Il laboratorio politico di Roma, l’asse tra Gualtieri e Conte rilancia la Capitale anche come modello nazionale

La prima "provetta", oltre 30 anni fa, fu la sfida Rutelli-Fini. Autunno del '93, ultimi strascichi di una Prima Repubblica che era già quasi la Seconda, match inedito, il primo per l'elezione diretta di un sindaco che segnò due punti di (quasi) non ritorno: la nascita di un centrosinistra riformista, che unisse esperienze politiche non solo ex comuniste (Rutelli era un radicale, leader dei Verdi) e quella embrionale sia del centrodestra - famoso fu l'endorsement di Berlusconi ancora non in politica per Fini - ma anche della destra, che era ancora quella dell'Msi, di governo.

Ma poi, via via, negli anni, Roma è sempre stata un "laboratorio politico", spesso anticipatore delle tendenze nazionali. Fino ad oggi, campagna elettorale per le Comunali '27 dove, come hanno anticipato Messaggero e Corriere.it, la strada sembra segnata: Gualtieri con Conte, Pd più M5S, per sancire la fine della "guerra delle arance" tra i due partiti, che una decina di anni fa erano come cane e gatto.

E, insieme a dem e pentastellati, un campo che si preannuncia "larghissimo": tutti i "centristi" - i renziani di Italia Viva (o Casa riformista), Progetto civico di Alessandro Onorato (che è già assessore con Gualtieri), quelli di Più Uno del duo Gabrielli-Ruffini, i calendiani di Azione - con la sinistra di Avs e forse anche Rifondazione.

Uno schema di gioco che va oltre quello nazionale, che si ferma alle colonne d'Ercole di Calenda, fuori dal perimetro del centrosinistra. Una formula che riporta Roma al centro dello scacchiere, a maggior ragione se elezioni comunali e nazionali dovessero essere divise: in quel caso, il Campidoglio infatti verrebbe prima.

Una centralità che Roma, negli anni, ha sempre avuto. Non solo per Rutelli-Fini, ma anche per quel "modello Roma" costruito negli anni veltroniani, nel quale governo nazionale e locale cooperavano su alcuni grandi temi cittadini.

Modello naufragato di fronte all'avanzare dell'emergenza sicurezza e campi rom, sfociato con l'uccisione della signora Reggiani a Tor di Quinto a fine 2007, e recuperato nella sua parte più nobile con il "metodo Giubileo" visto recentemente, tra Meloni-Mantovano (Palazzo Chigi) e lo stesso Gualtieri.

Vedi l'operazione piazza Pia (ma non solo), fiore all'occhiello dei lavori giubilari.

Ma la Capitale è stata "laboratorio" anche di altre esperienze politiche, anche se magari con luci ed ombre. La destra di governo è nata proprio nella Capitale, con le vittorie prima di Silvano Moffa alla Provincia (1998), poi di Francesco Storace alla Regione Lazio (2000) e quella più significativa di Gianni Alemanno nel 2008.

Ma anche i Cinquestelle di governo sono nati qui, alle pendici del Campidoglio, con il trionfo di Virginia Raggi nel 2016, e se vogliamo anche con l'entrata dei pentastellati nella giunta della Regione Lazio con Zingaretti, anticipo del governo giallo-rosso, cioè il Conte bis.

Perché se "Sanremo è Sanremo", Roma è Roma. Quello che accade qui, se non risuona nell'eternità (sulla politica non esageriamo...), comunque ha inevitabilmente un riflesso nazionale importante.

Sempre Veltroni, nel 2008, fece fuori dalla coalizione nazionale la sinistra (all'epoca era Sel, Sinistra ecologia e libertà) e i "compagni" - così almeno si disse - si vendicarono al ballottaggio di Roma, due settimane dopo, boicottando Rutelli (qualcuno dice di più, che votarono per il "camerata" Alemanno, ma magari erano dicerie...).

Riforme e vertici

Ma per Roma, inevitabilmente, passa anche altro, non solo le alchimie politiche o le formule dei partiti. Un appuntamento, infatti, è già segnato con un circoletto rosso: 25 marzo 2027, i 70 anni dei Trattati di Roma, l'atto che istituì l'Unione Europa, che saranno celebrati con un Consiglio Europeo straordinario. Evento che dà anche un possibile timing sulla durata del governo, ma al contrario rispetto ad alcune voci circolate. Meloni arriverà a quella data da premier e - in teoria - per votare a fine maggio, dovrebbe dimettersi subito dopo aver ricevuto i grandi dell'Europa nella Capitale. Possibile? Tutto è possibile, ma al momento appare improbabile. Tanto che anche al Nazareno, quartier generale del Pd, fanno i conti con il fatto che la premier tirerà fino alla fine della legislatura. Altro indizio, Roma Capitale: la maggioranza l'ha riportata in commissione, per arrivare ad un primo sì a febbraio, sperando ancora di chiudere la riforma entro la fine del mandato. Si vedrà. Per ora un fatto è certo: tutte le strade, anche della politica, portano a Roma.

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