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24 settembre 2026 | 19:36

Per il secondo appuntamento di quest’anno, la rassegna “Come un sole che ci scalda nella notte” ha proposto un insolito viaggio tra le canzoni e le danze del tardo Rinascimento e del primo Barocco inglese e tedesco scritte per questa particolare formazione. Applauditi protagonisti del concerto sono stati il Nautilus Consort e il flautista Carlo Nicita
Un concerto davvero speciale quello di domenica 20 settembre, nella Chiesa dell’Adorazione presso l’Istituto delle Suore Sacramentine di Bergamo, a cominciare dall’occhiello della locandina “Come un sole che ci scalda nella notte”, titolo generale della rassegna scelto dal direttore artistico Alessandro Bottelli, in cui si nasconde un vero e proprio senhal del cognome della beata Geltrude Comensoli, proclamata santa nel 2009 da papa Benedetto XVI, per continuare con il titolo “Il profumo delle viole” che incuriosiva per il gioco di parole della suggestiva sinestesia fra olfatto e udito.
Dal sottotitolo del concerto “Canzoni e danze del tardo Rinascimento e del primo Barocco inglese e tedesco” si capiva la scelta di un ambito particolare, di un genere sviluppatosi in un arco di tempo ben definito e in aree geografiche privilegiate.
Il nome scelto dal complesso musicale, “Nautilus Consort”, che riprende il termine consort usato in quelle epoche per i gruppi musicali formati da famiglie di strumenti, deriva dal latino concertare (gareggiare o cooperare insieme, da cui “concerto”) e connota il perfetto equilibrio e il confronto armonioso tra le parti, che abbiamo piacevolmente avvertito nelle esecuzioni.
Assistere a questo avvenimento è stata anche una splendida occasione per scoprire la differenza tra le viole da gamba e da “brazzo” (qui erano tutte da gamba), per apprenderne la varietà di dimensioni, in base all’altezza dei suoni, e soprattutto per scoprire che non hanno nulla a che fare con il più noto violoncello, simile solo in apparenza. La bravissima Margherita Tomasi, infatti, che ci ha deliziato poi anche con il suo canto modulato, morbido e flautato, nell’introduzione ha spiegato le caratteristiche di questi strumenti, diversi per numero di corde, per tasti, per accordi e per la posizione rispetto a gambe e ginocchia.
È pur vero che sarebbe bastato notare come le esecutrici tenevano l’archetto, impugnandolo dal basso (con il palmo rivolto verso l’alto, con una presa rilassata), per intuire che ci trovavamo davanti a qualcosa di insolito.
Il gruppo, formato inizialmente solo al femminile, con le bravissime Daniela Colangelo, Teresa Lion e Federica Furlanetto, oltre a Margherita Tomasi, si è avvalso per l’occasione anche della presenza di Emilio Barichello che si è formato come liutaio specializzato presso la scuola internazionale “Stradivari” di Cremona. Ma la presenza più intrigante è stata quella di Carlo Nicita, un flautista creativo che con la vasta gamma dei suoi flauti (fra cui il basso, abbastanza strano e sconosciuto alla maggior parte degli ascoltatori) è entrato in sala all’inizio, a sorpresa, e poi ha “siglato” molte esecuzioni, intervenendo con una singolare interpretazione delle melodie appena sentite, grazie ai commenti originali dei suoi suoni soffiati, rauchi e puntillati e dei suoi ritmi strappati, martellati e sincopati.
Il concerto ha preso le mosse dalla composizione dolcissima e struggente di un anonimo del ’500, Sweet was the song the Virgin sung: “Dolce era il canto che la Vergine cantava / Quando fu giunta a Betlemme / E diede alla luce suo Figlio, / Cantando ‘lullay’ al benedetto Gesù: / ‘Ninna nanna, ninna nanna, dolce bimbo’, cantava lei, / ‘Mio figlio, e per di più salvatore nato, / Che ha acconsentito dall’alto dei cieli / A visitare noi che eravamo abbandonati: / Lalula, lalula, lalulaby, / Dolce bimbo’, cantava lei, / E lo cullava dolcemente sulle sue ginocchia”.
A seguire tutti i principali autori inglesi dell’epoca d’oro della musica per viola da gamba (il ’500 e il ’600), proposti fedelmente senza trascrizioni, arrangiamenti o riduzioni.
Di Anthony Holborne (1545 circa – 29 novembre 1602), uno dei più stimati e popolari compositori inglesi durante il regno di Elisabetta I, abbiamo gustato all’inizio Sedet sola dedicato alla Vergine addolorata, la suggestiva ninna nanna Lullabie, e The Night Watch, “la Ronda di notte” (o “la guardia notturna”) e più avanti Bona Speranza, Galliard e The Fruit of Love “Il frutto dell’amore”, una famosissima danza (una Almand o allemanda) pubblicata nel 1599.
John Dowland, quindi, forse il più grande dell’epoca elisabettiana, sicuramente uno dei più famosi, nato nel 1563 e morto a Londra nel 1626, era l’autore di Flow my tears, “Scorrete, mie lacrime, sgorgate dalle vostre fonti! / Esiliato per sempre, lasciatemi piangere; / Là dove l’uccello notturno canta la sua triste infamia, / Là lasciatemi vivere abbandonato”, suonato con maestria e cantato magnificamente da Margherita. Di lui sul finale abbiamo ascoltato ancora un’invocazione appassionata rivolta alla persona amata o all’Amore stesso: “Come again, sweet love doth now invite”, “Ritorna! Il dolce amore ora invita” pubblicato nel 1597 all’interno del suo First Booke of Songes or Ayres.
A seguire: la Fantasia a 5 n. 8, di John Ward (1571 – 1638), una emozionante composizione con linee melodiche caratterizzate da un fitto contrappunto; la Suite n. 9 di Johann Hermann Schein (1586 – 1630), il più grande compositore tedesco dell’epoca, insieme a Heinrich Schütz e Samuel Scheidt; I am not I of such belief (“Non sono del parere”), di Richard Nicholson (1563 – 1638; Fie, fie, my fate (“Vergogna, vergogna, il mio destino”) di William Mundy (1529 – 1591) e una Canzona in forma italiana di William Brade (1560 – 26 febbraio 1630), un compositore inglese inquieto e girovago.
Il concerto si è concluso con un bis finale molto commovente, in omaggio al luogo in cui ci trovavamo, dedicato alla nascita di Gesù, morto per la salvezza degli uomini.
Grandi e calorosi applausi hanno dimostrato l’approvazione sentita di un pubblico numeroso, molto attento e partecipe.