«A me i punti non piacciono. Mi piacciono i due punti, le virgole, i puntini di sospensione, gli a capo poetici. E invece, boom, qui c'è un punto». Lorenzo Cherubini parla di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, il documentario di Dario Zonta e Carlo Zoratti presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma. Parla di un film, ma potrebbe parlare dei suoi sessant’anni, compiuti lo scorso settembre. «Il film mi ha commosso», continua, «ma mi ha anche inquietato, mi ha disturbato un po’, nel senso migliore, come fanno le opere belle». E ancora: «A un certo punto ho sentito che metteva un punto, e ha coinciso con il mio compleanno. Per cui sento incombere la fine». Poi ride, e precisa: «Non sto scherzando. Ma è una cosa bella: la fine di un mondo, la fine di quel Jovanotti lì».
Il progetto comincia sette anni fa. Zonta e Zoratti lo seguono dal primo Jova Beach Party, nel 2019, e il film arriverà nelle sale dal 26 novembre al 2 dicembre, distribuito da Plaion Pictures come evento speciale. Lui ha posto una sola condizione: non averne il controllo. «Ho dato loro le chiavi di casa», racconta, «Ho usato la metafora della giraffa nella savana: io sono la giraffa e voi quelli che la seguono. Ma la giraffa non sa di partecipare a un film, è il soggetto del film. Se entro anche solo in parte nel controllo, diventa la solita cosa mia, dove decido il prodotto finale e tutto il processo creativo. Di solito sono il primo che arriva in studio e l’ultimo che va via. Questa volta ho detto: fate voi, me lo farete vedere, non voglio sapere niente».
Una richiesta, però, l’aveva fatta: «I documentari sui cantanti sono tutti uguali», spiega, «Alcuni sono molto belli, altri molto brutti, ma in genere sono celebrazioni, spot. Io ho detto: facciamo un’opera d’arte, che ci sia un po’ di cinema dentro. Poi ho passato davvero la palla a loro, e ho continuato a fare il mio lavoro, che non è fare film: i concerti, le canzoni, i viaggi in bicicletta». Ride. Non c’era un progetto, aggiunge: «C’era un’intenzione, un’attenzione. Il progetto è cambiato mille volte, e io non sapevo nemmeno dei cambiamenti».
Così, alla prima visione, il pubblico era lui. «Di solito, alla fine di un progetto, conosco così bene quello che sto vedendo che vado a cercare la sorpresa negli occhi degli altri», rivela. «Stavolta ero io lo spettatore, perché di questo film non sapevo niente. Non sapevo neanche che fossero stati ritrovati i Super 8 del mio babbo, davvero. Quando li ho visti è stata una botta, un’onda potentissima e inaspettata. Quelle immagini io le ricordavo in bianco e nero, perché da bambini le vedevamo con il proiettore. Sono di quella generazione lì, dei proiettori nell’anticucina, come si chiamava». Tra quei filmati ce n’è uno della madre: «Rivedere un Super 8 della mia mamma che non avevo mai visto...», dice, e lascia la frase a metà: «Chiunque reagirebbe così. È la vita, quando ci riguarda».
Il passato non è un territorio che frequenta volentieri. «Sono uno che rimuove molto. Non guardo nemmeno le foto, del mio passato non mi frega niente», ammette. «Stavolta mi hanno costretto a guardarlo, e ora ci devo fare i conti». Ai due registi riconosce qualcosa che, dice, a lui sarebbe mancato: «Non avrei mai saputo fare una cosa del genere, non sarei stato capace di avere questo sguardo. E lo sguardo per me è tutto: ognuno ha il suo, unico al mondo, e il loro mi ha emozionato molto».

ROME, ITALY - OCTOBER 16: Jovanotti
Daniele VenturelliAl centro del film, per lui, c’è un bambino: «Penso che questo film, alla fine, racconti un bambino. Questo io ho visto», dice. I registi hanno scelto, senza che lui lo chiedesse, le immagini del Pinocchio di Comencini, «una specie di testo sacro visivo per me». E ancora: «Quando ho visto che avevano usato quelle immagini, ho sentito che avevano beccato il nocciolo della questione: questo bambino che continua a essere. Dentro di me quel ragazzino è vivissimo». E aggiunge: «A volte mi imbarazza, perché sento che sto diventando sempre più lui. Dopo anni in cui volevo fare l’adulto, e quegli anni sono passati, oggi sto regredendo. Ho iniziato una regressione verso uno stato di totale infanzia, con un corpo adulto. È una cosa che mi incuriosisce molto, e questo film la racconta».
Dei suoi concerti nel documentario parla come di una parentesi. «L’utopia delle canzoni è un’utopia temporanea. Dura il tempo di quella canzone, di quel concerto», spiega. «Non è un’utopia che si realizza e poi ci andiamo a vivere tutti: ci stai per il tempo in cui ci stai. Dopo, la vita rientra con i suoi casini, le sue meraviglie, le sue tragedie. La musica ti permette di elaborarla, è una macchina del tempo». Cita Hakim Bey e la sua Temporary Autonomous Zone, «un testo di riferimento per quelli della mia generazione», e i rave come spazi in cui, per un momento, l’utopia si realizza. «A cosa serve? Non sta a me dirlo, non lo so. Probabilmente a caricarsi di un’energia che poi ti serve quando vai a scuola, quando lavori. Non voglio prendermi meriti né ruoli che non ho. Io faccio l’entertainer. Gli americani hanno la parola perfetta: performing arts. Quello faccio».
Il mondo fuori, intanto, continua a muoversi: «Io vivo nel mondo. Ho una famiglia, sono un cittadino di questo Paese, le cose mi interessano», fa sapere. «Vivo dentro le mie canzoni quando ci sto, poi ne esco e vado incontro al mondo, e il mondo mi incontra. Vedo un mondo che continua a sorprenderci, a stupirci, a sconcertarci, in maniera imprevedibile. C’è stato uno che ha scritto un libro intitolato La fine della storia, e poi non era finito niente». Il suo modo di stare dentro questo mondo ha un confine preciso: «Cerco di partecipare con i miei strumenti, senza debordare, senza uscire da quello che mi piace fare». Il resto, spiega, lo decide il corpo: «Quando sono a disagio, mi viene la febbre».
Sotto il palco, intanto, il tempo è passato anche per gli altri: «Mi emoziona vedere il mio pubblico che cresce con me. Mi commuove vedere qualcuno che da ragazzino stava alla transenna e adesso ci torna con un bimbo sulle spalle», confessa. «Sono regali che mi sta facendo la vita, e sono bellissimi. E poi arrivano anche i giovani. Sono esposto a grandi emozioni su cui non ho un giudizio: me le vivo e me le godo». Quel punto, alla fine, non lo spaventa: «Mi è già successo altre volte, ed è un buon segno. Ho davanti la curiosità di sapere: e ora? Che facciamo, che ci inventiamo?».

ROME, ITALY - OCTOBER 16: Jovanotti
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Dario Zonta, Jovanotti e Carlo Zoratti
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