Il puzzle continua a comporsi, una tessera dopo l'altra. La morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate in casa con la ricina alla vigilia di Natale scorso, è un rompicapo di difficile soluzione. Ieri è stata una giornata frenetica per le indagini. Sono stati perquisiti i due studi commercialistici di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, a Pietracatella e a Campobasso. I poliziotti della Squadra mobile hanno perlustrato anche l'appartamento in cui vive l'ex sindaco nel paesino molisano, preso in affitto di recente dopo che la figlia maggiore, Alice, si è trasferita a Torino per iniziare l'università. Alle attività degli investigatori ha presenziato anche Di Vita, che poi - nel corso della giornata - è entrato tre volte in Questura.
La giornata
Ieri di prima mattina gli agenti della Squadra mobile di Campobasso e dello Sco (Servizio centrale operativo), coordinati dalla Procura di Larino, sono entrati nella attuale abitazione dell'uomo - non indagato - e poi in quello che è il suo studio a Pietracatella, in via Risorgimento: uno stabile che si trova proprio di fronte alla casa in cui viveva la famiglia Di Vita prima della tragedia, sequestrata subito dopo il decesso di Antonella Di Ielsi (50 anni) e della figlia 15enne Sara, avvenuto in ospedale nella notte tra il 27 e il 28 dicembre. È stato lo stesso Gianni Di Vita ad aprire la porta agli agenti per la perquisizione. Qui tutto è durato pochi minuti. Alle 9 l'auto della polizia con a bordo lo stesso ex sindaco era già in viaggio verso Campobasso.
La tappa successiva è stata lo studio del commercialista nel capoluogo, che si trova in via D'Amato. In questo ufficio Di Vita lavorava insieme alla moglie Antonella, e continua a lavorarci ancora oggi. Nello studio di Campobasso le operazioni sono state più lunghe. I poliziotti sono rimasti all'interno un'ora e mezza e sono usciti accompagnati sempre da Di Vita. Scuro in volto, scortato dagli agenti, è tornato a bordo dell'auto per essere portato in Questura. Il passaggio negli uffici di via Tiberio era una tappa obbligata perché il 56enne doveva firmare il verbale delle operazioni appena terminate. È rimasto per poco più di un'ora, uscendo intorno a mezzogiorno ancora una volta a bordo di un'auto della polizia. Poco dopo, a sorpresa, è ritornato spontaneamente per consegnare un dispositivo elettronico, una memoria esterna per computer. «Sono serenissimo», si è limitato a dire ai cronisti.
Infine l'ultimo colpo di scena. Di sera, poco dopo le 18, l'ex sindaco è tornato ancora negli uffici della polizia per una mezz'ora, portando con lui due computer consegnati agli investigatori per effettuare delle copie di tutto quanto c'è all'interno. «Arriverà il momento in cui avremo qualcosa da dire», ha aggiunto di fronte alle pressioni dei giornalisti.
L'accelerazione
Le perquisizioni sono scattate dopo che negli ultimi giorni gli investigatori hanno raccolto nuovi elementi ritenuti significativi per la soluzione del caso. Dai due uffici del commercialista e dell'abitazione sono stati portati via documenti, materiale digitale e una borsa di Antonella Di Ielsi con dentro effetti personali.
«La magistratura - ha spiegato l'avvocato di Di Vita, Vittorino Facciolla - ha inteso dare seguito alle attività di ricerca della prova attraverso le perquisizioni di alcuni vani e immobili a disposizione dell'intera famiglia Di Vita e non del solo Gianni». «Lo scopo - ha aggiunto - è quello di accertare attraverso la perquisizione una serie di attività che avrebbero potuto porre in essere Antonella, Sara, Gianni o Alice». Infine Facciolla ha ribadito: «Tutto ciò che serve alla ricerca della verità ci lascia tranquilli, non abbiamo la preoccupazione di dover giungere a facili conclusioni. Il nostro atteggiamento è sempre quello avuto dal primo momento: essere collaborativi mettendo a disposizione tutto quello che ci viene chiesto».
Determinante sarà l'esito della consulenza che i pm hanno commissionato agli esperti dell'Istituto Koch di Berlino, centro di rilevanza mondiale nello studio sui veleni. Da un primo esito informale, sembra che abbiano trovato tracce di ricina tra cibi, bevande, utensili da cucina e vestiti sequestrati dalla polizia tra il 29 dicembre e il 7 gennaio scorsi. A questo materiale si aggiungono i 131 campioni prelevati il 7 luglio dai tedeschi nella casa in cui si è consumato il misterioso duplice omicidio. Chi ha ucciso madre e figlia, secondo gli inquirenti, aveva un piano preciso: diabolico e ben articolato.
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