IA, con Wall Street sopravvalutata una correzione sarà inevitabile

Con tanti mercati azionari che fanno spallucce a bolle e guerre, è normale che gli investitori si preoccupino. Ci sarà una correzione? Quanto grave? Quali potranno essere le conseguenze?

Vediamo dapprima cosa è successo alle Borse da quando il presidente Trump è stato eletto. Il grafico parte dal mese precedente all'elezione (ottobre 2024) e riporta gli andamenti in una moneta comune (il dollaro), per migliorare la comparabilità. Come si vede, il MAGA (Make America Great Again) non ha funzionato. A parte la Cina, Trump ha fatto "great" le altre Borse, ma non Wall Street. In cima svettano il Giappone (Nikkei 225) e l'Italia (Mib), seguite dall'indice Msci 'Mondo esclusi gli Usa' e dal Dax tedesco.

Ma in ogni caso, tutte le Borse sono salite, chi più e chi meno, e quasi tutte hanno anche segnato picchi storici, malgrado le guerre in Ucraina, a Gaza, in Iran… Il che ci riporta alla domanda iniziale: siamo in presenza di una bolla? L'interrogativo è specialmente valido per l'America dove, secondo gli ultimi dati, la quota della ricchezza delle famiglie in azioni quotate ha perfino superato la quota della ricchezza in case. Il che rende più pericolosa un'eventuale correzione, dato che l'effetto ricchezza sui consumi delle famiglie potrebbe portare a un brusco ritiro dei remi in barca, se non a una recessione.

Ma, se questa è la situazione in America, non c'è ancor più pericolo fuori dall'America dove, come detto, i mercati azionari sono saliti anche di più che Oltreatlantico? Qui soccorrono due considerazioni. Primo, la ricchezza azionaria fuori dagli Usa è ben minore: i dati più recenti danno una capitalizzazione di Borsa in America pari al 227% del pil, contro un 186 in Giappone, 103 in Francia, 60 in Germania, e un modesto 31 in Italia. Secondo, guardiamo ai fondamentali, cioè alle metriche che ci dicono se un mercato azionario è fuori linea. I grafici mostrano, confrontando nove mercati azionari, tre di queste metriche: il rapporto prezzi/utili (p/e - price/earnings, fra la quotazione di Borsa e gli utili per azione), il rapporto prezzi/book (p/b - price/book, fra la quotazione di Borsa e il valore per azione della società, quale risulta da bilancio - attività meno passività), e il rapporto prezzi/fatturato (p/s - price/sales, fra la quotazione di Borsa e il fatturato per azione).

In tutti e tre di questi rapporti, l'America è chiaramente fuori linea: il rapporto prezzi/utili è a quota 28 circa, molto al di sopra della media storica che si situa, per Wall Street, a quota 18. Sulle altre due metriche il 'fuori linea' dei mercati americani è ancora più evidente. In Europa il rapporto p/e è compreso fra 15 e 20. Il che vuol dire che l'effervescenza delle quotazioni non ha portato le Borse europee a oltrepassare la zona 'ben temperata' dei rapporti prezzi/utili.

A questo punto, soccorre una importante considerazione, a difesa dei prezzi di Borsa in America. La parte 'prezzi' di questi rapporti viene confrontata con gli utili di oggi, o magari con quelli previsti a breve termine. Ma, in teoria, i prezzi di Borsa rappresentano il valore atteso degli utili futuri, di qui al giorno del Giudizio, attualizzato secondo un certo tasso di sconto (il che spiega perché le Borse amano i tassi di interesse più bassi: scontati a un tasso minore, gli utili futuri si ingrandiscono). In assenza di sfere di cristallo, i rapporti p/e sono calcolati in base degli utili di oggi o al massimo di domani. Orbene, le alte quotazioni di Wall Street potrebbero essere giustificate allora dal fatto che gli utili attesi dopodomani e negli anni a venire saranno stratosfericamente più alti, a causa dell'avvento dell'Intelligenza Artificiale (IA), che ci farà tutti più produttivi e più ricchi - si dice. E poi, proprio l'America è all'avanguardia negli sviluppi dell'IA, e ne beneficerà - si dice - in misura maggiore rispetto al resto del mondo.

Sono fondate queste giustificazioni? È difficile conciliare queste spiegazioni col fatto che le Borse in Europa e nel resto del mondo sono cresciute più che in America, e sono cresciute senza essere all'avanguardia dell'IA e senza portare fuori linea le metriche di cui sopra (anche senza la correzione per i cambi, le Borse nel resto del mondo sono cresciute più che in America). In particolare, perché il nostro Mib è in testa al plotone, e sarebbe secondo solo al Giappone senza la correzione dei cambi dovuta, quest'ultima, alla debolezza del dollaro a partire dall'elezione di Trump (anche qui, il MAGA ha fatto "great" l'euro…)?

Le prodezze di Piazza Affari sembrano dovute a due fattori: primo, dopotutto le imprese italiane, anche se non sono molto 'IAizzate', sembra si siano ingegnate a fare e rafforzare quello che sanno fare: il 'bello e ben fatto' da una parte e, per le grandi utilities (dalle Poste all'Enel e all'Eni…) una ottima performance. Secondo, il buon andamento del Mib ha indotto i grandi investitori a mettere l'Italia nel giardinetto dei loro asset, e anche un piccolo aumento della quota Italia nei giardinetti vuol dire che molti capitali affluiscono verso il Mib (la capitalizzazione di Borsa partiva, come detto sopra, da un basso livello).

In conclusione, il mercato azionario americano è chiaramente sopravvalutato. C'è solo da sperare che l'inevitabile correzione non venga a danneggiare anche i mercati che non sono sopravvalutati.

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