gasolio è cresciuto di oltre il 30% e la benzina di quasi il 19%, prezzi lievitati a causa delle tensioni internazionali legate alla guerra. Sugli scaffali e sui banchi del mercato, almeno finora, l’effetto è più contenuto.
Ad agosto l’inflazione è salita al 3,3%, ma a trainarla sono stati soprattutto bollette e carburanti, con rincari annui tra il 17 e il 18,6%, mentre per il comparto alimentare l’Istat registra una dinamica moderata, poco sopra l’1%. Il timore delle associazioni dei consumatori è che il peggio debba ancora arrivare. Il Codacons ricorda che in Italia oltre l’80% delle merci viaggia su gomma e che il caro gasolio pesa su trasporti e distribuzione, con il rischio di essere scaricato, in tutto o in parte, sui prezzi di negozi e supermercati. Ma mette anche in guardia da chi potrebbe usare il carburante come alibi per ritoccare i listini oltre i costi reali, e stima una stangata d’autunno da 633 euro a famiglia.
Federconsumatori riporta che, tra pieni più cari e ricadute sui beni di largo consumo, ogni famiglia rischia di spendere oltre 500 euro in più all’anno, quasi la metà per effetto indiretto. Guardando indietro, il conto è già salato. Una simulazione del Sole 24 Ore effettuata su 31 prodotti della spesa settimanale di una coppia con un figlio, mostra che un carrello da 100 euro relativo al luglio 2021 oggi costerebbe 129,50 euro. Il caffè è salito del 51%, l’olio extravergine del 47%. E c’è un paradosso: chi produce non ci guadagna.
Coldiretti segnala che pasta, pane e latte al consumo sono cresciuti tra il 21% e il 28%, mentre il grano duro in due anni è sceso anche sotto i 27 euro al quintale e agli allevatori il latte viene pagato circa 50 centesimi al litro alla stalla. Già in primavera il gasolio agricolo era passato da 85 centesimi a 1,51 euro al litro e anche energia e fertilizzanti costano sempre di più, ma nelle campagne si incassa meno. Il resto si disperde lungo la filiera, tra trasporti, lavorazione e distribuzione. Fino al banco del mercato, come in via Maratta, dove ognuno decide quanto di quel peso di "filiera" far ricadere sul cliente finale.