Il primo fu Roosevelt Bouie, da Kendall, stato di New York, nella lontana estate del 1982; l’ultimo, in ordine cronologico, si chiama Kenneth "Speedy" Smith, ingaggiato lo scorso 24 luglio. Argomento: i giocatori stranieri ingaggiati dalla Pallacanestro Reggiana in 44 anni di percorso nell’elite del basket italiano: 174 in tutto. Alcuni hanno lasciato memoria imperitura e giocate mitologiche, altri sprazzi luminosi qualcuno è stato presto dimenticato, anche perchè col basket di alto livello aveva poco a che spartire.
La provenienza. La stragrande maggioranza è targata Usa. Dagli Stati Uniti sono arrivati a calcare il parquet di via Guasco ben 117 atleti. A seguire la nazionalità più rappresentata è quella lituana: 6 giocatori. Quattro gli elementi arrivati da Serbia e Argentina; a ruota, con 3, Francia, Lettonia, Repubblica Ceca e Spagna. Un paio, a testa, sono giunti da Bulgaria, Finlandia, Georgia, Gran Bretagna, Nigeria, Senegal e Slovenia. 17, infine, i Paesi che hanno visto indossare la canotta della Pallacanestro Reggiana da un singolo giocatore: Austria, Bielorussia, Canada, Colombia, Croazia, Guadalupa, Grecia, Israele, Malta, Messico, Paraguay, Polonia, Repubblica Dominicana, Russia, Sud Sudan, Ungheria, Zimbabwe.
I più fedeli. Due sono gli atleti dal matrimonio più lungo con Reggio: Mike Mitchell, sette stagioni, con 244 presenze, e Roosevelt Bouie: 7 annate anche per lui e 234 gare disputate. Rimase poi a vivere nella nostra città ancora a lungo. Al terzo posto il lettone Ojars Silins, arrivato poco più che ragazzo e uscito maturato come uomo e giocatore (201 presenze in cinque annate) poi Alvin Young, con 158 gare giocate e Rimantas Kaukenas, 150. Jaylen Barford, con 96 presenze, è l’atleta con più presenze che tuttora veste il biancorosso.
I top scorer. La classifica la guida il "Professore" Mike Mitchell, con 6460 punti a quasi 27 di media per gara, piazza d’onore per Roosevelt Bouie: 4316 punti e 18 di media, poi Alvin Young, 21 punti per match, 3291 in totale.
Campioni e bidoni. Oltre al trio già ricordato, Mitchell, Kaukenas, Young, con il primo, non ce ne vorranno gli altri, indiscutibilmente il più amato, altri grandissimi campioni sono passati da Reggio: come dimenticare, giusto a titolo d’esempio, l’eleganza e il tiro mortifero di Bob Morse, la classe di Darjus Lavrinovic, le serate di gloria regalate da Terrel Mc Intyre o, più di recente, l’aver potuto ammirare al PalaBigi un giocatore del calibro di Kenneth Faried. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Senza voler infierire, i nomi di Sasha Milosserdov, Derrick Taylor, Peter Van Elswyk, Melvin Newbern o, più di recente, R.J. Nembhard o D.J.Funderburk, sono stati presto dimenticati, e non solo a Reggio. E ai più poco diranno le meteore Claude Gregory, fine anni ’80, o Bassirou Niang, il quale dopo l’ennesima gara mediocre fu lasciato direttamente in aeroporto con un biglietto per l’immediato ritorno a casa.
I fuggitivi. Coloro che arrivarono a Reggio per brillare, ma se ne andarono in silenzio nella notte: l’ex Nba Vincent Askew mirava a palcoscenici più alti e tradì l’impegno preso con Reggio scappando da un giorno all’altro. Louis Orr, dal carattere chiuso e ombroso, smise di dare notizie di sé, e nessuno riusciva a trovarlo. Si temette anche il peggio, ma in realtà il ragazzo si era semplicemente fatto di nebbia prima di tornare negli Usa. Meteore reggiane. Una coppia su tutte: C.J Watson, mediocre a Reggio agli esordi ma che poi seppe costruirsi una carriera da onesto mestierante in Nba, e Tony Massenburg: che in biancorosso non riuscì proprio a mostrare quelle qualità che poi ne fecero un gregario di lusso dall’altra parte dell’oceano.
Padri d’arte. L’ultimo capitolo è per quei giocatori che a Reggio si espressero molto bene ma la cui fama generale è stata superata dalle carriere degli eredi. Parliamo di Joe Bryant, padre del miglior giocatore Nba della prima decade del 2000, il compianto e reggiano d’adozione, Kobe Bryant, e di Rudy Hackett, che ha trasmesso il suo Dna al figlio Daniel, il quale ha saputo poi sfruttarlo al meglio.