Martedì pomeriggio alla Camera il centrodestra è stato battuto dall’opposizione in una votazione molto importante sulla legge elettorale. Il voto riguardava un emendamento promosso da Fratelli d’Italia e altri due partiti minori centristi della coalizione (Noi Modarati e l’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici). Era stato depositato lunedì, e si era subito capito che Lega e Forza Italia erano contrari: non avevano infatti condiviso la proposta, rifiutandosi di sottoscriverlo, nonostante le varie riunioni succedutesi nei giorni precedenti all’interno del centrodestra per favorire un’intesa.
L’emendamento riguardava in particolare l’introduzione delle preferenze, cioè il voto diretto dei candidati da parte dell’elettore, sia pure in un formato ibrido un po’ contorto. Era stato promosso in particolare da Fratelli d’Italia, sostenuto espressamente dal governo di Giorgia Meloni ed è stato bocciato con 188 voti contrari, mentre i favorevoli sono stati 187. Un solo voto di scarto, dunque.
Ma il centrodestra in aula, martedì, partiva da una maggioranza di circa 80 deputati: vuol dire che grosso modo quaranta esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, approfittando del voto segreto, hanno votato contro le indicazioni del proprio governo, di fatto contraddicendo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le regole della Camera prevedono infatti che sulle materie elettorali si possa votare a scrutinio segreto.
C’erano comunque dubbi diffusi anche nel gruppo di Fratelli d’Italia: per i parlamentari eletti senza preferenze, come quelli che siedono oggi alla Camera e al Senato, approvare un provvedimento che introduce le preferenze significa del resto porre una grossa incognita sulla propria possibilità di rielezione.
La sconfitta della maggioranza su un singolo emendamento non comporta necessariamente alcuna conseguenza diretta sul governo, che dunque potrà restare in carica. Ma è un fatto politico notevolissimo: Meloni infatti aveva investito moltissimo sulla riforma della legge elettorale, facendone una priorità assoluta del suo governo, tanto più dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia a marzo, e aveva fatto una propria battaglia politica anche dell’introduzione del sistema delle preferenze. L’essere stata dunque contraddetta dalla sua stessa maggioranza è per lei un grosso motivo di imbarazzo politico.
Subito dopo il voto sono intervenuti i principali leader delle opposizioni presenti in aula: Elly Schlein del PD, Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle, Maria Elena Boschi di Italia Viva e Riccardo Magi di +Europa sono stati tutti compatti nel chiedere a Meloni di prendere atto di questa sostanziale sfiducia da parte della sua maggioranza e di dimettersi. Da parte del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, c’è stato subito il tentativo di ridimensionare l’incidente. Il tutto, in un’aula della Camera terribilmente agitata e sovreccitata: con urla, schiamazzi, proteste e polemiche accalorate.
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