I social non sono gratis, ecco quanto ci costano - Società e Diritti - Ansa.it

I social non sono gratis, li paghiamo con il nostro tempo, i nostri dati, i nostri diritti, la nostra salute mentale e la nostra democrazia. Soprattutto se ne abusiamo, se lasciamo che ci rubino la curiosità della vita reale, gli incontri con gli amici dal vivo. Il tema è caldissimo e l’attenzione e le critiche rivolte alle piattaforme si sono molto  intensificate. I giganti dei social media sono stati riconosciuti colpevoli di aver progettato le proprie piattaforme in modo da creare dipendenza, il maxi-patteggiamento da circa 16,7-18 miliardi di dollari raggiunto da Meta con gli Stati Uniti per chiudere una storica causa legale che l'accusava di aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori ne è l'esempio più clamoroso , mentre i governi stanno iniziando a legiferare per cercare di mitigare i danni causati ai giovani dall’uso non regolamentato dei social media, dopo che le piattaforme non sono riuscite ad intervenire per arginarli.
Si discute anche del controllo delle piattaforme social per la propaganda, per influenzare e sovvertire elezioni politiche e processi democratici in tutto il mondo, alimentando al contempo divisione e odio e sacrificando la sicurezza delle persone sull’altare del profitto.

Per molti di noi i social media sono nati come uno strumento apparentemente innocuo per entrare in contatto con le persone, per documentare e condividere i momenti della nostra vita. Col passare del tempo, però, il loro ruolo è profondamente cambiato, poiché le aziende che gestiscono i social media sembrano aver progressivamente privilegiato la logica del profitto rispetto al benessere delle persone che le utilizzano.
Il fenomeno del doomscrolling ne è un esempio emblematico: quante volte ci siamo ritrovati a scorrere senza fine il feed, chiedendoci perché non riuscissimo a smettere? Molte piattaforme sono progettate proprio per creare dipendenza e spingono le persone a continuare a scrollare in modo da raccogliere dati e monetizzare. Allo stesso tempo, assistiamo alla crescente diffusione dell’incitamento all’odio online, con conseguenze che possono sfociare oltre lo spazio digitale e trasformarsi in violenza nelle strade.

Di fronte a tutto questo, è legittimo chiedersi quale sia la responsabilità delle aziende che gestiscono queste piattaforme.
Si intitola Safer Socials il sito dedicato e la campagna che si propone di coinvolgere le persone in una conversazione costruttiva e promuovere un confronto su ciò che sono diventati i social media oggi e su come potremmo lavorare insieme per fermare i danni che vediamo ogni giorno e costruire invece un futuro digitale migliore e più sicuro. Raggruppa organizzazioni, internazionali e locali, che contribuiscono a costruire e a promuovere un mondo social più sicuro, oltre ad aiutare persone di tutte le età a sviluppare abitudini più sane nell’uso dei social media. Tra queste le italiane infonodes.org  , Fondazione Carolina , Sloweb e Di.Te.  impegnate nel benessere digitale. Un luogo virtuale per permettere alle persone di unire la propria voce a quella delle associazioni che ogni giorno si battono per riprendere il controllo. E' una iniziativa di Lush, brand di cosmetici freschi e fatti a mano, presente nel Regno Unito, Unione Europea, Stati Uniti e Canada per richiamare l'attenzione sui danni causati dalle grandi piattaforme social e per indirizzare le persone verso gruppi e risorse utili a riprendere il potere dalle Big Tech e a creare le condizioni per social più sicuri. E non è un caso: cinque anni fa Lush ha scelto di smettere di utilizzare Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat e X ed è ad oggi l'unico brand globale e ad aver smesso di utilizzare queste piattaforme a fini commerciali, avendo peraltro una lunga storia decennale di campagne sull'etica digitale.

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