Completata da presentazione degli emendamenti (622 in totale) la riforma dei porti affronta ora il dibattito politico. Molti emendamenti sono stati presentati o sostenuti da esponenti di partiti politici diversi, ma il governo non intende stravolgere il senso della centralità delle decisioni che la riforma vuole introdurre. Ne parliamo con Andrea Annunziata, ex presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, che fa parte del gruppo di esperti che il Mit ha nominato per accompagnare la riforma.
Andrea Annunziata, molti emendamenti sono trasversali. Si è aperta anche una questione sul ruolo di Porti d’Italia Spa che non dovrebbe avere un ruolo esecutivo o progettuale, ma limitarsi a coordinare. È così?
«La realtà è un po’ diversa. Nella versione del disegno di legge trasmessa dal Governo, a Porti d’Italia viene affidata la gestione delle opere strategiche individuate a livello nazionale. Ciò significa poterle programmare, progettare e realizzare, assumendo anche il ruolo di stazione appaltante quando necessario. È un modello che punta a dare una regia nazionale agli investimenti strategici, valorizzando al tempo stesso le competenze già presenti nei territori. Proprio per questo si sta lavorando a una soluzione che consenta a Porti d’Italia di avere la possibilità di avvalersi, in accordo con le AdSP, del personale delle Autorità. Si mettono così a sistema competenze e know-how già consolidati, evitando duplicazioni e mantenendo alla società la regia degli interventi, il finanziamento e il controllo».
Un’altra questione riguarda la partecipazione dei privati. Secondo diversi emendamenti, la società deve essere interamente pubblica, finanziata solamente dal Mef. E allora perché parlare di una Spa?
«Porti d’Italia sarà una società interamente pubblica. Il capitale sarà tutto sottoscritto dal ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti esercita la propria funzione di vigilanza. Non è previsto alcun ingresso di soci privati nella società. La scelta della forma Spa risponde però a un’esigenza molto concreta: dotare un soggetto pubblico degli strumenti e della flessibilità del diritto privato. Porti d’Italia potrà essere stazione appaltante, stipulare concessioni e organizzare la realizzazione delle opere con procedure più snelle ed efficienti. I privati potranno invece essere coinvolti sui singoli progetti, attraverso strumenti come finanza di progetto, concessioni o società miste costituite per specifiche opere. È un modello in cui lo Stato programma, di concerto con gli enti pubblici; il Mit vigila, indirizza e controlla; la società realizza e su singoli interventi c’è la possibilità di mobilitare anche capitali privati».
C’è poi la delicata questione dei rapporti con le AdSP. Conserveranno il loro carattere territoriale ma vedranno calare le entrate. Insomma, avranno un ruolo solo marginale?
«Per le Autorità di Sistema non cambia nulla. Parlerei anzi di una valorizzazione dei diversi livelli di governo del sistema portuale. Le AdSP manterranno la titolarità della pianificazione portuale, delle opere non strategiche, delle manutenzioni ordinarie e straordinarie non comprese nel piano nazionale, delle concessioni demaniali e continueranno a essere l’interlocutore di riferimento per le autorizzazioni e per il governo del porto sul territorio. Il nuovo modello non sottrae nulla alla loro funzione territoriale, ma introduce una regia nazionale sulle infrastrutture strategiche. È una distinzione importante: da una parte il governo quotidiano e territoriale del porto, dall’altra una struttura nazionale dedicata alla realizzazione delle grandi opere strategiche. Quanto alle risorse, una quota delle entrate derivanti dalle tasse portuali è destinata ad alimentare i fondi per Porti d’Italia. È un meccanismo pensato per sostenere un piano nazionale di investimenti e che potrà essere ulteriormente definito nel confronto parlamentare, con l’obiettivo di garantire equilibrio e sostenibilità finanziaria al sistema».
Inizialmente si pensava a una Spa in grado di programmare investimenti anche all’estero. Rimane questa indicazione?
«Sì, ed è uno degli elementi più interessanti del progetto. Porti d’Italia è pensata come una società capace di operare anche in regime di mercato fuori dai confini nazionali. Potrà progettare e realizzare infrastrutture, offrire consulenze, mettere a disposizione competenze e know-how e, dove previsto, acquisire partecipazioni in altre società del settore. L’obiettivo è fare della competenza italiana nel campo portuale e infrastrutturale uno strumento di internazionalizzazione. L’Italia ha professionalità, imprese e conoscenze riconosciute a livello internazionale: Porti d’Italia può diventare una piattaforma capace di valorizzare questo patrimonio e portarlo sui mercati esteri».
L’obiettivo è portare in porto la riforma entro il 2026 o comunque entro la fine della legislatura. Sono sufficienti i tempi?
«L’obiettivo del Governo, indicato dal viceministro Rixi, è quello di completare il percorso legislativo entro la fine dell’anno. La prossima tappa è per fine settembre, quando la commissione si pronuncerà sull’ammissibilità dei 622 emendamenti presentati. Il confronto parlamentare rappresenta un passaggio importante per affinare il testo e rendere la riforma ancora più efficace. C’è una forte volontà politica di portare a compimento il progetto entro il 2026. Porti d’Italia nasce infatti con un obiettivo preciso: dare al sistema portuale italiano una maggiore capacità di programmazione, accelerare la realizzazione delle infrastrutture strategiche e rafforzare la competitività dell’Italia nel Mediterraneo e sui mercati internazionali».