Italiano esclusivo: “Non so perché Vlahovic non trovasse più posto alla Juve, qualche gol l’ha fatto...”

Gli cantano “L’Italiano” di Toto Cutugno e lui si sente un emigrato felice. Legatissimo al nostro calcio, è rimasto colpito da una rivelazione (grazie a un colloquio con la dirigenza del Benfica) che alla fine dell’intervista gli fa dire: «C’è qualcosa di bello anche fuori dall’Italia». Una lunga chiacchierata con Vincenzo Italiano ci porta nel mondo di un professionista che ha fatto qualcosa che non avrebbe mai immaginato: allenare all’estero. Non è andato in un campionato top, ma ha iniziato a vincere ed è diventato un idolo dei tifosi del Besiktas dopo sole 13 partite. Oggi ringrazia la scelta di pochi mesi fa, al punto che si è già buttato alle spalle le ipotesi estive (Napoli e Milan) ma anche l’addio al Bologna, dove forse aveva capito che i programmi prevedevano una corposa sforbiciata ai migliori della rosa. Da come parla, si ha l’impressione che non lo rivedremo presto in Italia. Magari alla fine tornerà, visto che nei suoi sogni c’è quello di vincere uno scudetto. Inutile parlare di ciò che poteva essere e non è stato, soprattutto Napoli (la conferma ieri del suo presidente Serdar Adali: «Si stava accordando con il club di De Laurentiis, ma quando c’è stato un intoppo siamo arrivati noi»): alla fine ha trovato ciò che cercava in Turchia. E ce lo racconta, con entusiasmo e enfasi, quasi volesse introdurci in una dimensione non del tutto conosciuta. «Qui l’ambiente è straordinario. Stadi nuovi, tutti coperti, enormi, pieni di passione. Mi ricorda il calcio italiano degli anni ‘80 e ‘90 quando si giocava alle 15 e si aspettava la partita tutta la settimana. C’è un calore pazzesco, non solo da parte dei tifosi delle squadre più forti: è così dappertutto. L’ultima volta siamo andati in casa dell’Amed, una neopromossa: c’erano quarantamila “animali” (detto non in senso spregiativo, ndr), una bolgia impressionante. Le stesse atmosfere di quando ero ragazzino e gli stadi italiani erano pienissimi: mi sembra di rivivere quelle sensazioni. C’è una voglia matta di primeggiare, anche da parte dei presidenti. Una sfida giornaliera. Sono veramente sorpreso. Forse questo campionato vale meno dei cinque principali tornei d’Europa, ma è di livello e sta crescendo. Anche perché continuano ad arrivare giocatori di valore, allenatori stranieri».

In questa prima parte della stagione Italiano è il decimo allenatore d’Europa per media punti (2,31) e l’ottavo per percentuale di vittorie (77%). Un inizio così se l’aspettava?

«In ritiro tre quarti della rosa era composta da giovani, dentro un percorso di rifondazione. Poi, con i Mondiali, diversi giocatori sono arrivati tardissimo. Nel preliminare di Europa League eravamo preoccupati di affrontare il Midtjylland, una delle sorprese del torneo la scorsa stagione: pensavamo di non essere pronti, invece li abbiamo battuti due volte. Poi siamo andati avanti, abbiamo completato il gruppo, sono tornati i nazionali, è arrivato Vlahovic. A oggi, il Besiktas è qualcosa di sorprendente rispetto alle premesse: non me l’aspettavo».

L’Italiano di Toto Cutugno come coro dei tifosi, quasi scontato...

«Non siamo stati vittime come qualcuno pensava, abbiamo sorpreso. L’ultima volta sono entrato in campo e cantavano Toto Cutugno: sentire 43.000 spettatori urlare il tuo nome è qualcosa di emozionante. Stiamo cercando di accontentare la gente che vuole un calcio dinamico, che rispecchi il Besiktas, l’aquila, questo quartiere. E ci stiamo riuscendo».