Per raccontare i fatti caldi di queste ore dobbiamo riavvolgere il nastro e tornare a quel fatidico 16 ottobre del 2025, giorno in cui, davanti alla casa del conduttore di Report Sigfrido Ranucci a Pomezia, era esplosa una bomba rudimentale, atto intimidatorio che aveva distrutto due auto del giornalista (una era della figlia appena rincasata) e acceso i riflettori sul lavoro e sulle inchieste del programma di Rai 3, uno dei titoli di punta della programmazione dell'azienda pubblica (con Milena Gabanelli prima e con il suo erede Ranucci poi). L'attentato era stato interpretato come conseguenza del lavoro del giornalista e della sua redazione, dunque come una vera e propria missione punitiva per i vasi di Pandora scoperchiati dalle inchieste della trasmissione: molti colleghi ed esponenti della politica, dopo l'attacco, si erano detti solidali a Ranucci, definito a più riprese un paladino della verità.
La svolta dopo l'attentato: dietro c'è Valter Lavitola
Nove mesi dopo - e con in mezzo l'arresto di quattro persone ritenute esecutrici materiali dell'attacco dinamitardo - le carte della vicenda si sono ribaltate: Valter Lavitola, imprenditore e amico di Ranucci, ha confessato di essere stato il mandante dell'attentato dopo mesi passati a negare il suo legame con il caso. Lo ha fatto, ha detto, per tutelare la incolumità del giornalista, da molti anni sotto scorta e oggetto di tentate aggressioni e attentati a causa del suo lavoro. Lavitola, not0 per la sua vicinanza a Silvio Berlusconi (di cui è stato faccendiere) e anche per il suo coinvolgimento in svariati procedimenti giudiziari (nel suo curriculum ci sono tra le altre cose accuse e condanne per estorsione, tangenti, associazione a delinquere), ha dunque ammesso di aver organizzato l'attacco per "il bene" dell'amico e per spingere le autorità ad aumentare il livello della sua sicurezza, anche se gli inquirenti stanno seguendo altre strade, come quella che vorrebbe Lavitola interessato all'ascesa politica del giornalista, assicurandosi un ruolo di primo piano nella sua escalation.
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La posizione di Sigfrido Ranucci, "sgomento" dopo la confessione
Il 10 agosto Lavitola è stato dunque arrestato al culmine di un periodo molto complesso in cui il conduttore di Report è finito sotto il bersaglio incrociato di più fronti: da un lato quello politico, che lo ha accusato velatamente di aver sfruttato questa amicizia fraterna per preparare il terreno della sua discesa in campo (accuse che hanno portato Ranucci a querelare per diffamazione aggravata chiunque abbia "trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un 'finto attentato' e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità"). Dall'altro quello della Rai, che prima ha sguinzagliato la sua Commissione per il Codice Etico, chiamata ad analizzare i comportamenti e il modus operandi di Ranucci e della sua redazione nell'ambito delle inchieste della trasmissione e poi si è presa del tempo per decidere il destino del format, in queste ore in bilico così come il suo conduttore.
Il destino di Sigfrido Ranucci
Ranucci, dal canto suo, si è dichiarato estraneo all'attentato e ha affermato di non conoscere le intenzioni di Lavitola e del suo factotum Clesio Tavares Gomes, anche lui coinvolto nel caso (è considerato il punto di raccordo tra la "squadra" operativa e la mente del piano). Il Gip ha confermato che il giornalista era all'oscuro di tutto e, anzi, lo ha definito parte offesa e "vittima della manipolazione dell'indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest'ultimo, dall'altro del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell'incriminazione dell’amico".
Il destino di Report
In queste ore l'amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi sta valutando il destino di uno dei format più noti e apprezzati del suo palinsesto, in Italia e all'estero. E mentre lo scenario giudiziario è ancora nebuloso, quello televisivo sembra biforcarsi tra due possibilità: da un lato, provata la sua estraneità ai fatti, il ritorno di Ranucci nello studio di Report; dall'altro la sua sospensione temporanea - che per molti anticiperebbe quella definitiva - dal programma, con un grosso punto interrogativo su chi potrebbe prendere il posto del giornalista. "La storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso identico modo non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l'ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta", ha scritto Ranucci in queste ore sul suo profilo Facebook citando e paragonando la sua situazione a quella di Aldo Moro, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Piersanti Mattarella in un post che si è attirato non poche critiche. Il livello di attenzione sul caso è dunque altissimo, focalizzato com'è su una delle trasmissioni più rilevanti del servizio pubblico e della tv italiana tutta che oggi vacilla sotto il peso di una vicenda dai contorni oscuri.
