Lacrime e palloncini per l’addio a Lorena. La madre: «Attente alle vostre figlie»

Lacrime e palloncini per l’addio a Lorena. La madre: «Attente alle vostre figlie»

di Paola COLACI

5 Minuti di Lettura

giovedì 10 settembre 2026, 08:43


Papà Franco solleva la fotografia della figlia sopra la folla. La tiene alta, stretta fra le mani, come se per un istante fosse Lorena, con il suo sorriso, a guardare e ringraziare tutti quelli venuti fin lì per salutarla. Accanto alla bara bianca mamma Antonietta depone l’orsacchiotto della figlia, quello che aveva stretto per ore. Poi l’applauso della folla, lungo, interminabile. I palloncini bianchi e rossi nel cielo. E le lacrime. Tantissime. È così che Squinzano ieri ha detto addio a Lorena Isceri, la 45enne uccisa il 4 settembre dall’ex compagno Federico Vella e gettata dal viadotto dell’A1 a Barberino di Mugello. Pochi minuti prima, dentro la chiesa di Maria Regina gremita in ogni ordine di posto, era risuonato il monito di don Vanni Bisconti destinato a restare sopra ogni altra parola: «Se una persona ti dice no, quel no va rispettato. L’altro non ci appartiene».

Ma per la comunità di Squinzano la lunga giornata dell’addio ieri era cominciata molte ore prima. A pochi minuti dalle 10 la bara bianca di Lorena, partita nella notte da Firenze, è arrivata sul piazzale della chiesa di Maria Regina. Ad attenderla c’erano i genitori, il fratello Danilo, il sindaco Mario Pede e le prime persone accorse per stringersi alla famiglia. Papà Franco si è avvicinato al feretro e lo ha baciato. Era la prima volta che rivedeva la sua Lorena dopo la tragedia. L’aveva salutata il 28 agosto. Viva. E ieri l’ha ritrovata così, dentro una bara bianca arrivata dopo un viaggio nella notte. Accanto a lui mamma Antonietta, che proprio verso Firenze era partita il 4 settembre, dopo aver ricevuto da Federico Vella il messaggio dell’orrore («Tua figlia è morta»). Ieri per tutta la giornata ha stretto fra le mani l’orsacchiotto di Lorena bambina, quasi a tenere insieme in un solo gesto tutta la vita della figlia. E a quel dolore ha affidato anche poche parole, un appello che ha il peso della paura di una madre: «Fate attenzione alle vostre figlie».

Da quel momento la chiesa non si è più svuotata. Davanti alla bara si sono alternati amici, parenti, conoscenti e cittadini arrivati anche soltanto per restare qualche istante in silenzio, lasciare un fiore, una preghiera, un ultimo saluto. Un flusso continuo e composto, durato per ore, mentre Squinzano si è stretta sempre di più attorno a Franco, Antonietta e Danilo. Per sette ore Franco è rimasto aggrappato all’immagine della figlia. Più volte, vinto dal dolore, si è alzato dal banco, ha raggiunto il feretro e ha accarezzato lentamente la fotografia di Lorena poggiata sulla bara. Antonietta, invece, non ha quasi mai lasciato quell’orsacchiotto: lo ha stretto tra le mani per ore, come a cercare un conforto impossibile da trovare. Fuori, intanto, alle finestre e ai balconi le rose e i drappi rossi, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne e i femminicidi. I negozi e le attività commerciali hanno abbassato le saracinesche in segno di rispetto. A ricordarla, con il sorriso che tutti conoscevano, due gigantografie: una all’interno della chiesa, l’altra all’ingresso. I funerali erano fissati alle 17, ma già molte ore prima la chiesa di Maria Regina ha iniziato a riempirsi. Dal primo pomeriggio i banchi erano gremiti e, quando all’interno non c’era più posto, la gente ha continuato ad arrivare, riversandosi sul sagrato e seguendo la celebrazione attraverso il maxischermo. Tanta, tantissima gente. La gente di Lorena. E il rosso ha attraversato la folla: nei fiocchi appuntati sui baveri delle giacche, sulle maglie, accanto alle fasce tricolori dei sindaci. Piccoli segni, moltiplicati per centinaia di persone, diventati il simbolo di un dolore che chiede anche di non dimenticare perché Lorena non c’è più.

In chiesa le autorità civili e militari. Il prefetto Natalino Domenico Manno, il presidente della Provincia Fabio Tarantino, il sindaco Mario Pede, numerosi sindaci e delegati dei Comuni del territorio. Ma soprattutto una città intera raccolta attorno a quella bara bianca. «Siamo qui per Lorena e siamo qui soprattutto accanto a Franco, ad Antonietta, a Danilo», ha detto don Bisconti all’inizio dell’omelia. Davanti a una morte come questa, ha ricordato il parroco, «le parole sembrano piccole, forse anche inutili». E allora resta soprattutto la presenza: «Vorremmo, se fosse possibile, prenderci un pezzo del dolore di questa famiglia». Nessuno può colmare il vuoto lasciato dalla perdita di una figlia, ha aggiunto, ma una comunità può scegliere di non scappare davanti al dolore e di condividerlo. Poi l’omelia ha cambiato passo ed è diventata un richiamo netto, rivolto a tutti. «Finora ciascuno di noi che cosa ha chiamato amore? Siamo obbligati a chiedercelo». Perché quanto accaduto a Lorena, ha ammonito don Vanni, «non possiamo liquidarlo semplicemente come il gesto di un folle». La domanda riguarda gli adulti, i genitori, la scuola, i mezzi di comunicazione, la Chiesa: quale idea dell’amore stiamo trasmettendo ai ragazzi? Il parroco ha tracciato il confine tra amore e possesso, amore e controllo, amore e gelosia, amore e pretesa. Poi le parole più dure: «Se una persona ti dice no, quel no va rispettato. Se una persona decide di non continuare una relazione, non ti sta togliendo qualcosa che ti appartiene, perché l’altro non ci appartiene. La persona che amiamo non è proprietà nostra». E ancora: «Gesù non dice: Ti prendo la vita perché sei mio. Dice: Io do la vita perché tu viva». Un monito soprattutto per i più giovani. Poi lo sguardo è tornato a Lorena, alle sue fotografie, alla vita interrotta troppo presto. «Siamo ancora increduli. Tutte queste foto, queste immagini ci parlano di vita, ti raffigurano viva in mezzo a noi». Poi la fede, chiamata a misurarsi con ciò che continua a sembrare incomprensibile: «La violenza può aver spezzato la tua vita terrena, ma non può avere l’ultima parola sulla tua vita. L’ultima parola appartiene a Dio e la parola di Dio è vita».

Pochi minuti dopo la bara bianca ha lasciato la chiesa accompagnata da un applauso lunghissimo. Sul sagrato nessuno ha avuto fretta di andare via. La folla è rimasta lì, quasi a trattenere ancora per qualche istante Lorena e la sua famiglia, mentre i palloncini bianchi e rossi si perdevano nel cielo. Poi il feretro si è allontanato e a Squinzano è rimasto il silenzio di una città che, per un giorno intero, ha provato a farsi carico del dolore di Franco, Antonietta e Danilo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA