
Il legale Beretti: "Accertamenti sui protocolli"

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"Ho parlato con la pm di turno Giulia Galfano della Procura di Reggio Emilia che sta lavorando in maniera rapida e ha già disposto l’autopsia, inoltre chiederà l’acquisizione di tutte le cartelle cliniche, dei verbali e di tutto quello che ha riguardato questi pochi giorni di permanenza in carcere di Mena. La famiglia del ragazzo è distrutta e vuole sapere cosa è successo. Bisogna accertare se ci sono responsabilità, parliamo di un soggetto fragile, che era seguito dai servizi di salute mentale". Lo ha detto l’avvocato Franco Beretti, che assisteva il 26enne Mena Istafaunos, morto suicida in carcere venerdì sera dopo che domenica scorsa a Reggio Emilia aveva aggredito e ferito tre persone, a lui sconosciute, a un distributore di benzina.
"Sono stato avvertito dalla polizia penitenziaria e poi ho chiamato il padre di Mena. È scioccato. Dopo l’arresto non sono riusciti più a vederlo, anche durante la convalida Mena era in condizioni difficili e non se l’è sentita di farsi vedere dai familiari", spiega il legale del 26enne. "La Procura dovrà capire se il ragazzo, alla sua prima esperienza carceraria, era sorvegliato vista la situazione. La sua famiglia pretende di saperlo. Non voglio colpevolizzare nessuno – ha aggiunto –, ma era una persona con una malattia mentale, con una profonda fragilità e con una terapia farmacologica prescritta che seguiva saltuariamente, perché i familiari non potevano imboccarlo. Ho parlato con lo psichiatra in carcere, mi ha detto che hanno subito ripristinato la terapia, potenziandola. Quindi era una persona da attenzionare molto bene. Bisognerà fare accertamenti per capire se siano stati seguiti tutti i protocolli del caso".
Anche l’avvocato Nicola Tria, presidente della Camera Penale di Reggio Emilia, commenta la tragedia: "Non conosco ovviamente i dettagli del caso e gli accertamenti che immagino gli organi competenti stiano effettuando su questa vicenda. Certo è che ogni volta che si verifica un suicidio in carcere -credo che questo sia il cinquantesimo del 2026- viene drammaticamente in evidenza la situazione di oggettiva e strutturale difficoltà del nostro sistema penitenziario, una situazione che esige innanzitutto provvedimenti urgenti che conducano alla riduzione del sovraffollamento oltre che investimenti consistenti sul personale. Il disagio psichico che poi spesso affligge, come in questo caso, la popolazione carceraria impone una riflessione sul fatto che il sistema penitenziario non è in grado -e non sempre per proprie “colpe”- di assicurare cure e terapie adeguate a persone con problemi, persone che andrebbero invece intercettate, gestite e assistite, anche in un’ottica di prevenzione, attraverso un potenziamento dei servizi territoriali".
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