"Pochi alunni stranieri non parlano italiano"

Continua ad alimentare il dibattito il decreto scuola che impone un tetto per gli studenti stranieri in classe e indaga le risposte più adeguate alla multiculturalità a scuola. Sono due i plessi cesenati in cui la presenza di bambini stranieri, in diverse classi, supera la soglia del 30 per cento che per legge non andrebbe oltrepassata: Fiorita e Carducci.

Professor Enrico Flamigni, dirigente del terzo circolo che comprende la scuola primaria Carducci, quali problematiche innesca questa consistente presenza di alunni con background migratorio?

"Bisogna intendersi prima di tutto sulle definizioni poiché la cittadinanza in sé non dice quasi nulla delle problematiche che si incontrano in classe, ciò che fa la differenza è la competenza linguistica o il background familiare. Non siamo più negli anni ’90 quando gli stranieri erano quasi tutti appena arrivati. Oggi ci sono tanti bambini che hanno già frequentato la scuola dell’infanzia, spesso sono nati qui, e la loro competenza linguistica è tale da permettere loro di seguire regolarmente le lezioni senza bisogni particolari".

Valori, abitudini e regole di comportamento differenti non generano incomprensioni con gli studenti, le loro famiglie, o tra gli stessi scolari?

"Certo. Ma occorre premettere che questo succede anche con le famiglie italiane. Non è un problema che riguarda gli stranieri. Ci sono peraltro stranieri che hanno la cittadinanza ma i loro bambini manifestano bisogni educativi particolari perché in famiglia, magari, solo il padre è arrivato qui anni fa. Abbiamo cercato anche di ridistribuire i bambini stranieri secondo una densità diversa, ma non funziona. Se un bambino abita qui non si può mandare da qualche altra parte. Magari potremmo aumentare l’offerta formativa e far sì che ci siano più bambini italiani che scelgono questo plesso".

I piani di studio attuali sono in grado di rappresentare la pluralità delle storie e delle culture presenti tra i banchi di una scuola multietnica?

"Le indicazioni ministeriali pongono l’eurocentrismo e la visione occidentalistica come guida allo prospettiva culturale della scuola. Ne prendiamo atto come, peraltro, occorre prendere atto che quando abbiamo bisogno di risorse dobbiamo inventarci progetti e cercare finanziamenti da varie organizzazione e non c’è un investimento strutturale per le scuole che hanno un elevato numero di bambini stranieri".

Secondo lei la presenza di bambini non italofoni può rallentare il rendimento scolastico della classe?

"I bambini neo arrivati rappresentano una percentuale minima, tuttavia richiedono risorse importanti poiché hanno bisogni significativi. Ne abbiamo una decina all’anno su duecento, a dire molto. Questi in effetti possono avere difficoltà, soprattutto perché la lingua dello studio è diversa da quella quotidiana. Poi magari eccellono in altre materie, come i cinesi la cui cultura investe molto sulla matematica. Ma non possiamo dire che rallentano il ritmo della classe, siamo noi che fatichiamo a fornire loro gli strumenti di cui avrebbero bisogno".

Gli insegnanti hanno la preparazione specifica per gestire classi così eterogenee e favorire una vera inclusione?

"Quelli che non ce l’hanno, al Carducci per esempio, la sviluppano abbastanza rapidamente. Li sosteniamo continuamente con progetti specifici. Siamo anche andati a vedere cosa fanno in altre scuole europee, proprio sul tema dell’inclusione. Non è un problema solo nostro. Ma qualche risorsa in più per questo obiettivo ci vorrebbe".