Inchiesta Cpr, Cucchi contro i pm: "Acquisite le mie conversazioni, non ho nulla da nascondere"

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La senatrice di Avs lamenta la violazione dell’articolo 68 della Costituzione per l’acquisizione delle interlocuzioni con l’infettivologo Cocco, indagato: ma i messaggi sono stati filtrati per parole chiave.

La senatrice di Avs lamenta la violazione dell’articolo 68 della Costituzione per l’acquisizione delle interlocuzioni con l’infettivologo Cocco, indagato: ma i messaggi sono stati filtrati per parole chiave.

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In un post pubblicato su Facebook venerdì sera, la senatrice Ilaria Cucchi di Avs si era rivolta direttamente al pubblico ministero di Ravenna titolare dell’inchiesta (senza farne esplicitamente il nome) in relazione alle perquisizioni scattate mercoledì mattina a carico di 23 medici di varie città italiane. Tra questi, Nicola Cocco (nella foto sotto), infettivologo di Varese e in servizio a Milano oltre che noto attivista sul fronte del no ai cpr e fin qui unico indagato del nuovo filone (per associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione dei certificati di idoneità ai cpr, i centri di accoglienza per il rimpatrio).

In particolare la senatrice con le sue parole voleva lamentare un "atto che va contro l’articolo 68 della Costituzione, e lo ha fatto consapevolmente". Parole forti che la senatrice aveva ricollegato nello specifico alla acquisizione delle "mie conversazioni telefoniche con il dottor Cocco" concludendo il suo intervento con la sua foto corredata dalle scritte "non ho nulla da nascondere" e "intimidazioni".

In una nota vergata nella tarda mattinata di ieri, la parlamentare ha poi rimarcato il concetto: "L’articolo 68 è stato violato. Le conversazioni rimarranno patrimonio della Procura, perché ritengo sia giusto così. Non solleverò il conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale. Acconsentirò all’utilizzo di quella chat e di quelle conversazioni. Non ho nulla da nascondere".

Nel complesso, accuse molto precise e potenzialmente assai gravi visto che fanno riferimento alla Costituzione. E che tuttavia sembrano collidere con il sistema tecnico usato per le perquisizioni informatiche. Durante quella a carico di Cocco - che, come le altre, è stata disposta dalla procura ravennate -, non è stata fatta alcuna copia forense dell’apparecchio dell’indagato. Ma, come accaduto già in precedenza, sono state estrapolate in automatico, grazie alla ricerca dalla schermata iniziale, solo quelle chat (una quarantina in totale) che contenevano alcune parole chiave (vedi ad esempio “cpr”, “non idoneità, “certificati” e altro).

Un sistema già adottato in precedenza in questa inchiesta e che, come tale, evita proprio che conversazioni personali di nessun interesse probatorio possano essere lette dagli inquirenti (immaginiamo che alla luce del suo ruolo, Cocco nel telefonino avrà intrattenuto decine se non centinaia di conversazioni con altre persone su tematiche eterogenee).

Ciò significa che gli agenti della squadra Mobile non hanno avuto bisogno di visionare le conversazioni né tantomeno di selezionarle sulla base dei nomi visto che la selezione l’ha fatta il sistema (cioè la prima schermata Whatsapp: chiunque può fare un esperimento simile sul proprio cellulare) sulla base di parole-bersaglio esplicitamente indicate nel decreto. Immaginiamo inoltre che la senatrice fosse stata salvata, come facciamo tutti noi sui nostri telefonini, non con il suo titolo da parlamentare ma magari semplicemente con il nome o il cognome o anche con entrambi: cioè non immediatamente riconoscibile nel suo ruolo istituzionale.

Quando, in seguito al post pubblicato l’altro ieri su Facebook, è emerso che tra le chat c’era anche la sua (c’è pure quella di un’altra parlamentare: la deputata Francesca Ghirra di Avs), come prevede la legge, la procura ravennate ha evidentemente sigillato le chat in questione.

Andrea Colombari

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