L’America è finita nella morsa del debito

Rüdiger Dornbusch, un famoso economista tedesco-americano (ebbe anche Mario Draghi fra i suoi allievi al MIT) è famoso anche per quella che alcuni hanno chiamato "la legge di Dornbusch": «Le crisi prendono più tempo per arrivare di quanto tu possa immaginare, ma, quando arrivano, scoppiano più rapidamente di quanto tu possa immaginare».

Sante parole, che sembrano attagliarsi alla temperie presente dell'economia americana. Dati i diluvi di dati e lamenti su deficit e debiti pubblici (non solo in America) è difficile ricordarsi che non molto tempo fa, negli Stati Uniti, il saldo del bilancio federale era in surplus, per ben quattro anni di fila - dal 1998 al 2001 - ai tempi della presidenza Clinton. Il debito federale americano era a un più che modesto 30% circa del Pil, e c'era perfino chi sognava che un inanellarsi degli avanzi avrebbe potuto azzerare il debito pubblico.

Ma, come si vede dal grafico, il sogno non durò a lungo. Il primo confronto con la realtà venne con la Grande recessione del 2008-2009, quando, per sostenere l'economia, bisognò allargare deficit e debiti. Ma, a riprova del fatto che quando si incomincia a ridurre le tasse e a spendere e spandere è difficile tornare indietro, non si tornò indietro - anzi, il secondo "schiaffo" venne con la pandemia, e deficit e debiti esplosero di nuovo.

E dopo la pandemia? Ora, è vero che quei due deus-ex-machina - la Grande recessione e il Covid - furono due una tantum (anche se per la Grande recessione, questa non piovve dal cielo: nelle basse cucine dell'alta finanza americana furono messi in forno quei titoli che cartolarizzavano mutui subprime. Poi, da quei laboratori da apprendisti stregoni, mentre i regolatori erano addormentati al volante e agenzie di rating compiacenti rassicuravano gli acquirenti, si diffusero in tutto il mondo migliaia di miliardi di dollari di titoli tossici. Le mefitiche volute di quei miasmi pestilenziali infettarono l'intero sistema bancario, e la crisi finanziaria tracimò in crisi reale, arrestando, per la prima volta dal dopoguerra, la crescita planetaria). Ma torniamo al "dopo Covid".

Perché il debito pubblico riprese ad aumentare vertiginosamente e, come dimostrano le stime del "cane da guardia" dei conti pubblici americani - il «Congressional Budget Office» - il peso del debito è destinato a macinare i comprensibili record raggiunti negli anni della Seconda guerra mondiale? Qui non ci sono una tantum a giustificare: ci sono gli "una semper": i tagli di tasse voluti da Trump, proprio mentre l'invecchiamento della popolazione attizza le spese per pensioni e sanità; e, soprattutto, il peso crescente degli interessi sul debito: una tipica retroazione della spirale interessi-debito-interessi. Oltre alla "legge di Dornbusch" c'è, nel bestiario dell'economia applicata, un'altra legge, la "legge di Ferguson". Niall Ferguson, uno storico inglese che insegna ad Harvard, ha enunciato quello che Sir Niall definisce «il mio solo contributo agli statuti della storiografia»: questa "legge" statuisce che, quando una grande potenza spende di più per pagare gli interessi che per la difesa, non rimarrà "grande" per molto. E, se andiamo a controllare, vediamo che la legge di Ferguson, se applicata all'America, desta molte preoccupazioni: i dati più recenti - secondo trimestre 2026 - ci dicono che gli Stati Uniti spendono il 4,6% del Pil per pagare gli interessi (più, sia detto per inciso, di quanto spendiamo noi per servire il nostro - notoriamente altissimo - debito pubblico), contro un 3,7% del Pil per la difesa.

LA PRESA D'ATTO

E i mercati cominciano a rendersene conto. Il grafico mostra i rendimenti dei T-Bond Usa a 10 e 30 anni. Investitori e risparmiatori vogliono essere compensati dal rischio di prestar soldi a un debitore che sembra ormai fuori controllo. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, cerca di spostare il finanziamento dei deficit (e dei rinnovi dei titoli in scadenza), verso le scadenze più corte, dove i tassi sono più bassi; ma ci sono dei limiti a questa politica. Il Tesoro deve rifinanziare 6mila miliardi di dollari ogni 3 mesi, oltre a finanziare circa 2mila miliardi di dollari all'anno per coprire il più grosso deficit strutturale del dopoguerra. Gli assilli di Bessent si vedono anche da quello che è successo - il mese scorso - con l'operazione congiunta Usa-Giappone per rafforzare lo yen. Tipicamente, i giapponesi avrebbero dovuto comprare yen con i dollari provenienti dalla vendita di T-Bond in loro possesso. Ma, per evitare che questo succedesse - indebolendo i T-Bond - Bessent è ricorso a un programma raramente usato che permette alle altre Banche centrali di procurarsi dollari dando a garanzia i loro T-Bond (il Giappone ne ha per 1.100 miliardi di dollari); non solo: il Tesoro ha usato i propri euro per comprare yen, senza avvisare la Bce, il che raffigura uno strappo all'etichetta dei rapporti fra Banche centrali.

I bisogni lordi per finanziare e rifinanziare erano pari al 26% del Pil nel 2010. Secondo il Fondo monetario arriveranno al 45% quest'anno e, se le politiche non cambiano, al 60% nei primi anni dei 2030.

Se gli allarmi a livello interno si moltiplicano, non mancano quelli a livello esterno. Il grafico mostra come la posizione finanziaria netta sull'estero (attività meno passività) è giunta nel 2025 al terrificante livello negativo di più del 70% del Pil (per un confronto, la posizione netta dell'Italia lo scorso anno era invece positiva, al 15,4% del Pil).

La conclusione? Sia la "legge di Dornbusch" che la "legge di Ferguson" puntano a un rabbrividente 'avviso ai naviganti' per l'economia americana.

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