CAVARENO. A volte ritornano. E per fortuna. A volte riescono anche a ritornare "a casa" contraddicendo - e c'è da rallegrarsi - il detto triste del "Nemo propheta. in patria". E' dunque da salutare come piccolo/grande evento la mostra che Alberto Larcher, mosaicista coi fiocchi, inaugurerà giovedì nel tardo pomeriggio a Cavareno. Ad uno sputo da dove vive - lui è di Sarnonico - ma nel paese che gli sta dentro il cuore poiché di Cavareno era il padre, conosciuta e apprezzata Guardia Forestale.
A Cavareno sarà la vecchia, bella, chiesa di Santa Maria Maddalena ad ospitare fino al 23 agosto otto degli innumerevoli mosaici creati da Larcher nel corso di parecchi decenni dedicati alle "tessere" di vita che messe l'una accanto all'altra in un magico gioco di intrecci e materiali "poveri" esprimono ideali, sentimenti, sogni, illusioni, aspirazioni, rabbia per un mondo in totale deriva ma anche (inevitabile e salvifica) il dovere di una speranza che si può tradurre solo con la parola impegno. La sede espositiva, oggi comunità anaune di Cavareno, merita un'attenzione pe la particolarità architettonica e storica del luogo ma anche per la suggestione ulteriore che garantisce alla qualità e al senso delle opere di Larcher.
Non a caso - nel presentare la mostra - Massimo Parolini sottolinea la capacità di dialogo tra spazio ed arte affidata agli otto mosaici scelti da Larcher. La chiesa di Santa Maria Maddalena passò dal culto a scuola (dal 1888), poi a metà Novecento divenne albergo. E non è tutto perché fu perfino trasformata in negozio di alimentari prima della funzione attuale di Casa Civica. Non è dunque un luogo qualsiasi, e tantomeno un luogo indifferente, per un artista legato "anima e core" con il suo territorio e la sua storia.
Aberto Larcher, il professor Larcher, è da poco tempo in pensione dopo aver istruito alle tecniche del mosaico ma soprattutto all'espressione della sensibilità schiere di studenti dell'Istituto d'Arte Vittoria (oggi liceo). Quella del mosaico non è un'arte semplice per come e per quanto richiede un'attenzione felicemente maniacale al particolare, ad un uso dei materiali che nelle mani di Larcher si fa di volta in volta più ecologico nel senso irrinunciabile del recupero e della trasformazione di quel che andrebbe perso in nuova vita. E nuova forma.
Possono sembrare paroloni (e in questo caso il critico/amico Parolini andrebbe a nozze) ma in fondo basta fermarsi davanti ad uno qualsiasi dei lavori con i quali Larcher ha ormai affollato il suo scantinato/laboratorio/opificio di Sarnonico, per meravigliarsi di come cocci, chiodi, metalli, tappi, biglie, piatti, bicchieri, vetri e quant'altro regalano le discariche e lo "scarico" degli amici e dei parenti possano diventare un racconto personale e collettivo. Di come il passato (e più di tutto il "buttato", quello che pare inutile) possa diventare presente, attualità, dentro mosaici che esprimono sì l'abilità e la creatività di un artista ma più di ogni altra cosa i suoi ideali: pace, solidarietà, altruismo, quel buonsenso e quel buon gusto che nel quotidiano orrendo cui siamo condannati suonano come eresia, come illusione ma che invece sono l'unica ancora alla quale aggrapparsi per non contribuire (nel disinteresse o nel fatalismo) alla corsa verso il precipizio. Ma non è solo filosofia (benedetta in questo caso, applicata all'arte).
Quel che i visitatori potranno scoprire nella mostra dei mosaici di Alberto Larcher è un meraviglioso allenamento alla sorpresa: rendersi contro di come un mosaico si può vedere più e più volte per trovarlo ogni volta diverso negli intrecci di ogni piccolissimo pezzo, nell'inventiva delle soluzioni, degli accostamenti dei pezzi e dei pezzetti, nel gioco del "piccolo" (i tasselli, le tessere con tutta la fatica dei tagli e dei calli per produrli da ogni tipo di "scarto") che diventa grande: il grande messaggio di ogni lavoro, di ogni mosaico. Questa sorta di magia, questo artigianato di tutto il riciclabile ad alto tasso di creatività, deve essere rimasta impressa ai tanti visitatori delle mostre che Larcher ha allestito a Trento nel 2025 e nel 2026.
La prima grazie al mecenatismo ormai raro di Luca Beltrami, architetto anche di amicizie solide, che da tempo trasforma la sua casa in "galleria" per chi apprezza e per chi ha davvero da dire attraverso le arti che non hanno il solo mercato come principale riferimento. La seconda a Torre Mirana: un successo (a partire dal vernissage affollato) che ha testimoniato quanto l'artista di Cavareno ha saputo seminare dentro e fuori una scuola (ma non solo nella scuola) dove ha dato tutto e forse anche di più.
"Nell’arte del mosaico - scrive ancora Massimo Parolini nella presentazione della mostra di Cavareno - non c’è nulla di certo, completo, scontato e definitivo. Poggiando l’atto creativo sul dubbio e sulla provvisorietà. Oggi, più che mai, nella frammentazione dilagante dei valori, degli ideali, del senso dell’esistenza, in un diluvio digitale di immagini e informazioni, serve l’arte del riaggregare, ricomporre, ricucire, nei tempi lenti dell’antica arte del mosaico, affinché l’uomo ritrovi il suo centro". Parole (anzi Parolini) centrate. E sentite. Semplificandole con umiltà si possono ridurre ad un solo concetto, semplice a dirsi ma complicatissimo da realizzarsi. Il concetto dell'arte come stimolo per non accettare l'impotenza di fronte al peggio del peggio che avanza nella società, nella cultura, nel ridurre l'ambiente a cloaca, i rapporti umani ad un "like".
E qui - con le scuse anticipate per il saccheggio e la manomissione - torna utile, ancora, Parolini nella presentazione dei mosaici a Cavareno. "Ecco allora emergere “Venezia”, omaggio musivo alla città (assieme a Spilimbergo) in cui Larcher si rifornisce di smalti in pasta vetrosa e oro: «Perché noi andiamo e la bellezza resta» (frase inserita nell’opera, quale citazione dal prezioso trattato dell’occhio Fondamenta degli incurabili di Iosif Brodskij). La “pratica” dell’artista noneso è l’esercizio di uno sguardo: se, sempre in Sini, “la ricerca della verità è per sua natura simbolica, perché si realizza nel tentativo di ricomporre un’unità che non è mai astratta, ma si manifesta nell’atto stesso della ricomposizione” (come nello specchio infranto di Dioniso), i mosaici di Larcher si pongono proprio in tale atto di incollaggio e riconciliazione, quale atto sentito come necessario. In un mondo che corre veloce, che vuole spiegare tutto e mettere ordine ovunque, che propende per un’ esistenza artificiale e omologata” annota Larcher “quello che mi interessa è ancora l’ Umano e quel sempre crescente bisogno di meraviglia”: ecco l’invito musivo “Restiamo umani” (appello con cui il reporter e attivista Vittorio Arrigoni concludeva i suoi articoli dal fronte e i suoi reportage da Gaza, ma anche eco di quel “Resta, umano, con noi” dei zanzottiani versi di Sul Piave, da IX Ecloghe). E allora lo sguardo transita spesso verso gli ultimi, i rifiutati, gli scartati, rendendoli tessere protagoniste di una finestra musiva, conscio che accettare le ombre degli altri porta ad abbracciare le proprie, come ci insegna Carl Gustav Jung, perché accettando gli altri, i diversi, i rifiutati, i marginali, accetteremo noi stessi, anche nelle nostre zone oscure e inconsce, nel rovesciamento “sottosopra” dell’anima musiva. E’ il passaggio dall’Io al Sé, dall’essere frammentari al divenire parte di una totalità superiore, che ci chiama per completarci, tessere di un mosaico sacro, perché, come ricorda Hugo von Hofmannsthal: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie» (Il libro degli amici)".
Se la descrizione non bastasse, un solo consiglio (quasi un ordine) che per la verità è una specie di "interesse privato (per stima) in ...arte pubblica". Il consiglio: fare un salto alla chiesa/mostra di Cavareno, meglio dopo un immersione nell'intensità della natura alto nonesa. La mostra - realizzata in collaborazione con il Comune di Cavareno e con il Circolo culturale "Non tiscordardimè" sarà aperta dal 14 agosto tutti i giorni dalle 10.30 alle 12, dalle 17 alle 18.30 e dalle 20.30 alle 22. All'inaugurazione di giovedì 13 alle 18.30 anche l'accompagnamento musicale con il flauto di Pan di Carlo Martini.