Era il 1984 e il deputato repubblicano Stewart McKinney usò per la prima volta una frase che 25 anni dopo, nel corso della crisi del 2008, sarebbe diventata la sintesi degli errori della finanza globale: «Too Big to Fail», troppo grandi e interconnesse per poter fallire. O meglio, sarebbero stati i governi a doverle salvare per evitare un collasso globale: nel 2008 erano le banche d’affari, da Lehman Brothers in giù. Oggi un numero sempre più nutrito di analisti sostiene che lo stesso principio sia ormai applicabile all’intelligenza artificiale. È l’interpretazione più negativa di un settore che potrebbe trasformare l’economia.
GLI OTTIMISTI
Gli ottimisti guardano all’IA come il vero cambiamento: i numeri per ora sono dalla loro parte e confermano che la geopolitica della tecnologia è diventata un fattore determinante nelle relazioni internazionali. Secondo un’analisi della Digital Cooperation Organization, l’economia digitale globale dovrebbe raggiungere quota 28.000 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno. Il suo ultimo rapporto, intitolato “Digital Economy Trends 2026” parla di una crescita del 9,5%, quasi tripla rispetto a quella dell’economia nel suo complesso, che porterebbe il settore digitale a pesare il 22% del pil mondiale.
Gran parte di questa spinta, secondo lo studio, arriva dalla diffusione dell’intelligenza artificiale ambientale, cioè sistemi che lavorano in background e sono integrati in dispositivi e servizi, e dalla nascita di ecosistemi aziendali costruiti attorno all’AI. Per l’Europa, il dato critico è che questa ricchezza sarà prodotta da aziende americane e asiatiche, visto che sono gli Stati Uniti e la Cina, insieme a Taiwan, Giappone e Corea del Sud, a portare avanti questa corsa agli investimenti: la capitalizzazione di mercato del settore tecnologico globale è di circa 52.200 miliardi di dollari, secondo i dati di Bloomberg.
Gli Stati Uniti dominano il comparto con circa 42.000 miliardi di dollari, pari all’80% del totale mondiale. Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon e Alphabet guidano la classifica, con una capitalizzazione combinata che supera i 16.000 miliardi di dollari.
L’Asia segue a distanza con circa 10.000 miliardi di dollari, sostenuta dai produttori di semiconduttori Tsmc, con sede a Taiwan, e Samsung Electronics e SK Hynix, entrambe sudcoreane. Insieme, Asia e Stati Uniti valgono il 96% del mercato tecnologico globale. L’Europa resta marginale, con una capitalizzazione stimata di meno di 2.000 miliardi di dollari. Asml, la principale azienda tecnologica europea, vale circa 607 miliardi di dollari. Sap la segue con una capitalizzazione di circa 170 miliardi di dollari.
GLI INVESTIMENTI PUBBLICI
Stati Uniti e Asia però rischiano di schiacciare l’Europa anche per gli investimenti pubblici. Washington guida con Stargate, il progetto pubblico-privato da 500 miliardi di dollari per costruire infrastrutture AI.
La Corea del Sud ha annunciato a fine giugno un piano da 576 miliardi di dollari su semiconduttori e intelligenza artificiale, che unisce fondi statali agli investimenti di Samsung e SK Hynix.
L’Unione Europea ha stanziato circa 115 miliardi di dollari, 109 miliardi di euro di risorse pubbliche, con il piano InvestAI (a cui si affiancano capitali privati). L’Arabia Saudita ha messo 100 miliardi di dollari in Project Transcendence, finanziato dal fondo sovrano Public Investment Fund. Il Giappone ha destinato circa 65 miliardi di dollari, diecimila miliardi di yen, al suo piano nazionale su IA e semiconduttori fino al 2030. La Cina ha stanziato 47,5 miliardi di dollari per un fondo statale sui semiconduttori. Al contrario gli investimenti privati censiti dallo “Stanford HAI AI Index 2026” mostrano una situazione diversa. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno attratto 285,9 miliardi di dollari, la Cina 12,4 miliardi. Nel 2024 gli investimenti privati americani erano cresciuti del 162%, quelli cinesi del 33%.
Gli investimenti privati globali in AI hanno raggiunto 581 miliardi di dollari nel 2025, contro 253 miliardi nel 2024. Sono numeri che alimentano il dubbio di partenza: se i mercati dovessero correggere bruscamente, anche l’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi troppo grande per fallire.
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