L'aspettativa di vita in Italia non è mai stata così alta come ora che ha raggiunto il massimo storico di 84,18 anni. Un dato medio che si articola in 81,5 anni per gli uomini e 85,6 anni per le donne. La popolazione femminile, dunque, è più longeva, ma con una vita lavorativa più breve di quella dei maschi. Lo dicono i dati che Eurostat ha pubblicato sulla durata prevista della vita lavorativa nei Paesi Ue.
La vita lavorativa media attesa è di 37,5 anni
Se nel 2025 la durata media attesa della vita lavorativa per le persone di 15 anni e più nell'Ue ha raggiunto 37,5 anni (era pari a 37,2 anni nel 2024 e a 35,2 anni nel 2016), resta evidente il divario di genere: le proiezioni ci dono che gli uomini (39,5) dovrebbero lavorare in media circa quattro anni in più delle donne (35,4). Dati che, guardando ai singoli Paesi, subiscono delle oscillazioni notevoli.
Dove lavorano di più le donne?
Nei Paesi Bassi (45,9), in Svezia e in Danimarca (entrambe 44,5) e in Irlanda (43,4) gli uomini hanno le vite lavorative più lunghe, di contro le vite lavorative maschili più brevi si registrano in Bulgaria (35,9 anni), Romania (36,0) e Croazia (36,3). Per quanto riguarda la popolazione femminile, questa lavora più a lungo in Svezia (42,3 anni), nei Paesi Bassi (41,9) e in Estonia (41,8), mentre le vite lavorative più brevi per le donne dell'Ue sono in Italia (28,4), rispetto ai 37,3 anni degli uomini. Nove anni di differenza che pongono l'Italia all'ultimo posto prima della Romani, dove le donne hanno un'aspettativa di lavoro di 29,1 anni e Grecia, terzultima con 31,8 anni.
La maternità non come volano, ma come zavorra
Eurostat precisa che questi valori non riflettono le età pensionabili previste dalla legge, gli obiettivi dei governi in carica o misure prescrittive su quanto a lungo le persone devono o dovrebbero lavorare. Descrivono invece "modelli osservati di partecipazione al mercato del lavoro" cioè il tempo effettivo di permanenza di una persona nel mercato del lavoro, compresi gli eventuali periodi di disoccupazione. In tal senso, se in Italia le donne restano a lavorare di meno è perché esistono dei fattori di impedimento che spesso, lo dicono i dati, subentrano con la maternità. Non sostenuta dal governo con politiche convincenti (come il congedo parentale obbligatorio), la genitorialità diventa una zavorra tutta a carico delle neo-mamme.
Carriera o figli
L'arrivo del primo figlio obbliga infatti tante donne a rinunciare al proprio stipendio — spesso il più povero della famiglia — per occuparsi della prole e della casa. Chi non esce dal mercato del lavoro dopo la maternità, opta per un part-time involontario per mancanza di servizi pubblici come asili. Al lavoro di cura dei figli, si aggiunge poi quello di assistenza di un genitore malato, che ancora una volta ricade maggiormente sulle donne, di fatto obbligate a compiere una scelta tra carriera e vita privata.
Stipendi più bassi, pensioni più povere
Chiamate a rinunciare al proprio lavoro, molte abdicano alla propria indipendenza economica con le conseguenze talvolta drammatiche che purtroppo conosciamo di violenze, maltrattamenti e abusi. Meno anni di lavoro, significa meno reddito nell'arco della vita, meno contributi versati e, di conseguenza, una pensione più povera di circa il 34% secondo i calcoli dell'Inps. Un destino a cui le donne non riusciranno a sottrarsi se la cultura aziendale non cambierà. Perché non basta un ulteriore innalzamento dell'età pensionabile per avere più donne nel mercato del lavoro. Non ci servono lavoratrici di 80 anni alla scrivania, ci serve che le neo-mamme siano sostenute e messe nelle condizioni di non perdere il posto di lavoro dopo il primo figlio.

