Brividi a Palazzo Madama. Non è la brezza fredda mista alle raffiche di pioggia che batte contro i vetri del Senato. Per qualche ora davvero il governo balla la rumba. I senatori di Fratelli d’Italia col fiato sospeso, in attesa di un segnale da Giorgia Meloni. Votare sì o no alle preferenze “pure”? Cancellare con un click le liste bloccate cadendo nella trappola delle opposizioni, spaccare la maggioranza per “coerenza”? “Votiamo contro”. Con due parole il capogruppo Lucio Malan scaccia brividi e cattivi pensieri. Fischi, “vergogna!!”, “buuuu”, sui banchi delle opposizioni va in scena un replay stanco della bagarre scoppiata quando il governo è andato sotto a Montecitorio, sempre sulle preferenze, a inizio estate. Matteo Renzi apre il leggio e prende a leggere citazioni di Meloni datate 2014, appelli spassionati alle preferenze contro “la palude” e le liste bloccate. Risate. Lo show si spegne a poco a poco.
Il ruolo di La Russa
La premier ha infine disinnescato la mina al Senato. È stato Ignazio La Russa, il presidente, a innescarla permettendo come da regolamento alle opposizioni di votare i subemendamenti alla riforma approdata in aula senza mandato del relatore.
Aprendo cosi una finestra al “trappolone” delle opposizioni che hanno sfidato, insieme a Roberto Vannacci, la premier e la sua battaglia per il voto personale: fatti avanti se hai il coraggio. Cosa ha mosso la mano di “Ignazio”? Semplice correttezza istituzionale? Un colpo di testa non concordato con la leader? O un tassello di un piano affinato insieme all’alleata di sempre? Chissà.
La tentazione di Meloni
Meloni ci ha pensato davvero a cogliere la provocazione del campo largo. A costo di forzare la mano e far impallinare dagli alleati una legge elettorale che, gratta gratta, si sta rivelando più croce che delizia per la maggioranza che ci ha messo la firma. Prevale invece la volontà di non aprire un nuovo fronte adesso. Di non inclinare il piano che poteva portare il governo dritto dritto alle elezioni anticipate a inizio 2027, magari già a gennaio. I brividi, certo, non sono finiti. Resta il voto finale alla Camera. Che il governo metta o no la fiducia il voto quasi certamente sarà segreto. E concreto il rischio che i franchi tiratori tornino a puntare le canne mozze contro le odiatissime preferenze. Facile immaginare che abbiano il colpo in canna tanti “peones” che vedono nelle preferenze una sciagura. Come anche le onorevoli deputate penalizzate dall’ultima versione della legge. La premier lo sa. E chissà che non fosse già un avviso ai naviganti questo brivido al Senato - con rumors insistenti di un possibile voto a favore del suo partito alle preferenze “pure” - per mettere le cose in chiaro in vista della vera battaglia finale a Montecitorio. Se salta la legge salta il banco. Tutti al voto ma non ad aprile o maggio, a gennaio. Campagna elettorale lampo e kaputt. Con tanti saluti alle pensioni che gli onorevoli uscenti matureranno solo ad aprile inoltrato…
© RIPRODUZIONE RISERVATA