In tribunale a Varese la difesa di Manfrinati: “Quel giorno a Casbeno si comportò da uomo disperato”

Generico 13 Apr 2026

C’è una verità emersa dalle terribili immagini che hanno immortalato il tentato omicidio di Lavinia Limido il 6 maggio 2024 a Casbeno. Sono dati oggettivi, cristallini: il coltello, i fendenti e poi l’omicidio del padre Fabio Limido, raccontato anche dai testimoni. Ma esistono fatti pregressi che, secondo l’accusa e la parte civile del processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Varese, costituiscono il fondamento di quella violenza sfociata nell’omicidio e nel tentato omicidio pluriaggravati.

Ed è proprio da qui, dalla ricostruzione del pregresso e da una diversa lettura di quei fatti, che il difensore di Marco Manfrinati, l’avvocato milanese Elio Giannangeli, è partito nella sua arringa per cercare di smontare la tesi accusatoria. Al centro della discussione, la paura della famiglia Limido-Criscuolo nei confronti dei comportamenti attribuiti a Manfrinati, comportamenti che, secondo la difesa, non sarebbero mai esistiti.

Seguendo questa linea, Giannangeli ha parlato di macchinazioni, messaggi cancellati e ha richiamato la decisione di Lavinia di lasciare la casa familiare di Busto Arsizio insieme al figlio della coppia, presentando una denuncia per maltrattamenti in famiglia, poi archiviata. Una denuncia che, secondo il difensore, sarebbe servita a enfatizzare una situazione di violenza «che non esisteva ed è stata smentita dai testimoni: Lavinia non era una donna maltrattata, ma una donna che voleva tenere con sé il figlio».

Su questa ricostruzione si è sviluppata la discussione difensiva, iniziata venerdì mattina poco prima delle 10 con l’imputato presente in aula. Manfrinati, in camicia chiara a quadretti, barba di qualche giorno e capelli corti e curati, ha mantenuto per tutta l’udienza un atteggiamento composto, tradito al massimo da qualche cenno di assenso nei momenti più significativi dell’arringa del proprio legale (nella pausa ha salutato, avvicinandosi, i genitori e il fratello, commossi).

In particolare quando il difensore ha parlato della «strategia» che, a suo dire, sarebbe stata orchestrata dalla famiglia Limido-Criscuolo per mantenere la custodia del bambino, un «metodo» volto a tenere lontano Manfrinati.

«È da qui – ha spiegato Giannangeli – che la personalità fragile di Marco Manfrinati si spezza. Da gennaio 2023 in avanti Manfrinati comincia letteralmente a “sbarellare”. È una strategia che lo porta alla completa distruzione di sé».

Parallelamente, nella ricostruzione della difesa, alle denunce per maltrattamenti e stalking si affianca il procedimento civile di separazione, nel quale il tribunale dispone una consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) per valutare le capacità genitoriali dei due coniugi. «A quella Ctu Marco Manfrinati si aggrappa con tutte le sue forze», ha sostenuto il difensore.

Poi arriva il deposito della consulenza, il 2 maggio 2024. Secondo Giannangeli, il documento prevedeva che Manfrinati non potesse vedere il figlio fino alla conclusione dei procedimenti penali in corso. Ma, ha sostenuto il legale, «Marco non ne conosceva ancora il contenuto: fino alla mattina del 6 maggio non aveva saputo che non avrebbe potuto vedere il figlio».

Per la difesa questo rappresenta l’elemento decisivo per comprendere quanto accaduto in via Menotti. Solo la mattina del 6 maggio, infatti, si sarebbe verificata «un’esplosione»: l’imputato avrebbe preso coscienza di non poter più vedere il figlio «sine die». «È questo il vero elemento trigger», ha sostenuto Giannangeli.

Da quel momento, secondo la difesa, Manfrinati sarebbe andato completamente fuori controllo. Aveva già preparato la casa di Gazzada Schianno per accogliere il bambino, ma quel progetto sarebbe definitivamente svanito. «Si è visto come un uomo disperato», ha affermato il legale.

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Nella parte conclusiva dell’arringa, Giannangeli si è concentrato sulla qualificazione giuridica dei fatti, affrontando il tema delle aggravanti. «Non affronto nemmeno la questione della legittima difesa. Il punto riguarda la determinazione della pena e la sussistenza delle aggravanti. Ne va della vita dell’imputato», ha esordito.

Tra queste, la principale è la premeditazione.

«La ratio della premeditazione si fonda sulla possibilità dell’imputato di costruire un percorso organizzato e ponderato. Nel caso di Manfrinati questo elemento manca. Ci troviamo di fronte a uno stato psicologico che muta nel giro di due ore. Non è un uomo che prende atto di uno scenario catastrofico nell’arco di giorni o anche solo di una notte: è un impulso improvviso. Al massimo si può parlare di preordinazione, non di premeditazione. Un laureato quarantenne non esce dall’auto con cappellino e mascherina per mettere in atto una scena così pasticciata, arrivando perfino a usare l’auto per investire il suocero».

Quanto all’omicidio di Fabio Limido, la difesa ha sostenuto che «vi sia stata una reazione» e che, «pur a fronte di una grande ferocia, l’imputato sia trasceso». Anche in questo caso, secondo Giannangeli, «non può parlarsi di premeditazione». Per la difesa non sussistono inoltre né l’aggravante della crudeltà né quella dello stalking.

«Il modo più rispettoso per rendere giustizia in questo processo è applicare la legge», ha concluso l’avvocato Giannangeli, chiedendo alla Corte di escludere le quattro aggravanti contestate e di riconoscere le attenuanti generiche e della seminfermità mentale.

Una ricostruzione puntigliosa atta a scardinare le parti più insidiose dell’impianto accusatorio – le aggravanti – , dunque. Sul punto nell’udienza di venerdì, in aula non ha parlato che il difensore dell’imputato. Ma a margine dell’udienza l’avvocato Fabio Ambrosetti (video sopra) ha voluto sottolineare alcuni aspetti ascoltati in sede di discussione: «La ricostruzione in fatto è stata quasi esclusivamente un processo a Lavinia. Mi chiedo se sia veramente necessario fare sempre i processi alla vittima o se sia un retaggio culturale che si dovrebbe abbandonare».

Si torna in aula il 24 settembre per repliche e sentenza.