La tournée.
10 agosto 2026 alle 00:25
Cinque date, un’estate sarda all’insegna della memoria che si fa festa. I Modena City Ramblers tornano nell’Isola, portando in piazza trent’anni di folk irlandese trasformato in impegno civile. Il tour prende il via questa sera da Santa Maria Navarrese all’interno del Festival “Rocce Rosse”, per proseguire domani a Sanluri e dopodomani a San Nicolò di Gergei; l’appuntamento si rinnova poi a settembre, con le tappe del 7 ad Ales e del 10 ad Alghero, tutte a ingresso libero. Un percorso che attraverserà i trent’anni di carriera della band, senza perdere di vista i temi più attuali. Abbiamo incontrato Davide “Dudu” Morandi, voce storica della band, per farci raccontare cosa significa portare in giro, ancora oggi, canzoni che sono a tutti gli effetti testimonianze di un’epoca che continua a parlare al presente.
L’Irlanda è la vostra Isola di Smeraldo da sempre: ma la Sardegna, in fondo, quanto le somiglia? C’è qualcosa che vi fa venire in mente il paesaggio irlandese?
«L’Irlanda è la nostra Isola di Smeraldo da sempre, ma la Sardegna le somiglia più di quanto si pensi. Il legame più forte è quello umano: la schiettezza e l’accoglienza della gente sarda ricordano molto lo spirito irlandese. Anche i paesaggi, pur diversi, condividono la stessa selvaticità, tra macchia mediterranea e macchia atlantica. In Sardegna, come in Irlanda, abbiamo amicizie vere che ci riportano lì in ogni stagione, non solo d’estate E poi la Sardegna è uno dei luoghi in cui suoniamo di più e che, una volta conosciuto, non ti lascia più andare del tutto».
Definite il concerto “un’arena di cittadinanza attiva”: una canzone cantata insieme in piazza cambia peso rispetto all’ascolto in cuffia?
«Il concerto è importante proprio perché comunitario. Una canzone cantata insieme a migliaia di persone diventa un atto collettivo, diverso dall’ascolto intimo in cuffia. In un’epoca che privilegia l’io rispetto al noi, la nostra band vuole ribadire il valore dello stare insieme. I concerti sono momenti di spensieratezza e condivisione, ma vogliono anche attivare una riflessione su idee comuni, perché l’arte può accompagnare e raccontare, non dare risposte dirette. Fare comunità ci fa sentire meno soli, e quel senso di appartenenza vissuto dal vivo ha un valore che nessuna cuffia può restituire».
In “I Cento Passi”, il brano scritto per Peppino Impastato, cantavate “noi ci dobbiamo ribellare”. A distanza di tanti anni, quanto è ancora necessario oggi quel messaggio?
«La ribellione di Peppino Impastato mantiene oggi tutto il suo valore perché non era una lotta armata, ma culturale. Un atto quotidiano di resistenza contro il sistema mafioso, pagato con la vita in un’epoca in cui opporsi era un rischio reale. Il suo esempio, insieme a quello di tante altre vittime, ci ha insegnato che la mafia non è un fenomeno solo siciliano, ma una mentalità che si radica ovunque il silenzio diventa complicità e l’omertà si traveste da normalità. Per questo dobbiamo continuare a ribellarci alle ingiustizie, grandi o piccole che siano. Ogni epoca ha le sue mafie e i suoi silenzi da rompere, e l’indifferenza è già una forma di resa».
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