Lavitola difende Ranucci: «Sigfrido come un fratello, l’attentato idea solo mia»

Parla di una scelta «presa in autonomia», anche se, a suo dire, probabilmente Sigfrido Ranucci poteva avere intuito chi fosse il mandante dell'attentato, dopo l'esplosione di una bomba davanti alla sua villetta di Torvaianica. Ma sottolinea anche il «rimorso per avere messo nei guai quello che considero un fratello». Dal carcere di Rebibbia, dove è rinchiuso con l'accusa di essere il mandante dell'attentato dinamitardo in danno del conduttore di Report, avvenuto lo scorso 16 ottobre, Valter Lavitola parla tramite il suo legale, l'avvocato Arturo Cola, che ieri è andato a trovarlo in carcere. L'ex editore «vive una condizione psicologica certamente non facile, perché, per una scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes - Clesio Gomes Tavares, il suo braccio destro, che avrebbe contattato gli esecutori materiali, ndr - e un fratello, in riferimento a Ranucci. È pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene», ha spiegato l'avvocato Cola, dopo un colloquio di quasi tre ore. Il legale ha anche aggiunto che l'imprenditore intende fare nuove dichiarazioni. Non avrebbe intenzione di ritrattare la confessione resa davanti al gip, quando nel corso dell'interrogatorio di garanzia ha ammesso di essere il mandante dell'attentato, ma vorrebbe puntualizzare alcuni dettagli. Lavitola ha detto di avere organizzato l'esplosione per attirare l'attenzione sui pericoli corsi dall'amico giornalista, con l'obiettivo di fare innalzare il livello di scorta nei suoi confronti: una giustificazione che il gip ha definito «inverosimile» e «priva di riscontri».

Secondo la ricostruzione della Procura, invece, lo scopo dell'ex editore era aumentare la popolarità di Ranucci, in vista di una sua candidatura politica. Lavitola vuole chiarire e assicura di avere anche delle prove a sostegno della sua tesi, che intende sottoporre al pm Edoardo De Santis e ai giudici del Riesame, che verrà fissato probabilmente la prossima settimana: «Vuole puntualizzare e offrire un'interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito. Al Riesame si possono fare dichiarazioni spontanee. È necessario integrare la confessione e lo farà davanti ai giudici della Libertà».

A supporto della tesi di Lavitola, secondo i suoi legali, ci sarebbero anche le modalità dell'attentato: non solo non ci sono stati feriti, ma uno degli esecutori materiali durante l'ultimo interrogatorio ha fatto dichiarazioni spontanee dicendo che «nessuno voleva fare male a nessuno». E proprio la banda di avellinesi finita in carcere e ai domiciliari a breve verrà ascoltata dal pubblico ministero. Ieri gli avvocati dei quattro hanno presentato in Procura una richiesta di interrogatorio. Finora si sono tutti avvalsi della facoltà di non rispondere, prima davanti al gip e poi davanti al pm. Ma adesso, dopo le dichiarazioni di Lavitola durante l'interrogatorio di garanzia, hanno intenzione di fare alcune precisazioni.

L'ex editore, infatti, con l'obiettivo di alleggerire la sua posizione, ha detto di avere incaricato Tavares, ora latitante in Camerun, di organizzare un atto dimostrativo sparando alcuni colpi di pistola contro il muro della casa di Ranucci. Sarebbe stato poi Tavares ad assoldare gli avellinesi, che avrebbero invece piazzato una bomba. Ora le loro dichiarazioni potrebbero riguardare proprio le istruzioni ricevute. Si tratta di un dettaglio importante, visto che gli indagati sono accusati anche di aver agito con metodo mafioso e inizialmente la Procura contestava loro anche il reato di strage, non riconosciuto dal gip.

Gli affari

Intanto emergono altri dettagli dell'interrogatorio di Lavitola. L'imprenditore ha parlato anche dei suoi affari, divisi tra Italia, Camerun, Panama e Brasile. E proprio in Brasile ha avuto altri problemi con la giustizia: risultano quattro inchieste - in parte secretate - a suo carico a Brasilia e a Rio De Janeiro, per riciclaggio, in relazione a fatti del 2015. Il suo nome era spuntato anche nelle carte delle indagini per corruzione internazionale aperte a Brasilia nei confronti dell'ex presidente Lula - a cui Lavitola era legato - e del colosso Odebrecht.

Intanto una nuova polemica investe Report: il quotidiano "Il Tempo" ha pubblicato un articolo denunciando «stipendi faraonici e spese incredibili» di alcuni inviati della trasmissione. Ma il programma Rai annuncia querele e parla di «campagna di diffamazione», sostenendo che le cifre pubblicate dal quotidiano sono «false e surrettizie». Le somme, infatti, «non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati, ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi». Il direttore della testata, Daniele Capezzone, ha invece dichiarato che «molti di loro incassano più dell'appannaggio annuale spettante al presidente della Repubblica, il quale, meritoriamente, se l'è anche ridotto. Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza».

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