Con le guerre che proseguono, l'inflazione che è ripartita, i salari reali che ritardano a recuperare i livelli perduti e il caro carburanti che tiene banco, in questo momento i cittadini non se la stanno certamente passando bene e sono inquieti. Ma far passare la tesi che le famiglie italiane siano oggi quelle nelle condizioni peggiori a livello europeo, come capita spesso di leggere in vari commenti o di sentir dichiarare nei dibattiti politici e televisivi, non contribuisce di sicuro a delineare una informazione economica corretta. Inoltre, oscura i progressi a livello di redditi, potere d'acquisto e consumi che l'Italia ha messo a segno dalla fine dell'austerità ad oggi.
Se proprio si vuole trovare a tutti i costi il momento peggiore degli ultimi decenni, non soltanto per le famiglie ma per l'intera economia italiana, non è certo da ricercare nella fase attuale ma è stato sicuramente il 2008-2013. Sembra che in tanti si siano dimenticati le sofferenze e le ristrettezze di quel periodo: crollo del PIL, lo spread alle stelle, oltre 110 miliardi di potere d'acquisto delle famiglie andati in fumo in poco più di un quinquennio, consumi paralizzati, l'edilizia in ginocchio. E come stigma anche l'Italia era stata inclusa dalla stampa mondiale nel gruppo dei cosiddetti PIIGS (dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), cioè i Paesi messi peggio in assoluto tra quelli avanzati. Da allora, il nostro Paese è ripartito con vigore ed ha anche attraversato una tragedia come il Covid con grande senso civile e compattezza, riprendendosi con slancio fino ad arrivare ai buoni risultati economici odierni. Dunque, non è vero che la società italiana è quasi sul punto di crollare al tappeto sotto l'incalzare degli ultimi rialzi di benzina e gasolio.
Non è vero per diverse ragioni. Primo, perché il caro carburanti c'è ovunque ed altrove è anche peggiore che da noi. Sta colpendo un po' tutti i Paesi, perfino gli Stati Uniti, il cui presidente, con la disastrosa guerra avviata in Medio Oriente, è stato la causa scatenante. Il caro carburanti è un problema sentito assai più che in Italia, ad esempio, in Francia, Gran Bretagna e Irlanda. Secondo, perché anche se i salari reali faticano a recuperare i livelli pre-guerra russo-ucraina, in questi anni sono stati introdotti diversi sostegni alle fasce sociali più deboli e questa azione compensatrice, unitamente all'aumento dell'occupazione, ha accresciuto il potere d'acquisto aggregato delle famiglie consumatrici italiane che, dall'anno 2022 all'anno "scorrevole" terminante a marzo 2026 è aumentato di 32,5 miliardi di euro. Terzo, perché non è affatto vero che le famiglie italiane oggi abbiano più difficoltà a consumare rispetto al passato. Anzi, i consumi, che sono forse l'indicatore più importante dello stato di salute di una economia e della sua società (perfino più del PIL), non sono mai cresciuti tanto forte in Italia come nell'ultimo triennio. Analizziamo allora i dati ufficiali della spesa delle famiglie italiane, anche alla luce delle recenti revisioni Istat delle serie storiche del PIL e delle sue componenti.
Le recenti revisioni Istat hanno alzato le stime sui consumi. Innanzitutto, osserviamo che, se consideriamo i quattro grandi Paesi europei del G7, già con i vecchi dati Istat i consumi dell'Italia (escluse le società non profit) erano quelli che avevano fatto registrare la crescita maggiore dal 2023 al 2025 (+2,7%) rispetto a Germania (+2,5%), Francia (+2,0%) e Regno Unito (+0,4%). Con le nuove revisioni Istat, il nostro aumento è stato significativamente innalzato (+3,4%), sicché i consumi delle famiglie italiane hanno così ulteriormente staccato quelli degli altri tre grandi Paesi europei. Ma i dati aggregati non tengono conto dell'evoluzione demografica e non esprimono necessariamente la dinamica del benessere individuale. Tanto più che negli ultimi anni alcuni Paesi hanno sperimentato aumenti anomali della popolazione a seguito di massicce correnti di immigrazione che hanno, sì, contribuito a spingere i consumi complessivi ma hanno fatto diminuire i valori pro capite di spesa. Ciò è avvenuto, ad esempio, nel Regno Unito. Dal 2020 al 2025, i consumi delle famiglie britanniche sono aumentati in totale solo dello 0,9% rispetto al 2019, anche per effetto della Brexit, mentre la popolazione è cresciuta molto, del 4,3% (quasi 2,9 milioni di persone), il che ha determinato nel periodo considerato un crollo del 3,3% dei consumi pro capite.
I consumi pro capite. Ai fini della nostra analisi abbiamo perciò considerato la dinamica dei consumi per abitante degli ultimi quattro trienni, (2014-16; 2017-19; 2020-22; 2023-25), coprendo in totale i dodici anni successivi alla crisi del debito greco e dell'austerità. E abbiamo preso in considerazione le sette più grandi economie dell'Euroarea (Germania, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Austria), più i tre Paesi scandinavi dell'Unione Europea (Svezia, Danimarca, Finlandia) e il Regno Unito, in totale undici nazioni, scelte in modo da poter compilare una graduatoria tra economie europee significative per dimensioni e livello di sviluppo, scartando cioè le nazioni piccole e poco rappresentative.
I risultati di questo confronto, che presentiamo oggi per la prima volta, sono per certi aspetti sorprendenti. Infatti, nell'ultimo triennio 2022-2025 (figura 1) l'aumento dei consumi pro capite in Italia (+3,5%) è stato secondo soltanto a quello della Spagna (+4,9%), davanti a tutti gli altri Paesi, con la Germania (+1,3%) e la Francia (+0,9%) nettamente staccate e il Regno Unito addirittura in forte regresso (-2,1%). Ma la Spagna veniva da un lento recupero dei consumi dopo la pandemia, sicché se consideriamo tutti i sei anni dal 2020 al 2025 (figura 2) è l'Italia che precede tutte le nazioni esaminate per aumento dei consumi pro capite (+4,2% rispetto al 2019) davanti a Paesi Bassi (+3,3%) e Svezia (+3%), mentre la Spagna (+2,1%) registra una crescita che è la metà della nostra. Da notare anche che, considerando l'epoca recente, nel triennio 2023-2025 la crescita dei consumi pro capite delle famiglie italiane (+3,5%) è stata più forte di quella media dell'Euroarea (+2,4%). Non era mai accaduto nei tre trienni precedenti, che pure avevano goduto di condizioni esterne perfino migliori, con una inflazione pressoché nulla e tassi bassi, eccettuate le difficoltà del periodo della pandemia. Infatti, nel triennio 2013-2016 i consumi per abitante in Italia erano cresciuti di 1,1 punti percentuali in meno che nell'Euroarea; nel 2016-2019 di 2 punti in meno; e nel 2020-2022 di 0,6 punti in meno (figura 3). Da notare altresì che nell'ultimo triennio la dinamica demografica (-0,1% il calo della nostra popolazione) ha avuto un impatto minimo sul dato dei nostri consumi pro capite, che sono stati spinti soprattutto dall'aumento effettivo dei consumi complessivi (+3,4%), a ulteriore riprova del cambio di passo generale della nostra economia.
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