New York blindata per l'arrivo di quasi duecento delegazioni, Donald Trump pronto a minacciare l'«annientamento» dell'Iran dal podio dell'istituzione nata per scongiurare le guerre. Si è aperta così la giornata di inaugurazione dell'81esima Assemblea Generale dell'Onu. Il primo a parlare al pubblico dell'Assemblea è stato António Guterres.
Per il segretario generale, che lascerà l'incarico il 31 dicembre, era l'ultimo discorso di apertura dopo dieci anni nei quali, ha ricordato, «le crepe del mondo sono diventate voragini». Guerre senza fine, civili trasformati in bersagli, fame usata come arma, diritto internazionale calpestato, crisi climatica e un'intelligenza artificiale sfuggita persino a chi l'ha creata. Senza nominare Trump, Guterres ha ammonito le superpotenze a riconoscere che il loro potere «non è poi così super».
Ecco Donald
Poi è cominciato lo show di Trump. Il presidente ha aperto con la consueta litania dei successi americani: «Mentre gli altri parlavano, io ho agito», ha proclamato, trasformando per lunghi tratti l'austera tribuna dell'Onu nel palcoscenico di uno dei suoi comizi. Il passaggio più discusso è arrivato sull'Iran, quando ha detto di avere davanti una «grande decisione»: raggiungere un accordo oppure «annientare la Repubblica islamica» e farlo rapidamente. Ha poi chiesto se dovrà ricacciarla «all'inferno», senza possibilità di sopravvivenza né speranza per le generazioni future. Un momento inquietante, in cui il leader della maggiore potenza mondiale ha evocato la distruzione di un Paese dal podio dell'organizzazione nata per proteggere la pace.
I lavori
L'Onu ha dunque inaugurato i suoi lavori sotto due immagini opposte: Guterres che affidava il suo addio alla forza della legge e Trump che rivendicava la legge della forza. Subito dopo, però, Trump ha aperto l'altra porta, con un invito agli Stati membri a isolare economicamente Teheran, mentre si è detto convinto che «un accordo arriverà dopo le elezioni di metà mandato», perché - a suo giudizio - gli iraniani starebbero aspettando di vedere come andrà il voto americano di midterm. La platea è rimasta quasi sempre fredda. Gli applausi sono stati appena quattro: contro la bomba atomica iraniana, per la «pace» che regna a Gaza, per la first lady Melania e contro una tassa mondiale sulle emissioni di carbonio.
Trump ha promesso anche che «la libertà arriverà a Cuba» e ha descritto l'isola come «uno Stato fallito». A quel punto la delegazione dell'Avana si è alzata e ha abbandonato l'aula. Trump ha anche chiesto le dimissioni di tutti i membri della Corte penale internazionale, definita «un'istituzione fuori controllo», mentre ha liquidato gli allarmi sull'intelligenza artificiale come «nuove profezie catastrofiche» degli stessi ambienti che, a suo giudizio, avrebbero esagerato il pericolo climatico. Gli Stati Uniti non freneranno l'Ia, ha annunciato, ma la ribattezzeranno «super-intelligenza» e cercheranno di conquistarne il primato.
Il test della diplomazia è cominciato dopo il discorso. Trump ha firmato con Danimarca e Groenlandia l'accordo che chiude, almeno formalmente, quasi due anni di minacce americane di annessione. Copenaghen conserva la sovranità sull'isola, mentre Washington ottiene una presenza militare più ampia e permanente nell'Artico, come si è vantato Trump nell'annunciare che gli Usa costruiranno due nuove basi nell'Artico e avranno il potere di impedire insediamenti strategici russi o cinesi. Il compromesso, che in realtà riproduce quasi alla lettera gli accordi già esistenti dal 1951, rafforza gli Stati Uniti senza spezzare la Nato, anche se la fiducia perduta con gli alleati danesi richiederà tempo per essere ricostruita.
L'appuntamento più delicato della giornata è stato quello con Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino si apprestava a chiedere una tregua reciproca sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, nuovi sistemi antiaerei Patriot e garanzie per le esportazioni attraverso il Mar Nero. Trump da un canto ha mandato un messaggio laconico a Putin, «metta fine alla guerra», ma allo stesso tempo voleva che Kiev sospenda i bombardamenti contro le raffinerie russe, che considera una delle cause dell'aumento dei prezzi del petrolio. Zelensky ha detto che il colloquio aveva la possibilità di «cambiare molto», in quanto concreto tentativo di riaprire uno spiraglio diplomatico prima dell'inverno. «Troveremo una soluzione alla guerra. Il presidente Zelensky e io stiamo cercando di trovare una soluzione per quanto riguarda la guerra, e penso che ci riusciremo. Il rapporto è molto forte, e quello con l'Europa è molto forte», ha detto Trump. Poi ha parlato Zelensky: «Con Trump ho avuto un incontro produttivo, vogliamo la fine della guerra prima dell'inverno».
Poi la diplomazia della Casa Bianca aveva in calendario l'incontro con i leader del Golfo, stretti tra il bisogno della protezione americana e il timore che una nuova offensiva contro Teheran possa provocare altre rappresaglie. Ad agosto riuscirono a convincere Trump a fermare un grande attacco. Ieri volevano tentare di farlo ancora, mentre l'Arabia Saudita sta subendo i colpi degli Houthi e delle milizie filo-iraniane e la crisi nello Stretto di Hormuz danneggia l'intera regione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA