Nelle prossime settimane la Repubblica islamica dell’Iran potrebbe ricevere circa 400 sistemi missilistici anti-aereo trasportabili a spalla (Manpads) di fabbricazione cinese ad un costo di circa 70 milioni di dollari. Lo riferisce l’agenzia Reuters, citando tre diverse fonti anonime, secondo cui questi sistemi, in particolare QW12 ed FN16, sono stati acquistati da Teheran attraverso la sigla di un accordo con la Zhongqing Baoshang International Investment (ZBII), azienda di Hong Kong che ha agito da intermediario coi fornitori di Pechino.
In questo senso, laddove il Ministero degli Esteri cinese ha prontamente definito la notizia “priva di fondamento”, la Zhong Qing Bao Shang Group, azienda madre pechinese della ZBII, non ha risposto alla richiesta di chiarimenti da parte dell’agenzia di stampa. Anche il Pakistan, menzionato nel report come Paese coinvolto nella consegna di questi sistemi – che viaggerebbero verso quest’ultimo per via aerea dalla città cinese di Urumqi, capoluogo dello Xinjang, per poi essere trasportati via terra in Iran – ha seccamente smentito il proprio ruolo nella vicenda.
I sistemi Manpads costituirebbero in un certo senso ossigeno per le capacità difensive della Repubblica islamica, fortemente degradate durante le prime fasi del conflitto. Secondo gli analisti militari, si tratta di strumentazioni particolarmente utili per Teheran, in ragione non solo della loro nota manovrabilità ma anche perché, rispetto alle batterie anti missilistiche fisse (come le stesse Bavar 373 iraniane che tuttavia sono a loro volta molto mobili, essendo spesso montate su veicoli), possono essere facilmente nascoste e spostate da contenute squadre di operatori.
Nello specifico, i QW12 e gli FN16 hanno dei sistemi ad infrarossi e sono particolarmente indicate contro aerei che volano a bassa quota, elicotteri e droni, costringendoli a volare ad altitudini maggiori e riducendone così l’efficacia. Sebbene il report ipotizzi un interesse iraniano anche per le più avanzate varianti, come i QW18 e i QW19 – nonché anche missili cruise anti-nave a cui l’agenzia aveva accennato qualche settimana fa -, al momento la notizia non trova conferme.
Un simile sviluppo non sarebbe ovviamente in grado di cambiare gli equilibri strategici del conflitto ma renderebbe senza dubbio più costose le operazioni aeree americane, coerentemente con la dottrina iraniana del logoramento nemico. Anche per Pechino queste operazioni sono in linea con l’approccio adottato rispetto ai dossier internazionali, n particolare la guerra in Iran: mantenere un certo livello di sostegno indiretto a Teheran, in modo da alimentarne le capacità difensive e la resilienza (imponendo così costi più alti a Washington), evitando però qualunque coinvolgimento diretto, al fine di poter continuare a sostenere di essere estranei alla guerra. Non è forse un caso, in questo senso, che non vi siano attualmente conferme nella fornitura di sistemi che verrebbero percepiti come portatori di un salto qualitativo nelle difese e nelle capacità militari iraniane, come ad esempio batterie HQ9, velivoli da addestramento avanzato e caccia multiruolo, come il Chengdu J10.
Il contributo cinese alle capacità difensive e militari iraniane non si esaurisce con questo tipo di armamenti ma, come noto, si estende ad altre tecnologie, spesso dual use. Un esempio è il settore dell’intelligence geospaziale e dei satelliti. Lo scorso febbraio, ad esempio, i media iraniani avevano per la prima volta pubblicato un video ad alta risoluzione della base aerea di Muwaffaq Salti, situata a Zarqa, in Giordania, accompagnato dalla minaccia di prenderla di mira nel caso gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare l’Iran, come poi effettivamente avvenuto.
In quel caso, grazie al satellite cinese MizarVision, Teheran era venuta a conoscenza in tempo reale dell’arrivo alla base di decine di velivoli militari, tra cui F-35A, F-15E Strike Eagles e A-10C, droni Mq-9, oltre a ulteriori batterie antimissilistiche THAAD, così come i movimenti delle portaerei e della flotta navale americana. Immagini satellitari, modelli tridimensionali del terreno, aggiornamenti delle infrastrutture e supporto all’identificazione degli obiettivi. In quel caso, gli Stati Uniti avevano persino sanzionato alcune aziende cinesi, accusandole appunto della fornitura di intelligence geospaziale a Teheran.
Un altro esempio è il settore della navigazione satellitare. Da qualche mese, Pechino mette a disposizione di Teheran anche l’accesso privilegiato alle esclusive integrazioni militari del propri sistema satellitare denominato Beidou (alternativo al GPS controllato dagli Stati Uniti, il cui utilizzo da parte iraniana esponeva ad una certa vulnerabilità strategica). Secondo Washington, l’Iran ha integrato il sistema Beidou con Gps (americano) e Glonass (russo), aumentando la sicurezza della propria navigazione nel caso in cui il Gps stesso fosse disturbato dalle tecnologie americane e migliorando la precisione dei propri missili e droni.
Ci sarebbero infine le forniture, da parte della Cina, di componenti e tecnologie dual use, come semiconduttori, sensori, ottiche, materiali per motori dei razzi e varia componentistica impiegabile nella produzione locale di droni e missili balistici.