TRIESTE. Nel comune di Duino-Aurisina, nel cuore del Carso, esiste una realtà produttiva che non solo è in grado di lavorare in perfetta armonia con l'ambiente e i ritmi della natura, ma funge anche da fondamentale hub per la conservazione di alcune specie fragili, che allo stato naturale in quell'area sono minacciate dal cambiamento degli habitat e che senza interventi mirati rischierebbero di sparire.
E' la piccola azienda agricola, a conduzione familiare, Kmetija Farma Jakne di San Giovanni di Duino/Štivan, oggi un vero e proprio punto di riferimento su scala regionale per l'apicoltura e l'olivicoltura sostenibili. “Il nostro metodo di lavoro verte sul cercare di rimanere più vicini possibile al biologico – racconta a Il Dolomiti Aleš Pernarčič, agronomo e apicoltore che lavora nell'azienda di famiglia -. Il nostro discorso è lavorare nel rispetto di ciò che ci circonda, e in questo senso l'apicoltura è il nostro elemento distintivo, perché è una pratica non così diffusa sul Carso, a causa della scarsità di spazi aperti e acqua in un ambiente che nel complesso è si molto ricco ma estremamente fragile. Ed è per questo che noi intendiamo il ruolo dell'apicoltore con grande responsabilità, perché svolgiamo parallelamente il ruolo di custodi di questi insetti così preziosi per la biodiversità e per l'uomo, preservandoli dal deperimento dei prati stabili e della landa carsica che è avvenuto nel corso degli anni, e che in più zone ha messo a repentaglio la presenza delle api”.
Un approccio, quello illustrato da Pernarčič, che si traduce in scelte gestionali precise e talvolta in controtendenza rispetto ad alcune pratiche moderne, perché anche nell'apicoltura esiste una grande discriminante tra allevamento intensivo ed estensivo. Alla base vi è l'idea che il benessere delle colonie di api dipenda anzitutto dal rispetto dei loro comportamenti naturali e dalla capacità di mantenere un equilibrio tra il numero di alveari presenti e le risorse offerte da questo territorio carsico. Una filosofia che qui si tramanda da generazioni: la famiglia di Aleš Pernarčič è infatti di origine slovena, e proprio nel territorio della Slovenia quegli abitanti furono, già due secoli fa, tra i precursori dell'abbandono della caccia per procurarsi il miele, che un tempo comportava l'uccisione delle api e la distruzione degli alveari individuati in natura, a favore di allevamenti che consentissero di prelevare una parte del miele senza fare del male alle api. Oggi è un fatto assodato, ma non è sempre stato così, e anzi all'epoca rappresentò una piccola rivoluzione.

“Abbiamo voluto riprendere il metodo che già gli avi della nostra famiglia praticavano una volta – precisa Pernarčič -, che parte dalla consapevolezza che l'ape non può mai essere considerato un 'animale domestico'. A differenza di quanto accade in altri siti, noi non apportiamo alle arnie alcun genere di integrazione alimentare perché le api, specie se in numero adeguato allo spazio in cui vengono allevate, devono essere lasciate libere di reperire autonomamente il proprio cibo così come già avviene in natura. D'altro canto siamo consapevoli che un apicoltura intensiva genera un sovrannumero che poi finisce con l'impattare sulle altre specie di insetti e quindi sull'ambiente, del resto l'ape non è l'unico insetto impollinatore, solo per fare un esempio – sottolinea l'agronomo -, la pianta di fico viene impollinata esclusivamente da un tipo particolare di mosca, se questa viene a mancare perché soccombe a causa del dilagare di un'altra specie, non avrai più fichi da raccogliere in quel dato territorio, quindi ecco che l'apicoltura è strettamente collegata con la gestione del territorio in senso più ampio”.
Un territorio che tuttavia, come già accennato, sta cambiando nel tempo sotto l'influsso del cambiamento del clima, e gli effetti sono visibili nella produzione che in questa, come in altre realtà del Carso, sono sempre più marcati, tanto sul fronte dell'apicoltura, quanto su quello della coltivazione degli ulivi.
“L'aspetto più straordinario del miele – aggiunge l'apicoltore -, è che si tratta di uno dei pochi alimenti rimasti a non subire necessariamente alcun tipo di processo per poter essere consumato, di base è così come lo hanno fatto le api, e, a partire da circa sette anni fa, il nostro miele, di varietà Millefoglie, è stato selezionato tra i migliori d'Italia e per quattro anni consecutivi il migliore del Friuli Venezia Giulia, dandoci molta soddisfazione. Purtroppo negli ultimi anni la produzione è calata di molto, almeno della metà. Questo perché a incidere sono fattori atmosferici repentini sempre più frequenti, tra sbalzi di temperature e piogge imprevedibili soprattutto nei mesi cruciali, da aprile a giugno, il tutto portato all'estremo non consente alle api così come alle piante di rispondere in modo adeguato".

"A questo si sono aggiunti inverni perlopiù miti che non bloccando la deposizione delle uova delle api si allunga contestualmente anche il ciclo vitale di certi parassiti, come il 'varroa', che porta al collasso le colonie. Ecco perché per cercare di compensare tale perdita – conclude -, da qualche anno stiamo lavorando su alcuni prodotti derivati, tra cui un gin che aromatizziamo al miele, perché salvare l'economia del miele in quest'area equivale a salvare le api stesse, inutile girarci attorno”.
Ma la siccità in questa estate non ha risparmiato nemmeno le piante di ulivo. Racconta Pernarčič di come storicamente gli ulivi adulti, e con un certo numero di anni alle spalle, generalmente riescano ad adattarsi meglio alle stagioni e ai cambiamenti, e nella sua proprietà ce ne sono alcuni più che secolari, la cui nascita si perde nella memoria e nel tempo. C'è anche una particolare sezione in cui vecchissimi ulivi crescono in zone particolarmente impervie, che normalmente non sarebbero deputate alla coltivazione, e secondo l'agronomo la loro presenza è un'importante testimonianza del passato: quegli ulivi sarebbero infatti stati piantati centinaia di anni fa, separatamente rispetto alla coltivazione vera e propria, considerando i lunghissimi tempi di crescita di queste piante, per garantire un valore e una continuità anche alle generazioni future. Un aspetto che ben evidenzia la diversa mentalità del passato rispetto alla logica del profitto immediato alla quale assistiamo oggigiorno. Eppure anche questi vecchi saggi, gli ulivi secolari, quest'anno sono tra le piante che iniziano a mostrare segni di sofferenza dovute al clima, presentando olive già avviate alla maturazione anzitempo e raggrinzite nonostante gli interventi a causa della siccità e del calore intenso.