"Incontrati per caso, portiamo in montagna una musica senza confini:

TRENTO. Un incontro nato quasi per caso, durante una prova d'orchestra, grazie a una proposta di Mario Brunello. Da lì ha preso forma il concerto che inaugurerà l'edizione 2026 de I Suoni delle Dolomiti, in programma sabato 24 agosto (alle 12) sul Pian della Nana a Malga Tassulla, nel cuore del Parco Naturale Adamello Brenta.

Protagonisti saranno il Coro della Sosat, che proprio quest'anno celebra il centenario dalla fondazione, e i Violoncellisti della Scala, chiamati a costruire un dialogo tra il repertorio del canto di montagna e una serie di rielaborazioni firmate dal compositore Stefano Nanni, affiancate da alcuni brani dedicati al solo ensemble.

Un progetto, insomma, che nasce dall'incontro tra due realtà profondamente diverse per storia e linguaggio musicale, ma accomunate dalla volontà di superare i confini tra generi, lasciando che siano le voci, gli archi e il paesaggio a costruire un'unica narrazione.

Nell'intervista concessa a il Dolomiti Simone Groppo, fondatore dei Violoncellisti della Scala, e il Maestro Stefano Nanni raccontano come è nata questa collaborazione, il lavoro svolto sugli arrangiamenti, il rapporto tra tradizione e ricerca musicale e il significato di portare un concerto fuori dal teatro, dove la montagna non è soltanto lo scenario dell'esecuzione, ma diventa parte integrante dell'esperienza artistica.

Simone Groppo, aprite l'edizione 2026 de I Suoni delle Dolomiti con un progetto che vi vede insieme al Coro della Sosat, che proprio quest'anno celebra i cento anni di attività. Come è nato questo incontro e che concerto avete costruito?

È nato in modo piuttosto curioso: stavamo provando un'opera di Wagner quando, in platea, è arrivato Mario Brunello ad ascoltarci. Siamo andati a salutarlo, abbiamo scambiato due parole e lui ci ha proposto questo progetto: ci ha entusiasmato subito, perché incontrare un coro così importante è un privilegio. Per me poi ha anche un valore personale: da bambino ascoltavo la Sosat e la ricordo molto bene, quindi considero questo invito un vero regalo. La prima volta che li abbiamo incontrati, durante la conferenza stampa a Milano, abbiamo provato un'emozione fortissima: sedersi sotto il semicerchio del coro e suonare insieme a loro ha una potenza straordinaria, è qualcosa che, a mio avviso, riesce davvero a commuovere.

Entrando nel programma del concerto, che cosa ascolterà il pubblico?

Il progetto è costruito su un dialogo continuo tra il coro e i violoncellisti: ci alterneremo nell'esecuzione dei brani e il concerto si concluderà con"La Montanara" eseguita insieme. L'alternanza è il cuore del progetto: a volte sarà il coro a introdurre un canto, altre saranno i violoncelli. Ogni brano corale trova una rielaborazione realizzata da Stefano Nanni, che ha creato una sorta di parafrasi musicale: più che una semplice trascrizione è un'eco del canto originale, qualcosa di nuovo che ne cambia la prospettiva, con armonie e sviluppi differenti, pur mantenendo riconoscibile il tema. Accanto a questo eseguiremo anche tre brani per soli violoncelli.

Entriamo nel merito delle composizioni che eseguirete.

Una è Terra Aria di Giovanni Sollima, una scelta che ci è sembrata particolarmente adatta al contesto, sospeso tra terra e aria, e abbiamo poi voluto rendere omaggio anche al mondo dell'opera. È curioso, perché questo progetto è nato proprio mentre stavamo lavorando su Wagner: eseguiremo uno dei suoi ultimi temi, una melodia molto semplice, ampia e lirica, nata senza armonizzazione e sviluppata successivamente. È un brano che richiama profondamente il nostro mondo musicale. Infine proporremo un pezzo virtuosistico e molto violoncellistico di Popper, una brillante polacca dell'Ottocento. Sarà un ulteriore momento dedicato alla dimensione puramente strumentale.

Che cosa avete scoperto gli uni degli altri preparando questo progetto?

Quando si incontrano realtà musicali diverse è inevitabile che ci siano contaminazioni reciproche. Sicuramente ci portiamo a casa la magia del coro, la sua profondità e soprattutto la spontaneità. È qualcosa che anche noi cerchiamo continuamente. Lavorando in orchestra abbiamo ritmi molto intensi e poco tempo per assimilare davvero tutta la musica che eseguiamo. Il coro, invece, vive una tradizione profondissima: canta in qualsiasi momento, all'aperto, durante una cena, davanti a un bicchiere di vino e questa libertà espressiva è qualcosa che ammiriamo molto. Anche noi, come gruppo, siamo molto uniti: condividiamo il linguaggio del violoncello, lavoriamo fianco a fianco ogni giorno e questo crea un legame forte. Ma vedere un rapporto così naturale con il canto ci ricorda quanto sia importante vivere la musica anche come momento di amicizia e condivisione.

I Suoni delle Dolomiti hanno una caratteristica unica: la montagna non è semplicemente uno sfondo, ma diventa parte integrante dell'esperienza. Voi siete abituati ai teatri, che cosa significa suonare in un contesto come questo?

Credo che sia un segno dei tempi, oltre che una necessità. Molti di noi frequentano la montagna: c'è chi fa ferrate, chi pratica arrampicata e chi addirittura scala cascate di ghiaccio, è un ambiente insomma che amiamo. Ogni volta che cammino in montagna mi vengono in mente luoghi in cui mi piacerebbe suonare, perché la montagna è un teatro naturale: sono spazi che invitano spontaneamente a cantare, a sentirsi liberi. Questo è anche un modo bellissimo per valorizzare questi luoghi anche se, per chi è abituato a esibirsi in un teatro, rappresenta un cambiamento importante e anche una sfida, ma la affrontiamo con grande gioia.

Se al termine del concerto il pubblico dovesse portarsi a casa una sola sensazione, quale vorrebbe che fosse?

È un'alchimia che nascerà sul momento e che dovremo essere capaci di creare insieme. Mi piacerebbe però che il pubblico provasse almeno una parte del brivido che abbiamo sentito noi incontrando il Coro della Sosat: l'incontro tra due realtà con una storia così importante, da una parte il coro e dall'altra, nel nostro piccolo, la Scala attraverso il gruppo dei violoncellisti, ha qualcosa di profondamente emozionante. Entrambe rappresentano tradizioni che appartengono alla nostra cultura musicale e credo che proprio questo possa rimanere come ricordo più forte, insieme alla novità di questo dialogo.

Eventi come questo possono essere anche un modo per avvicinare nuove persone a una musica che, a volte, rischia di apparire distante dal grande pubblico?

Sicuramente sì. Per noi è importante, almeno per una volta, uscire dal rito del teatro: la ritualità del concerto, anche solo dal punto di vista dell'accessibilità, può creare delle barriere, economiche ma anche culturali. La montagna, invece, non pone barriere se non quelle delle proprie gambe: serve solo la volontà di mettersi in cammino per andare ad ascoltare la musica. Una volta arrivati, però, quell'esperienza è libera: credo che questo sia uno dei grandi valori de I Suoni delle Dolomiti, festival che permette al pubblico e anche a noi musicisti di vivere la musica in una dimensione di maggiore libertà.

Stefano Nanni, mettere insieme i Violoncellisti della Scala e il Coro della Sosat significa far dialogare due mondi diversi. Quando ha iniziato a lavorare agli arrangiamenti ha pensato prima agli interpreti o al luogo che avrebbe ospitato il concerto?

Come sempre, il mio punto di partenza sono gli interpreti: la musica nasce per chi la suonerà e la commissione arriva proprio dagli esecutori. Pensare a loro non significa soltanto tenere conto degli strumenti a disposizione, che naturalmente condizionano già molte scelte, ma anche della loro identità artistica. Sono gli interpreti a suggerire una direzione, a orientare determinate ambientazioni musicali piuttosto che altre. Il luogo, naturalmente, è importante, ma in questo caso era già in qualche modo contenuto nella musica scelta. I canti di montagna sono musiche nate per correre nello spazio, hanno bisogno di aria, di respiro, e questo rappresenta già un elemento fondamentale da cui partire.

Nel concreto come ha lavorato?

Realizzare un arrangiamento significa prendere una musica che non è tua, rispettarla e comprenderla profondamente e tutto dipende da ciò che riesci a cogliere del materiale che ti viene affidato. In questo progetto, però, ho dovuto metterci anche molto di mio: direi che il lavoro si colloca a metà strada tra un arrangiamento e una vera composizione. Il dialogo tra le due formazioni lo richiedeva: da una parte c'è il coro, custode della tradizione dei canti di montagna, dall'altra un ensemble formato da straordinari violoncellisti, una formazione particolare ma capace di un'enorme ricchezza espressiva. La sfida era creare un rapporto tra la versione originale, quella che la tradizione ha consegnato fino a noi, e qualcosa di nuovo. Non avrebbe avuto senso limitarsi a cambiare il timbro degli strumenti mantenendo tutto invariato. Ho cercato invece di sviluppare i temi, di portarli altrove, svolgendo un lavoro che, in fondo, è molto vicino a quello del compositore.

Violoncello e voce sono due linguaggi diversi, ma condividono una straordinaria capacità evocativa e narrativa. Da arrangiatore, qual è stato il principale punto d'incontro tra questi due universi?

In realtà i punti di contatto sono molti. Innanzitutto abbiamo un coro maschile, con una sonorità molto particolare, capace però di occupare un'estensione ampissima, dal falsetto fino alle voci più gravi. Dall'altra parte c'è il violoncello, che considero lo strumento più vicino alla voce umana, o comunque uno di quelli che le somigliano maggiormente. Inoltre si colloca in una tessitura molto vicina a quella delle voci maschili: è, per così dire, il tenore della famiglia degli archi. Questo costituisce già un primo e naturale punto di contatto. La vera differenza tra il canto e la musica strumentale è invece il testo: nel coro c'è, mentre negli strumenti no. Eppure, quando si scrive musica per strumenti, si pensa sempre a un testo invisibile: si cerca comunque di restituirne il significato, anche se il pubblico non ascolterà le parole. È proprio questo che costringe i due linguaggi ad avvicinarsi. Nel concerto il coro espone il canto e, successivamente, entrano i violoncelli. A quel punto la domanda è: chi prende per mano ciò che è stato appena detto e lo conduce in un'altra direzione? È un po' quello che accade in montagna, dove il paesaggio cambia continuamente pur rimanendo sempre lo stesso. Il gioco musicale nasce proprio da questa trasformazione.