ROMA Vogliono un chiarimento. Ma può diventare una resa dei conti. Forza Italia sfida gli alleati al governo sulla giustizia. Vuole votare subito alla Camera, in aula, la riforma che vieta ai pm di sequestrare gli smartphone agli indagati senza il permesso preventivo di un giudice. Non importa il reato perseguito: quei cellulari non possono finire così, dalla notte al giorno, al setaccio delle procure. Fratelli d'Italia è contraria: troppi paletti ai pm, troppo pericoloso spuntare le armi della magistratura per perseguire reati importanti e gravi come la mafia e la criminalità organizzata.
Si rischia ora una spaccatura in maggioranza. Che tornerà a confrontarsi oggi alla Camera, in commissione giustizia, provando a scongiurare il muro contro muro. Pop corn assicurati. Il governo media. È pronto a valutare per la prima volta un decreto legislativo per legiferare sul sequestro dei cellulari agli indagati. Placando così la rivolta dei forzisti.
Lo stallo
Un passo indietro. Da più di due anni c'è un disegno di legge a firma del senatore azzurro Pierantonio Zanettin che galleggia, lasciato a mollo dal Guardasigilli Carlo Nordio e da Palazzo Chigi. Un lungo, infinito stallo. Approvato al Senato nell'aprile del 2024, quel ddl prende polvere fra le carte della Commissione giustizia di Montecitorio. Oggi tornerà a riunirsi proprio con gli smartphone all'ordine del giorno. E sarà meglio allacciare le cinture perché fino a ieri mattina da Forza Italia meditavano un blitz: chiedere di mettere ai voti l'invio del ddl Zanettin in aula senza mandato del relatore. Tradotto: spedire il testo così com'è nell'emiciclo della Camera. E se Fratelli d'Italia vuole bloccarlo, è la minaccia sottesa, che voti pure insieme alle opposizioni.
Un nuovo brivido per il governo, a sei mesi dalla sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere che ha di fatto chiuso la stagione delle riforme sulle toghe e i tribunali. Una maggioranza spaccata sulla giustizia oggi è un rischio che il governo non vuole correre. Di qui la trattativa che prende forma. E l'intenzione di mettere mano alla legge sul sequestro dei cellulari con un decreto legislativo nelle prossime due settimane. Oggi in commissione a Montecitorio è atteso il sottosegretario meloniano a via Arenula Alberto Balboni. Da cui si attende, salvo ripensamenti dell'ultimo minuto, la proposta di un compromesso. Eccolo: il governo sta valutando di varare un decreto legislativo ad hoc. È previsto dalla legge di delegazione europea approvata il 9 aprile di quest'anno e la delega scade a brevissimo: il 9 ottobre. Si tratterebbe appunto di un compromesso, un ramoscello d'ulivo da allungare al partito azzurro che scalpita. Perché il testo della delega Ue, che prende le mosse da un emendamento del capogruppo forzista alla Camera Enrico Costa, da sempre in trincea per le battaglie garantiste e questa non fa eccezione, ricalca solo in parte la proposta di Zanettin. Prevede il controllo preventivo di un giudice (o di un organo amministrativo indipendente) prima che il pm proceda al sequestro dello smartphone. Ma con due importanti eccezioni: rimarrebbero fuori i casi di "urgenza" motivata e i reati di criminalità organizzata e di mafia. Paletti simili a quelli proposti dalla meloniana Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia. Si tratta, dunque. Per evitare un pericoloso stallo messicano alla Camera. La notizia, dopo mesi di tiro alla fune, è che il governo per la prima volta valuta un decreto sulla consegna dei cellulari degli indagati ai pm.
L'input
Basterà a placare le richieste dei forzisti? Questo è tutto da vedere. Ai piani altissimi del partito azzurro si fa strada una certa irritazione per l'immobilismo sulle riforme della giustizia. Perso il referendum, di fatto, il ministero di via Arenula si è solo più occupato di ordinaria amministrazione. E questo per un preciso input politico - che non arriva da Nordio ma dalla premier Giorgia Meloni in persona - a non riaprire la guerriglia alle toghe nell'ultimo miglio della legislatura. Dopo mesi di rinvii e palleggi, con il governo che puntualmente si "dimentica" di dare i pareri sulla legge Zanettin, gli azzurri tornano in pressing. Sono intenzionati a fare lo stesso su un'altra riforma, quella della prescrizione, che da anni è finita in un limbo. Sono battaglie identitarie, erano bandiere del fondatore Silvio Berlusconi. Ci tengono i suoi eredi, la famiglia di Arcore che vorrebbe un partito più incisivo, in grado di portare a casa risultati. Anche a costo di alzare la voce e battere i pugni in casa.
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