Ronaldo, il Fenomeno

Nella seconda metà degli anni Novanta Ronaldo Luís Nazário de Lima, che oggi compie cinquant’anni, era il miglior calciatore al mondo. Nonostante una carriera breve e per certi versi incompiuta, molti lo considerano addirittura il miglior calciatore di tutti i tempi, o quantomeno quello che raggiunse il picco più alto. L’impatto che ebbe sul calcio europeo e mondiale fu in effetti senza precedenti: fu uno dei primi calciatori davvero moderni, per quanto faceva in campo e per cosa rappresentava fuori, a livello di marketing e di immaginario.

Non si era mai visto un attaccante con quella tecnica e quella velocità abbinate. I difensori che lo affrontarono in quel periodo hanno raccontato in varie occasioni cosa volesse dire averlo come avversario. Secondo Fabio Cannavaro «era immarcabile. Al primo controllo ti superava, al secondo ti bruciava, al terzo ti umiliava. Sembrava un extraterrestre». Per Alessandro Costacurta «resta il più grande di sempre, il miglior attaccante che abbia mai visto. Meglio anche di van Basten, un giocatore veramente impossibile da marcare».

Manuel Vázquez Montalbán, che non faceva il difensore ma lo scrittore, lo descrisse così quando lo vide giocare le prime partite con il Barcellona: «È un pugile con il colpo del KO ma con i piedi di Fred Astaire. Ogni industria ha bisogno di rinnovare i propri dei: con lui il calcio ha un dio per i prossimi dieci anni». E Federico Buffa, noto giornalista e autore, in una puntata di Storie Mondiali uscita su Sky Sport parlò così del primo Ronaldo, quello tra l’arrivo in Europa al PSV Eindhoven, nel 1994, e il primo grave infortunio, subito nel 1999 quando giocava nell’Inter:

Ronaldo era la macchina più perfetta mai vista su un campo di calcio. Una struttura muscolare incredibile, la capacità di accelerare fino ai venti, ventidue all’ora senza problemi. Totalmente ambidestro, con una capacità indimenticabile di curare il particolare alla massima velocità. Non è guidare una Lamborghini Murcielago, è essere una Lamborghini Murcielago.

Se tutte queste citazioni non hanno reso l’idea, ecco cos’era Ronaldo nel 1996

Nella seconda parte degli anni Novanta il calcio stava cambiando. La Coppa dei Campioni era da poco diventata Champions League e si era allargata, le pay-tv iniziavano ad affermarsi, gli sponsor e i soldi che giravano intorno stavano per decuplicare. In quel contesto, Ronaldo fu non solo un attaccante mai visto, ma il primo vero calciatore-azienda, «la prima manifestazione dello Zeitgeist del “calcio moderno”».

Firmò un ricchissimo contratto prima decennale e poi a vita con la Nike, che diventò anche lo sponsor ufficiale della nazionale brasiliana, con cui fece alcuni fortunati spot pubblicitari. Nel 1999 fu l’unico calciatore il cui nome non compariva sul videogioco FIFA (era sostituito da varie diciture, G. Silva, A. Calcio e No. 9), perché aveva il suo videogioco dedicato, Ronaldo V-Football.

Per trovare un termine di paragone credibile bisogna citare Michael Jordan e il suo impatto sul basket NBA. Anche il suo soprannome, il Fenomeno, con il quale viene tutt’oggi distinto da Cristiano Ronaldo, è esemplificativo della percezione che si aveva di lui.

Tutte queste cose accaddero in un periodo nel quale Ronaldo non vinse né un campionato nazionale (l’unico sarebbe stata la Liga del 2003 con il Real Madrid, dopo i due gravi infortuni alle ginocchia), né la Champions League (non la vinse mai) né di fatto i Mondiali. Vinse infatti quelli del 1994 ma senza giocare nemmeno un minuto, perse la finale nel 1998 e solo nel 2002 li vinse da protagonista, assieme poi al secondo Pallone d’Oro.

Ronaldo contrastato (a fatica) da due avversari durante Brasile-Olanda ai Mondiali di Francia 1998 (AP Photo/Lionel Cironneau)

Ronaldo arrivò in Europa nell’estate del 1994, acquistato dal PSV Eindhoven. Scelse di iniziare da lì su suggerimento di un altro grande attaccante brasiliano, Romário, che ci aveva giocato per cinque stagioni prima di passare al Barcellona. Romário disse a Ronaldo che il PSV e il campionato dei Paesi Bassi erano il contesto ideale per adattarsi al calcio europeo. Ronaldo stava per compiere 18 anni ma già si parlava di lui come di un, appunto, fenomeno, e non ci mise molto ad ambientarsi. Alla partita d’esordio in una competizione europea, una trasferta di Coppa UEFA sul campo del Bayer Leverkusen, fece 3 gol. Giocò due anni al PSV, segnando 51 gol in 54 partite, e nell’estate del 1996 andò al Barcellona.

Per l’Inter e il suo presidente Massimo Moratti, che lo seguivano da tempo, i 25 miliardi di lire chiesti dal PSV erano troppi. L’anno successivo ne avrebbero pagati il doppio per comprarlo dal Barcellona, dove in una stagione Ronaldo fece 47 gol, vincendo la Coppa delle Coppe, la Supercoppa e la Coppa di Spagna. Il 25 luglio del 1997 Ronaldo si affacciò dalla finestra della sede dell’Inter in via Durini per salutare i suoi nuovi tifosi. «Sono venuto qui per vincere lo Scudetto», disse, dopo che Moratti aveva speso 47 miliardi per comprarlo dal Barcellona.

L’Inter non vinceva il campionato dal 1989 e nel frattempo aveva visto il Milan vincere quattro Scudetti e tre Coppe dei Campioni, e la Juventus due Scudetti e una Coppa dei Campioni. Gli anni Novanta, insomma, non erano il decennio migliore per essere interisti. L’arrivo del miglior calciatore al mondo, però, portò grande entusiasmo e la fiducia che le cose potessero finalmente cambiare. Per la prima volta negli anni Novanta gli abbonati interisti a San Siro superarono quelli milanisti.

Ronaldo il giorno della presentazione all’Inter (AP Photo/Luca Bruno, File)

L’impatto di Ronaldo sulla Serie A fu dirompente. Era un calciatore spettacolare ma allo stesso tempo eccezionalmente concreto: le sue giocate e i suoi dribbling erano finalizzati ad arrivare il prima possibile a calciare in porta, e a fare gol. Ne fece 25, nella Serie A 1997-1998, ma non bastarono per far vincere lo Scudetto all’Inter.

Era una squadra meno attrezzata di altre e alla fine arrivò seconda dietro la Juventus, dopo uno scontro diretto molto discusso, quello del fallo da rigore di Mark Iuliano su Ronaldo non fischiato dall’arbitro, quando la Juventus era già in vantaggio per 1-0. L’Inter vinse comunque la Coppa Uefa, battendo 3-0 la Lazio in finale anche grazie a un altro gol di Ronaldo rimasto celebre.

Saltò così il portiere avversario, il resto si può immaginare

«Nel biennio 1996/98 Ronaldo è stato il teaser del calcio a velocità raddoppiata che si sarebbe giocato nel ventunesimo secolo ormai alle porte: uno sport extraterrestre, compiutamente globale e vendibile a tutte le latitudini», scrive Cesare Alemanni su Ultimo Uomo.

Gli anni successivi andarono peggio. Già nel 1998-1999 Ronaldo saltò quasi la metà delle partite per alcuni problemi alle ginocchia; l’Inter cambiò 4 allenatori in una stagione e finì ottava. Gli infortuni peggiorarono nell’annata successiva: il 21 novembre del 1999 si lesionò per la prima volta il tendine rotuleo del ginocchio destro. Tornò in campo il 12 aprile del 2000, ma 6 minuti dopo il suo ingresso, nella finale di andata di Coppa Italia contro la Lazio, il tendine si ruppe del tutto. Fu di fatto la fine della prima parte della carriera di Ronaldo, quella in cui sembrava andare al doppio della velocità rispetto a tutti gli altri.

Riuscì comunque, dopo una lunga e faticosa riabilitazione, a tornare in campo. Perse uno Scudetto all’ultima giornata, nel celebre e nefasto (per i tifosi dell’Inter) 5 maggio del 2002. La seconda parte di carriera fu per certi versi ancor più eccezionale, perché pur avendo perso buona parte di ciò che lo rendeva immarcabile, tornò comunque a essere uno dei migliori attaccanti al mondo.

Nell’estate del 2002 vinse i Mondiali segnando 8 gol in 7 partite, compresa la doppietta in finale. Lasciò infine l’Inter per trasferirsi al Real Madrid. Sarebbe tornato in Serie A cinque anni dopo, appesantito ma ancora in grado di produrre alcuni momenti di grande calcio: non con l’Inter, però, ma con il Milan. Ciononostante, ancora oggi quasi tutti i tifosi dell’Inter che l’hanno vissuto lo ricordano come il migliore di sempre ad aver indossato quella maglia.