Legge elettorale, stangata sulle liste civetta: da 1.500 a 6mila firme per collegio. L’opposizione: norma liberticida

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La Russa e il voto a settembre 2027: “Sarebbe anomalo, non escludo urne anticipate”. Ma gli alleati di Lega e Forza Italia vogliono arrivare a fine legislatura

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il capogruppo di FdI, Lucio Malan (Imagoeconomica)

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il capogruppo di FdI, Lucio Malan (Imagoeconomica)

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Roma, 12 settembre 2026 – Il piatto forte dello Stabilicum è servito ma i veleni, come sempre, si nascondono nei dettagli. Quando si scrivono le regole del voto, non sono i grandi principi a fare la differenza, ma i codicilli e le soglie di sbarramento: la vera selezione all’ingresso tra chi può correre ad armi pari e chi è destinato a restare a piedi. Il primo vero imbuto è quello delle firme. L’asticella si è alzata bruscamente perché ieri il Senato ha approvato un emendamento che porta il requisito per le forze non presenti in Parlamento da 1.500 a 6.000 firme per collegio. Solo per Montecitorio per presentarsi in tutti e 49 i collegi (la norma chiede di correre almeno in metà) servono quasi 300mila firme.

Un salasso che, ironia della sorte, è frutto di un compromesso al ribasso, mediato dal presidente Ignazio La Russa con tutti i capigruppo considerando che la proposta iniziale di Fratelli d’Italia viaggiava tra le 9.000 e le 10.000 firme a collegio. Dal centrodestra la misura viene difesa come un indispensabile filtro contro la moltiplicazione delle liste civetta. Ma chi sta fuori dal Palazzo protesta. Alessandro Onorato ci va giù pesante: “È una norma palesemente liberticida, un muro di gomma tirato su dai partiti di governo col solo scopo di blindare il sistema e impedire a qualsiasi voce nuova di misurarsi liberamente nelle urne”. A fargli da sponda, Giuseppe Conte che chiede l’intervento di Mattarella “contro una norma vergognosa”. Si sa: i 5 Stelle tirano la volata al progetto civico dell’assessore romano. Irritatissimi anche i leghisti ribelli del Patto per il Nord di Castelli per i quali si profila una corsa ad ostacoli.

Casini: “Ci penserà la Consulta”

Ma fatta la legge, trovata la scappatoia. Se un partito riesce a formare una componente nel gruppo Misto prima dell’indizione delle elezioni, le firme necessarie si dimezzano. Ecco allora spuntare il soccorso del Movimento 5 Stelle, pronto a prestare tre parlamentari a Onorato per evitargli l’incubo dei gazebo. Al di là dei trucchi, è l’impianto che scricchiola: Pier Ferdinando Casini l’ha detto in Aula: “Ci penserà la Consulta”. Ipotesi confermata dai dubbi del costituzionalista Stefano Ceccanti: “Il divario tra chi non deve raccogliere nessuna firma e chi ne deve trovare 300mila è irragionevole”.

Dietro l’ansia per i banchetti si nasconde però anche l’ombra del calendario. A gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso Ignazio La Russa. Prima in aula: “Ricordo che in caso di voto anticipato, il numero delle firme d raccogliere viene dimezzato”. Poi in un’intervista pubblica ha ha sganciato una frase chirurgica: “Un voto a settembre sarebbe anomalo, non escludo urne anticipate”. Una riflessione che per Dario Franceschini (Pd) tradisce la fretta dell’esecutivo: andare a votare prima che un eventuale pronunciamento della Consulta smonti i punti controversi della legge. Un’ipotesi di accelerazione che però fa rizzare i capelli a Lega e Forza Italia, determinate ad arrivare alla naturale fine della legislatura. Di qui il dubbio che si tratti di un segnale: attenzione, che se la legge viene affossata, si torna alle urne. Con il Rosatellum.

Ok alla norma anti-cespugli

Messo al sicuro dal centrodestra anche il meccanismo della norma anti-cespugli con un sofferto emendamento – le liste sotto il 3% non prendono seggi ma “donano” i loro consensi al totale dell’alleanza per non disperderli – la vera guerra di religione si gioca sulle preferenze. Giorgia Meloni le rivendica come un trionfo democratico: “Gli italiani avranno la possibilità di scegliere la coalizione, il premier, il programma e il parlamentare”. Narrazione che Federico Fornaro, calcolatrice e alla mano e dati del 2022 in vista, smonta così: “A causa del paracadute dei capilista bloccati, solo il 19,6% dei deputati e il 18,9% dei senatori verrebbe davvero eletto con le preferenze”. Numeri respinti al mittente da La Russa, che stima invece per il suo partito una quota di eletti a suon di voti nominali tra il 60 e il 65%.

La prova del nove si sposta ora alla Camera. A luglio Montecitorio si era già incartata proprio sulle preferenze e sul nodo irrisolto della parità di genere. Ora, nel passaggio finale a scrutinio segreto e senza più reti di protezione, il finale sembra già scritto: l’ipotesi di blindare il provvedimento con la fiducia resta l’opzione più sicura per evitare scherzi. Perché le regole del gioco, alla fine, si scrivono in fretta.

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