Infermieri, OSS e Professioni Sanitarie di serie A e di serie B: stesso lavoro, ma stipendi e diritti ancora diversi. | AssoCareNews.it

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Pubblico e privato: la sanità italiana continua a dividere i professionisti.

In Italia esistono davvero professionisti sanitari di serie A e professionisti di serie B? Per molti Infermieri, Operatori Socio Sanitari (OSS), Tecnici Sanitari, Ostetriche, Fisioterapisti e altre Professioni Sanitarie la risposta è purtroppo sì.

A parità di competenze, responsabilità e assistenza prestata ai pazienti, continuano infatti a persistere profonde differenze economiche e contrattuali tra chi lavora nella sanità pubblica e chi opera nelle strutture private accreditate. Una disparità che alimenta malcontento, fuga del personale e una crescente difficoltà nel garantire la continuità assistenziale.

Stesso paziente, stesso lavoro, ma busta paga diversa

Chi entra in un ospedale pubblico e chi viene ricoverato in una struttura privata accreditata riceve spesso prestazioni equivalenti, erogate da professionisti che svolgono le stesse mansioni e si assumono identiche responsabilità cliniche e assistenziali.

Eppure, gli stipendi possono essere sensibilmente diversi. A incidere sono i differenti contratti collettivi applicati, le indennità accessorie e gli incentivi riconosciuti esclusivamente al personale del Servizio Sanitario Nazionale.

Il risultato è evidente: due professionisti che lavorano fianco a fianco possono percepire retribuzioni molto differenti pur svolgendo lo stesso identico lavoro.

Una disparità che riguarda anche gli OSS e le Professioni Sanitarie

Il problema non riguarda soltanto gli Infermieri.

Anche gli OSS, i Tecnici di Radiologia, i Tecnici di Laboratorio, i Fisioterapisti, i Logopedisti, gli Educatori Professionali e tutte le Professioni Sanitarie impiegate nelle strutture private vivono spesso una condizione di svantaggio economico rispetto ai colleghi del pubblico.

A ciò si aggiungono minori possibilità di progressione economica, trattamenti accessori meno favorevoli e, in alcuni casi, tutele contrattuali inferiori.

Il rischio è la fuga verso il pubblico o all’estero

Quando il mercato offre opportunità migliori, i professionisti fanno inevitabilmente le proprie valutazioni.

Negli ultimi anni molti Infermieri hanno scelto di lasciare le strutture private per partecipare ai concorsi pubblici oppure trasferirsi all’estero, dove stipendi e condizioni di lavoro risultano spesso più attrattivi.

Lo stesso fenomeno interessa anche gli OSS e numerose altre figure sanitarie, creando difficoltà sempre maggiori nel reperire personale qualificato.

Le conseguenze ricadono inevitabilmente sui cittadini, che rischiano di assistere a una cronica carenza di operatori sanitari proprio nelle strutture che svolgono una parte fondamentale dell’assistenza.

Serve il principio: stesso lavoro, stessa retribuzione

Da tempo le organizzazioni sindacali chiedono che venga applicato un principio tanto semplice quanto equo: a parità di lavoro devono corrispondere pari diritti e pari retribuzioni.

Una richiesta che riguarda soprattutto le strutture private accreditate, cioè quelle che operano all’interno del Servizio Sanitario Regionale e ricevono risorse pubbliche per garantire servizi ai cittadini.

L’obiettivo è evitare che la competitività economica si basi sul contenimento del costo del lavoro e sulla penalizzazione dei professionisti.

Non possono esistere lavoratori di serie A e di serie B

La sanità italiana attraversa una fase delicata, caratterizzata da carenza di personale, liste d’attesa, burnout e crescente difficoltà nel reclutare nuovi professionisti.

In questo contesto continuare a mantenere differenze retributive così marcate rischia di aggravare ulteriormente la crisi.

Un Infermiere resta un Infermiere, un OSS resta un OSS e un Professionista Sanitario resta tale indipendentemente dal colore dell’insegna dell’ospedale in cui presta servizio.

Se il lavoro, le competenze, le responsabilità e il rischio professionale sono gli stessi, anche il riconoscimento economico dovrebbe essere equivalente.

Perché la qualità dell’assistenza passa inevitabilmente dalla valorizzazione di chi ogni giorno garantisce il diritto alla salute dei cittadini. E una sanità moderna non può permettersi di avere professionisti di serie A e professionisti di serie B.

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