La Calabria è sottovalutata, e Cosenza lo è ancora di più

Sono a Roma, che è il mio antidepressivo preferito. E sabato pomeriggio all’Olimpico c’è la partita del secolo. Ancora calcio: qualche giorno fa mi ero messo Sunderland-Arsenal mentre facevo il minestrone e ho avuto qualche problema di comprensione

Sabato (scorso)

Il racconto più bello del mondo. Oggiono, Alta Brianza, bar-ricevitoria Cafè in via Milano, ieri mattina tra le nove e mezza e le dieci. Entra uno sconosciuto e compra dalla commessa Daniela una schedina del SuperEnalotto da cinque euro, quella che vincerà 223 e rotti milioni di euro. Nessuno da solo aveva mai vinto tanto.

Questo racconto, una tempesta solare nel buio dell’epoca attuale, mi ha ricordato lo scrittore Ruggero Guarini. Avevo scritto che era una delle menti migliori della sua generazione. Il giorno dopo mi telefonò prestissimo: «Lo dici davvero?». Risposi di sì. E lui: «Ti sbagli. Se fossi una delle menti migliori della mia generazione non andrei ogni mattina a comprare un biglietto della lotteria. Sono un poveraccio qualsiasi».

Non avevo mai preso in contropiede Ruggero. Sapeva tutto ed era un polemista feroce. Quella volta ci riuscii. Mi venne in mente un romanzo letto da ragazzino, Un biglietto della lotteria di Jules Verne, lo scrittore di Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in ottanta giorni, Viaggio al centro della Terra, e gli raccontai la trama. Alla fine Ruggero disse: «Grazie, mi sento assolto e vendicato».

C’era una volta Milano, che aveva senso dell’umorismo

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Domenica

Ieri mentre facevo il minestrone avevo messo in sottofondo la partita Sunderland-Arsenal. A un certo punto il telecronista ha cominciato a gridare tutto eccitato: «Angulo! Angulo!». Mi sono chiesto cosa stesse succedendo di così sconvolgente in campo e sono corso a vedere. Niente, era solo il cognome di un giocatore.

Forse anche nel calcio non guasterebbe un po’ di Metodo Afeltra. Gaetano Afeltra, direttore del Giorno (non quello bello e leggendario), non voleva mai scontentare i lettori, metterli a disagio, costringerli a sforzarsi. Una volta Stefano Jesurum, che era cronista principiante, assistette a una rapina e gli dissero di scriverne. Era il suo primo pezzo che andava in prima pagina. Ci lavorò coscienziosamente e lo firmò con orgoglio. La mattina dopo restò secco quando vide che la sua firma era saltata. Chiese come mai. Gli spiegarono che, dando l’ultima occhiata alla prima pagina al momento del visto si stampi, Afeltra aveva notato il suo cognome e si era preoccupato. Lo trovava difficile da leggere e da pronunciare. «I lettori non lo capiranno», disse e ordinò di togliere la firma.

Deliro per Antonello da Messina. Che belli i taccuini di Henry James

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Lunedì

Posta arretrata. A maggio ho definito Zinedine Zidane il più grande suolista (nel senso della sua tecnica stupefacente nel trattare il pallone con la suola degli scarpini) della storia del calcio. Avevo aggiunto che tra gli scrittori contemporanei consideravo Sandro Veronesi il più abile suolista letterario. Silvano Calzini mi aveva scritto: «Per me il più grande suolista della letteratura resta Julien Gracq, francese come Zidane. Intanto il suo romanzo La riva delle Sirti (L’Orma) è un diamante rosa scritto in una lingua talmente raffinata che sembra quasi volere tenere a distanza il lettore. Una storia ambientata in un luogo immaginario, in un’atmosfera da mondi perduti, avvolta nelle nuvole, lontano da tutto e fuori dal tempo. E poi Gracq era un fuoriclasse anche da morto. Racconta Philippe Claudel: “All’inizio del 2010 ricevetti un biglietto di auguri da Julien Gracq. Mi augurava un felice anno nuovo e ogni successo nelle mie imprese letterarie e sperava di rivedermi. Il bigliettino era datato 15 dicembre 2007, una settimana prima della sua morte. Julien Gracq aveva scritto il biglietto, lo aveva imbustato, vi aveva annotato il mio indirizzo e aveva apposto un francobollo, ma non aveva avuto il tempo di spedirlo perché si sentì male, fu portato in ospedale e non tornò più. Il biglietto rimase in casa. Tre anni dopo, un uomo lo trovò in un lotto di vecchie carte che aveva appena comprato a un’asta e me lo inviò”».

Gare, scommesse e drammi: i titoli di testa della settimana

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Martedì

Caro Silvano, tempo fa un amico ha comprato casa ai Parioli e nella cassaforte ha trovato un assegno non riscosso intestato a un politico di spicco della Prima Repubblica. Quello delle vecchie carte che a volte tornano è un tema di estremo fascino, come nell’avvincente romanzo degli anni Cinquanta di Max Simon Ehrlich, Una lettera giunge dal passato (poi ripubblicato da Sperling & Kupfer levando “giunge” dal titolo, io l’avrei lasciato, dava l’idea del viaggio fatto dalla missiva misteriosa).

Anche in Un biglietto della lotteria di Verne, il romanzo che raccontai a Guarini, accade qualcosa di simile. Hulda è una bella locandiera norvegese fidanzata con Ole, un marinaio disperso dopo il naufragio del suo peschereccio al largo di Terranova. Un giorno un’onda deposita sulla spiaggia la classica bottiglia con un messaggio. È di Ole ed è scritto sul retro di un biglietto della lotteria che finisce per fare gola a molti (tra cui un odioso usuraio): il suo ritrovamento miracoloso induce a pensare che sarà il biglietto vincente. Si avvicina il momento dell’estrazione. Hulda non ha smesso di sperare che il fidanzato sia vivo e torni in tempo per ristabilire i suoi diritti… La rocambolesca e felice conclusione del romanzo restituì il buonumore a Guarini, incallito scommettitore mattutino. Anche le menti migliori di una generazione hanno il diritto di credere nel lieto fine.

Tra i fact checker e Dimpna, e con le locandine dei giornali

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Mercoledì

Scrive Giorgio Secchi: «“L’acronimo Stkz è già stato utilizzato da alcune attività commerciali milanesi, ma è irresistibile la tentazione di usarlo in riferimento al secondo matrimonio di Ilary Blasi (Antonio Dipollina, Repubblica). A volte c’è ancora qualche traccia di buon giornalismo».

E si potrebbe fare ancora ottimo giornalismo riciclando le cronache mondane di Elsa Maxwell ai tempi d’oro di Hollywood. «Niente può rovinare una bella festa come la presenza di un genio», scriveva Elsa. Difficile che nel party da lei citato, caro Giorgio, si sia corso questo pericolo.

Guccini, la cicala e la formica: come mandare a quel paese La Fontaine

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Giovedì

Francesca Ceriani: «Forse “solastalgia” è il termine giusto per descrivere la perdita della Linea Lombarda; mi sembra di aver capito che è legato al cambiamento climatico, ma se parliamo di clima culturale (milanese, nazionale, mondiale…) direi che può andare bene. Sto proprio leggendo Beppe Viola, Vite vere compresa la mia (ora Quodlibet) e alcune pagine mi fanno sentire come se avessi mangiato i funghi messicani di Leary. Quanto manca il Derby! Ogni “Spaghetti & Moretti” un po’ mi intristisce e un po’ mi rallegra, come un disco di Jannacci. A sabato prossimo».

Visto, Francesca? In questa puntata sta prevalendo l’allegria. Forse perché sono a Roma, il mio antidepressivo preferito, e sto scrivendo mentre, fuori dalla finestra, gridano i gabbiani. E sabato pomeriggio all’Olimpico c’è Roma-Inter, la partita del secolo. Angulo tutto il resto.

Ulisse in mare con i suoi “bro”. All’orizzonte la fine del mondo

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Venerdì

Serafino Lio: «Ha avuto modo di leggere “Cosenza senza andare di fretta”, l’articolo di Giusi Fasano su 7 (periodico a lei ben noto) di venerdì 11 settembre? È un ritratto della città che attira chi non la conosce».

Caro Serafino, lo struggente pezzo di Giusi mi è sembrato il più bello uscito sul settimanale da quando non ci scrivo più (lasci che citi di nuovo Elsa Maxwell: «Mi faccio dei nemici deliberatamente. Sono la salsa piccante nel piatto della mia vita»). L’articolo, segnalatomi affettuosamente da un amico milanese, l’ho girato a parenti e a persone care, tra cui la trisvalida (come le figurine Panini) compatriota Enrica Riera di Domani, autrice lo scorso Natale di un definitivo pezzo sui cuddrurieddri, specialità gastronomica che racchiude l’anima segreta della cosentinità (se il cuddrurieddru fosse stato di Dublino, certamente avrebbe trovato un posto d’onore nei Dubliners di James Joyce). Come dice un’altra amica, non cosentina e perciò non sospettabile di simpatie di parte: «La Calabria è sottovalutata». E Cosenza di più.

Scrive Alberto Innamorati ed è una coltellata al cuore: «Dott. D’Orrico buongiorno, sono rimasto smarrito quando ho letto che si è preparato un Bloody Mary. Ho immaginato che lo abbia anche bevuto. La pregherei di non darci informazione di quando arriverà all’Alexander. Cordiali saluti».

Chiedo perdono, caro Innamorati (parente del mio amato professore Giuliano, letterato di impareggiabile stile?), mi ero perso nei meandri della cocktellerì. Ma a Roma ho ritrovato il Dry perduto.

L’Ia spiega La grande bellezza. E io mi bevo un buon rosé

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Per scrivere ad Antonio D’Orrico la mail [email protected]

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