L’abolizione a tempo del bollo auto? “Un altro intervento senza strategia e senza chiarezza sulle coperture, che potrebbe essere peggiorativo per l’efficienza e l’equità”. Le flat tax, nuove o ampliate? “Sono pannicelli caldi che creano confusione e aumentano le disparità tra lavoratori con lo stesso reddito”. Il sostegno ai redditi bassi per via fiscale? “Così le imprese sono indotte a concedere meno aumenti”. Michele Raitano, ordinario di Politica economica alla Sapienza di Roma e membro dell’European Social Policy Network, studia da anni disuguaglianze, mercato del lavoro e sistemi di welfare e previdenza. Al netto della trovata pre elettorale sul bollo, in vista della prossima legge di Bilancio si stanno moltiplicando le proposte di nuovi regimi agevolati per tutti i gusti. Ma il continuo ricorso alla leva fiscale per affrontare problemi che hanno radici strutturali come la mancata crescita dei salari, avverte, rischia di essere un boomerang.
Domanda. Professore, Antonio Tajani dopo l’annuncio sul bollo ha evocato il berlusconiano “meno tasse per tutti”. Ma ridurle a tempo con mosse ad effetto come questa ha senso?
Risposta. Non senza una strategia e senza chiarezza sulle coperture. Si parla di risparmi sul Pnrr: se è così si tratta di risorse che avrebbero potuto essere impiegate per la sanità, gli asili e simili. E invece si utilizzano per ridurre il costo di avere in auto, quando il Piano aveva come pilastro la transizione ecologica… Quanto agli effetti economici, l’intervento potrebbe essere addirittura peggiorativo per quanto riguarda efficienza ed equità: anche chi è molto ricco se ha una macchina piccola otterrà l’esenzione.
Il ministro Giancarlo Giorgetti pensa a una flat tax al 5% sugli aumenti di stipendio dei giovani, sul modello di quella varata lo scorso anno sui rinnovi contrattuali. Il sottosegretario Claudio Durigon vorrebbe addirittura che si applicasse a tutto il reddito del neoassunto, per cinque anni. Giudizio?
I salari dovrebbero crescere per via contrattuale. Misure di questo tipo sono pannicelli caldi che creano confusione e soprattutto aumentano le iniquità orizzontali: a parità di reddito si finisce per avere una tassazione completamente diversa a seconda di caratteristiche che non dovrebbe incidere capacità contributiva, come l’età, il fatto che ci sia stato o meno un rinnovo contrattuale o che si sia lavoratori autonomi o dipendenti. In aggiunta sono costose per lo Stato e inefficaci nel migliorare in misura sostanziale il tenore di vita e nell’incentivare comportamenti virtuosi nell’ambito del sistema economico.
L’Upb in un recente rapporto mette nero su bianco che il sostegno fiscale ai redditi più bassi potrebbe aver ridotto la pressione negoziale sui salari. Contribuendo, in pratica, a non farli crescere…
C’è un problema di traslazione. Se il netto aumenta per effetto di uno sgravio fiscale, le imprese possono, in fase di contrattazione, aumentare meno il lordo, sapendo che i lavoratori avranno comunque un vantaggio sul netto. Una parte dello sgravio può quindi finire alle imprese, che rinnovano i contratti per importi più bassi. È quello che è successo tra 2019 e 2024 durante la spirale inflazionistica, quando i salari lordi in media hanno perso il 18%. In una situazione emergenziale può avere senso intervenire attraverso il fisco, ma, ribadisco, in generale i salari devono crescere attraverso la contrattazione. Anche perché tutte queste misure gravano sul bilancio pubblico e quindi sull’Irpef, pagata ormai solo dal lavoro dipendente e dalle pensioni.
Nei desiderata della Lega c’è anche quest’anno l’innalzamento da 85 a 100mila euro della soglia di ricavi entro cui gli autonomi possono accedere alla flat tax. Mentre Forza Italia ha riproposto un’imposta sostitutiva sulle tredicesime. Tra forfettario, cedolare sugli affitti, tassazione separata dei redditi finanziari, cosa resta dell’Irpef?Per ragioni di convenienza politica e di piccolo cabotaggio è stato costruito un sistema estremamente iniquo in cui ciascuno ha il proprio regime fiscale differenziato. L’Irpef è diventata ormai un’imposta specifica sul lavoro dipendente, e nemmeno su tutto il reddito da lavoro dipendente: da anni il salario di produttività è tassato diversamente, ora si è aggiunta la flat tax sui rinnovi contrattuali, gli straordinari hanno a loro volta un trattamento differenziato… Quanto alla flat tax, avere aliquote differenti per dipendenti e autonomi con lo stesso reddito è un abominio. Oltre al fatto che incentiva a mantenersi sotto soglia dichiarando di meno. Andrebbe tra l’altro notato che regimi sostitutivi e flat tax per gli autonomi non prevedono nemmeno le addizionali, il che significa una ulteriore differenza di aliquota fino a 4 punti e oltre a seconda di dove si vive.
Tajani pretende poi l’estensione da 50 a 60mila euro del secondo scaglione Irpef, a cui si applica l’aliquota del 33%. Ma fino a quando si potrà alleggerire l’imposta sui redditi mentre si continua a restringerne la base imponibile?
Oltre i 50mila euro il numero di contribuenti è relativamente basso e quindi il costo complessivo è contenuto, ma va detto che il beneficio individuale sarà limitato. Tanto più che magari nel frattempo per finanziare quella misura verranno ridotte le detrazioni. Il punto è che si avrebbero effetti molto più forti sul tenore di vita effettivo investendo di più nei servizi pubblici, a partire dalla sanità: avere meno liste di attesa porterebbe un vantaggio ben superiore rispetto a una riduzione di aliquota. Ma fin dal primo governo Berlusconi si è diffusa l’idea che le imposte equivalgono a “mettere le mani nelle tasche” e vanno ridotte il più possibile.
Il problema dei bassi salari è particolarmente pesante per chi ha carriere discontinue ed è in part-time. E per loro le decontribuzioni possono poco.
Abbiamo retribuzioni stagnanti da trent’anni e poi è arrivata la botta dell’inflazione, che ha ulteriormente ridotto i salari reali. Ma il tema non è soltanto il salario orario: soprattutto nella parte bassa della distribuzione, il problema del mercato del lavoro italiano è il numero di ore lavorate e l’intensità lavorativa. È cresciuto enormemente il part-time. Intervenire con una legge sul salario minimo o sulla rappresentanza sarebbe ovviamente utile e necessario, ma quando la struttura produttiva si sposta verso settori come logistica, turismo, commercio e multiservizi, dove prevalgono lavori a basso valore aggiunto e con orari ridotti, la questione è strutturale. Dipende da mancanza di politiche industriali, incentivi continui alle imprese a ridurre il costo del lavoro e anche mancanza di controlli: sono abbastanza sicuro che questa esplosione del part-time è anche legata al “grigio”, cioè imprese che dichiarano meno ore di quelle effettivamente lavorate. Questo può significare qualche soldo in più oggi per il lavoratore, ma meno diritti e meno contributi, oltre a minori entrate per lo Stato.
Salari bassi e carriere discontinue significano anche, con il sistema contributivo, assegni più bassi. Su questo fronte l’unica soluzione proposta dal governo è spingere la previdenza complementare. Ha senso?
No. La previdenza complementare serve a integrare la pensione, soprattutto per chi vuole uscire prima dal lavoro e ha una carriera almeno discreta. Ma in nessun modo può essere la risposta per chi ha poche risorse: se guadagno poco, ho esigenze di liquidità oggi e non posso destinare altro reddito al risparmio previdenziale. Per questo sono ormai circa quindici anni che propongo una pensione di garanzia. Il problema previdenziale nasce dai bassi salari e dalle carriere discontinue e riguarda persone che hanno avuto difficoltà persistenti nel mercato del lavoro. Anche se domani avessimo il miglior mercato del lavoro possibile, resterebbero trent’anni di bassa accumulazione contributiva. La pensione di garanzia dovrebbe integrare l’assegno sulla base degli anni lavorati e dei contributi versati, incentivando – e tutelando relativamente di più – chi ha avuto una carriera più lunga e regolare, cioè non in nero.
Come giudica la proposta della Lega di consentire l’uscita a 64 anni utilizzando il Tfr?
È una misura che non costa nulla al bilancio pubblico perché l’anticipo se lo paga il lavoratore: nel sistema contributivo, uscendo prima, la pensione si riduce. Ma soprattutto le soglie previste per poter uscire sono molto alte: oggi si parla di 3,2 volte l’assegno sociale, circa 1.800-1.900 euro lordi al mese. Quindi chi ha avuto una carriera debole e avrebbe più difficoltà a lavorare fino a 67, 68 o 70 anni rischia di non raggiungere quella soglia. Anche se avesse il Tfr o una pensione integrativa, non avrebbe comunque accesso all’uscita anticipata. È un’ulteriore fonte di disuguaglianza. La possibilità di andare prima in pensione non dovrebbe dipendere dal reddito. Quando nacque il sistema contributivo, l’idea era quella di una fascia di pensionamento all’interno della quale il lavoratore potesse scegliere quando uscire, una volta raggiunto un importo minimo poco superiore all’assegno sociale. Parliamo di 700-800 euro, non dei 1.800-1.900 euro delle soglie attuali, ulteriormente alzate dal governo Meloni.
Quali sono oggi gli interventi più urgenti sul piano redistributivo?
Partirei dalla legge sulla rappresentanza per rafforzare i sindacati. Sul piano del welfare, da tre anni e mezzo siamo tornati a essere l’unico Paese senza una misura di reddito minimo basato sul principio dell’universalismo selettivo. Bisognerebbe recuperare una misura non categoriale, che dia sostegno anche ai lavoratori molto poveri. Tra i percettori del reddito di cittadinanza c’erano molte famiglie di persone che lavoravano ma guadagnavano troppo poco. Sul versante previdenziale, ribadisco, servirebbe una pensione di garanzia. Si potrebbe anche prevedere un pensionamento anticipato con lievi disincentivi economici sulla residua quota retributiva della pensione per chi per chi vuole uscire prima, ma con un disegno completamente diverso da quello oggi proposto dal governo.