Diciamo che volete comprare uno degli studi cinematografici più famosi del mondo. Vi servono 111 miliardi di dollari, una rete di finanziatori che comprende alcuni dei più ricchi fondi sovrani del pianeta, l’approvazione degli azionisti e la disponibilità a trascorrere mesi nei tribunali americani. Vi conviene inoltre mettere da parte altri sette miliardi, nel caso in cui l’affare salti, e prepararvi a pagare sette milioni di dollari per ogni giorno di ritardo.
È, in estrema sintesi, il punto in cui si trova la fusione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery, un’operazione destinata a riunire sotto lo stesso tetto due degli studios che hanno inventato Hollywood, due grandi piattaforme di streaming e una quantità difficilmente riassumibile di canali televisivi, reti d’informazione, personaggi e proprietà intellettuali.
Dentro la nuova società convivrebbero Harry Potter e Mission: Impossible, Batman e Star Trek, Game of Thrones e South Park, HBO e CBS, CNN e MTV. È il genere di catalogo che sembra compilato da un bambino lasciato solo con tutti i telecomandi di casa. Ed è esattamente questo il problema.
Che cosa stanno cercando di comprare davvero gli Ellison
Paramount Skydance è controllata da David Ellison, figlio del fondatore di Oracle Larry Ellison, dopo che nel 2025 Skydance ha completato l’acquisizione della vecchia Paramount. A meno di un anno di distanza, Ellison ha deciso di tentare un’operazione ancora più grande: comprare tutta Warner Bros. Discovery, debiti compresi. L’offerta definitiva, annunciata il 27 febbraio, valuta Warner circa 111 miliardi di dollari, di cui 81 miliardi come valore del capitale. Il finanziamento prevede decine di miliardi messi a disposizione dalla famiglia Ellison, da RedBird Capital e da un gruppo di banche e investitori internazionali.
Paramount non sta comprando soltanto una fabbrica di film. Warner Bros. Discovery comprende Warner Bros. Pictures, New Line Cinema, DC Studios, HBO, HBO Max, CNN, Discovery, TNT, TBS e Cartoon Network e una biblioteca cinematografica e televisiva che supera i 15 mila titoli. Paramount porterebbe nel matrimonio il proprio studio, CBS, Paramount+, Pluto TV, Nickelodeon, MTV, Comedy Central e Showtime.
Ne nascerebbe un conglomerato capace di produrre i film, distribuirli nei cinema, venderli alle televisioni, trasmetterli sui propri canali e conservarli sulle proprie piattaforme. Il prodotto, il negozio e una parte consistente della strada per arrivarci apparterrebbero alla stessa azienda.
Perché Hollywood continua a diventare più piccola
L’argomento di Paramount è semplice: per competere con Netflix, Amazon, Apple e Disney bisogna diventare più grandi. La televisione via cavo perde abbonati, produrre film e serie costa sempre di più e lo streaming, dopo anni di crescita finanziata quasi senza limiti, è entrato nell’epoca meno romantica dei bilanci.
Unire Paramount+ e HBO Max permetterebbe di condividere tecnologia, pubblicità, dati e costi di distribuzione. Le due aziende stimano oltre sei miliardi di dollari di risparmi annuali, una formula che a Wall Street suona rassicurante e a Hollywood viene generalmente tradotta con «licenziamenti».
Qui si scontrano due idee di mercato. Per Paramount, un nuovo gigante è necessario per opporsi ai giganti già esistenti. Per i suoi avversari, eliminare uno dei pochi grandi compratori rimasti significa rendere il mercato ancora meno competitivo. Entrambe le affermazioni possono sembrare vere: il problema è decidere quale delle due produrrà i danni maggiori.
Il ritorno dello Stato nell’antitrust americano
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha già esaminato e approvato l’operazione. Dopo un’indagine durata otto mesi e l’analisi di oltre due milioni di documenti, l’antitrust federale ha concluso che la fusione non danneggerebbe la concorrenza nello streaming, nella televisione lineare o nella produzione e distribuzione cinematografica.
Secondo il governo federale, Paramount+ e HBO Max resterebbero più piccoli dei tre principali servizi di streaming e la loro unione creerebbe un concorrente più credibile per Netflix, Amazon e Disney. Anche nel cinema rimarrebbero Disney, Universal, Sony, Amazon MGM, Lionsgate e studi indipendenti come A24 e Neon.
Dodici procuratori generali statali, guidati da quello della California Rob Bonta, sono arrivati alla conclusione opposta e hanno fatto causa per fermare la fusione. Il loro argomento è che Paramount e Warner non competono soltanto nello streaming, ma anche per conquistare talenti, finanziare film, assicurarsi sale cinematografiche e vendere interi pacchetti di canali agli operatori via cavo.
In alcuni di questi mercati, sostengono gli Stati, la nuova società arriverebbe a controllare circa un terzo dell’offerta americana. Meno studios significherebbero meno film, meno potere contrattuale per i cinema e prezzi potenzialmente più alti per il pubblico.
Paramount+, HBO Max e la scatola globale dello streaming
La fusione cambierebbe soprattutto la scala della competizione digitale. Paramount+ possiede un’offerta forte nello sport, nell’intrattenimento generalista e nei franchise popolari; HBO Max ha un’identità più prestigiosa, sostenuta da HBO, Warner e DC. Unite, le due piattaforme potrebbero proporre uno dei cataloghi più estesi del mercato.
Il vantaggio è evidente: un singolo abbonamento potrebbe raccogliere HBO, Warner, Paramount, CBS, DC e Nickelodeon. Lo svantaggio è altrettanto evidente: due servizi diventerebbero uno, riducendo la concorrenza e probabilmente anche il numero delle produzioni commissionate separatamente.
La storia recente dello streaming insegna inoltre che le fusioni non producono sempre cataloghi più ricchi. Possono produrre aumenti di prezzo, cancellazioni, titoli rimossi e piattaforme riorganizzate ogni diciotto mesi con nomi che sembrano decisi durante una crisi aziendale. Paramount ha promesso di mantenere in vita entrambi gli studios e di distribuire almeno trenta film all’anno nelle sale. È un impegno significativo, soprattutto per gli esercenti cinematografici. Resta da capire quanto possa durare una promessa industriale quando comincerà il lavoro concreto di eliminazione delle duplicazioni.
Perché gli sceneggiatori temono la concentrazione
La Writers Guild of America ha presentato una causa separata per bloccare l’accordo. La sua posizione parte da un principio meno visibile al pubblico ma decisivo per chi lavora nell’intrattenimento: gli studios non competono soltanto per vendere contenuti, ma anche per comprarli.
Ogni grande studio indipendente è un possibile datore di lavoro, un interlocutore a cui proporre una sceneggiatura e un concorrente che può costringere gli altri ad alzare compensi e condizioni. Se Paramount e Warner diventassero un’unica azienda, gli sceneggiatori perderebbero uno dei principali compratori di cinema e televisione degli Stati Uniti.
Secondo la Writers Guild, la nuova società avrebbe la possibilità di commissionare meno film e serie, abbassare i compensi e coordinare implicitamente le proprie politiche con quelle degli altri grandi gruppi. In altre parole, la concentrazione non ridurrebbe soltanto ciò che il pubblico può vedere, ma anche il numero delle persone pagate per immaginarlo.
È una paura amplificata dagli scioperi del 2023 e dalla successiva contrazione dell’industria. Hollywood produce già meno serie rispetto agli anni della guerra dello streaming. Un’altra grande fusione potrebbe trasformare quella correzione in una nuova normalità.
Il nodo CNN e il potere politico degli Ellison
C’è poi una parte dell’operazione che non può essere misurata soltanto contando film e abbonati. La famiglia Ellison controlla già CBS News; con Warner Bros. Discovery otterrebbe anche CNN, portando due delle maggiori organizzazioni giornalistiche americane sotto una sola proprietà.
Il tema è particolarmente sensibile per i rapporti politici degli Ellison e per il trattamento favorevole ricevuto dalla fusione da parte del Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump. Non dimostra da solo l’esistenza di uno scambio, ma rende inevitabile interrogarsi sull’indipendenza futura di CNN e CBS.
Il controllo riguarderebbe anche la memoria audiovisiva. Gli archivi di CNN conservano più di quattro milioni di materiali prodotti in 45 anni; quelli di CBS raccolgono 85 anni di notiziari, riprese e filmati inediti. Documentaristi e archivisti temono che un unico proprietario possa decidere quali immagini della storia rendere disponibili, a quale prezzo e per raccontare quale versione degli eventi. Una fusione tra aziende cinematografiche riguarda dunque anche l’informazione, l’accesso alle fonti e la possibilità di raccontare il passato. Non esattamente questioni che si risolvono aggiungendo un altro pacchetto premium.
I sette milioni di dollari che scattano ogni giorno
Paramount puntava inizialmente a completare l’acquisizione entro l’autunno. L’azione dei dodici Stati ha però convinto una giudice federale, Araceli Martínez-Olguín, a sospendere temporaneamente l’operazione. Paramount e Warner hanno poi accettato di non chiuderla fino alla conclusione del processo o, al massimo, fino al giugno 2027.
Il rinvio ha un prezzo. Dal 1° ottobre comincerà a maturare una ticking fee da circa sette milioni di dollari al giorno, una maggiorazione promessa agli azionisti Warner per compensare l’attesa. Se invece la fusione dovesse fallire per ragioni regolatorie, Paramount potrebbe dover pagare una penale da sette miliardi. La cifra aiuta a capire quanto David Ellison consideri essenziale l’operazione. Ma il denaro non è l’unico costo: durante il processo Warner resterà sospesa tra due proprietà, con investimenti e nomine difficili da programmare, mentre i concorrenti potranno sottrarle dirigenti, autori e progetti.
Come può finire la fusione Paramount-Warner Bros.
Gli scenari possibili sono tre. Il primo è la vittoria piena di Paramount: il tribunale respinge le contestazioni e l’azienda completa l’acquisizione, probabilmente nel 2027, pagando il prezzo del ritardo ma ottenendo Warner, HBO e CNN.
Il secondo è un accordo con gli Stati. Paramount potrebbe accettare cessioni di canali, garanzie sul numero di film prodotti, limiti alla vendita congiunta dei contenuti o tutele per cinema e lavoratori. Sarebbe la soluzione tipica delle grandi operazioni troppo costose per essere abbandonate e troppo problematiche per essere approvate senza condizioni.
Il terzo è il fallimento dell’accordo, con Paramount costretta a pagare la penale e Warner nuovamente disponibile sul mercato. Sarebbe un esito clamoroso, ma dopo mesi di offerte, controfferte, cause e rinvii non è più impensabile. In ogni caso la fusione racconta già qualcosa di Hollywood. Gli studios tradizionali, incapaci di competere da soli con le aziende tecnologiche, cercano salvezza diventando meno numerosi e più grandi. Può essere una strategia razionale per gli azionisti e insieme un pessimo affare per lavoratori e spettatori.
Nato a Genova nel giorno in cui a Bel Air morì Truman Capote, dopo un lungo percorso di autocoscienza si è rassegnato all’idea che si tratta solo di una coincidenza. Laureato in Relazioni Internazionali e diplomato alla Holden ha lavorato a lungo nelle istituzioni europee, scrivendo nel tempo libero per L’Ultimo Uomo, Minima et Moralia, Pandora e altre testate. Nel 2018 entra nella redazione di Esquire Italia, di cui oggi è Digital Managing Editor. Ha scritto anche due libri e qualche sceneggiatura.

