Laura Morante: “Anni ’60, ragazzi e canzoni. Racconto la nostalgia di un’illusione. Inseguendo solo l’autenticità”

Pordenone, 20 settembre 2026 – Un jukebox di storie e canzoni sugli anni Sessanta. Laura Morante, attrice di lungo corso che da qualche tempo si dedica anche alla scrittura, ha provato a costruirlo con un grande lavoro di tessitura. E per farlo si è servita di Arrigo e di Centocelle, anime autentiche di una Roma popolare che non c’è più. “Era quello che volevo. Ho vissuto a San Lorenzo, che una volta era un quartiere molto popolare”, racconta. Poi rivolge uno sguardo amorevole alla voce narrante che l’ha aiutata a immaginare le storie: “Arrigo non si sente nemmeno un narratore classico, riferisce ciò che vede a modo suo”. E aggiunge anche qualche particolare sul suo metodo di scrittura: “La brevitas mi affascina – spiega –. Amo il racconto perché, come diceva Virginia Woolf, è tutta materia incandescente”.

Tutto questo, e anche altro, è Dieci storie pop, edito da La nave di Teseo (144 pp., 16 euro), presentato ieri dall’autrice a Pordenonelegge: un tentativo, in verità riuscito, di offrire una cornice letteraria ad anni lontani, ma scolpiti nel cuore degli italiani. E così, tra il bar di Romolo a Centocelle, i flipper e la cabina telefonica di via dei Frassini, una banda di ragazzi costruisce la propria vita. Sullo sfondo, i grandi successi dei Sessanta: da Tintarella di luna a La bambola, che sono anche la colonna sonora di una divertente commedia umana.

Laura Morante: gli anni Sessanta sono i protagonisti delle sue storie in questo suo ultimo libro. Perché ha scelto quel decennio?

“L’ho scelto perché incarna un periodo di illusione che si sfilaccia gradualmente, fino a chiudersi con la bomba di Piazza Fontana. Più che la nostalgia di un’epoca, è la nostalgia di un’illusione”.

Nel suo romanzo figurano brani come Tintarella di luna o Un sorriso. Ha scelto queste canzoni per un ricordo personale o si è trattato di una scelta più meditata?

“Quasi tutte le canzoni inserite sono brani che ricordo e che in qualche modo evocano per me qualcosa. Non ho cercato le canzoni più belle in assoluto, ma quelle che suggerivano qualcosa all’immaginazione o trasmettevano un’emozione. È la prerogativa della musica leggera: catalizzare le emozioni e diventare, anche anni dopo, un rivelatore di ricordi ed episodi legati alla propria storia personale”.

C’è qualche artista che ama molto ma che ha deciso di escludere dalla selezione?

“A me piace moltissimo Fred Buscaglione, ma non ho inserito niente di suo nel libro. Non ho seguito il criterio di scegliere le canzoni che amavo di più, bensì quelle che si prestavano a quel tipo di narrazione ed evocavano qualcosa. Volevo infatti raccontare la storia e l’illusione di un ragazzo semplice di una borgata romana, non particolarmente colto ma intelligente, che vive la sua vita insieme agli amici”.

E ad Arrigo sembra molto affezionata…

“Sì. E non volevo forzagli la mano, perché mi era simpatico. Ho saltato, per esempio, il ‘68. Volevo parlare della morte di Togliatti, nel ‘64, ma alla fine non l’ho fatto perché mi sono lasciata guidare da lui. Arrigo è un ragazzo di Centocelle e non attratto dalla politica”.

Nella sua famiglia ci sono monumenti come Morante e Moravia. Quali dei loro libri ha letto o conserva con sé?

“Di zia Elsa ho letto tutti i libri, ad eccezione di Aracoeli; il mio preferito comunque è Menzogna e sortilegio. Di Moravia devo confessare di aver letto poco: i racconti e poi un libro che non mi è piaciuto molto, intitolato Io e lui. Moltissimi anni fa ho letto anche Gli indifferenti, ma non mi è sembrato particolarmente riuscito; tuttavia, non glielo dissi. Anche perché me lo aveva dato lui stesso”.

Legge più autori classici o contemporanei?

“Continuo a leggere i classici, ostinatamente; di letteratura contemporanea ne leggo meno”.

Ha per caso letto anche Pratolini? Centocelle e la periferia di cui parla nel libro sembrano richiamare le atmosfere del Quartiere

“A dire il vero no. Magari proverò”.

Reciterebbe in un eventuale adattamento cinematografico del suo romanzo?

“Nel libro, così com’è, un ruolo per me non c’è. Ma se qualcuno volesse fare una sceneggiatura e ci fosse un ruolo interessante nella vicenda, perché no?”.

Perché il racconto la affascina così tanto? Era una raccolta di racconti anche il suo libro d’esordio, Brividi immorali, uscito nel 2018.

“Nei romanzi ci sono sempre digressioni o pagine di cui si potrebbe fare a meno. Io tendo ad eliminare ciò che non è essenziale, anche se a forza di eliminare si rischia di eliminare il romanzo stesso”.

Cosa significa per lei scrivere?

“Non saprei dire esattamente che cosa significhi. Certo è che provo una bellissima emozione quando ho l’impressione di trovare qualcosa di autentico. Più quello che scrivo mi sembra riuscito, meno me ne sento io stessa l’artefice: mi sembra quasi che arrivi da un’altra parte e che parli da solo. Quando invece sento molto la fatica dello scrivere, significa che c’è qualcosa che non va; se l’opera è riuscita, vi è una sorta di inconsapevolezza”.

Le sue storie sono ambientate a Roma. I veri romani esistono ancora?

“Certamente non sono più quelli degli anni Sessanta. Il mondo cambia molto velocemente e la città è in continua evoluzione, anche se qualcosa inevitabilmente resta”.

Parliamo di cinema. Come sta quello nostrano?

“Il cinema italiano non se la passa benissimo. C’è stato un problema legato al Tax Credit che ha bloccato molti film. Si producono meno film e meno opere di qualità, con criteri di selezione sempre più condizionati dalle piattaforme digitali e dal seguito sui social media”.

Lei ha anche portato a teatro una bellissima pièce (Io Sarah, Io Tosca, ndr), da lei scritta, su Sarah Bernhardt. Pensa di pubblicarla?

“È un testo a cui sono molto affezionata. Per scriverlo c’è stato un lungo lavoro di preparazione analogo a quello fatto per il libro, durante il quale ho studiato tutti i documenti reperibili, le diverse biografie e la sua autobiografia. Se ci fossero case editrici interessate, perché no?”.