ROMA Il Senato respinge. Un sospiro di sollievo percorre i banchi della maggioranza. Dall'altra fischi, grida, un coro di «vergogna!». Il centrodestra vota contro le preferenze targate Pd. Boccia con 99 no il subemendamento firmato dal senatore dem Dario Parrini che modificava la legge elettorale dello Stabilicum reintroducendo le preferenze "pure": niente listini e capilista bloccati, solo il nudo e crudo voto "porta a porta" conquistato dai candidati, da sempre difeso a spada tratta da Giorgia Meloni.
Legge elettorale, la maggioranza si blinda
Passa in serata invece l'emendamento unitario del centrodestra con i capilista e solo tre preferenze da esprimere sulla scheda. In aula i senatori di Fratelli d'Italia issano cartelli: «Con noi le preferenze, con loro zero preferenze». Scoppia la bagarre. Le opposizioni accusano la premier di «incoerenza». «Non ha perso il governo ma ha perso la faccia» gridano dai banchi del Pd e lei replica su X a stretto giro: «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d'Italia». E rincara: «Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa».
Le tensioni
Alla fine di una giornata da cardiopalma al Senato il patto politico di Meloni con Salvini, Tajani e Lupi sulla riforma elettorale è salvo: tre preferenze, capilista bloccati cioè scelti dalle segreterie di partito. Ma quanti brividi. Per quasi ventiquattro ore si rincorrono voci: la premier tentata da un voto a favore a sorpresa alla proposta provocatoria delle opposizioni per tenere fede alla sua storica battaglia. A costo di sfidare i suoi alleati e rischiare le urne anticipate.
In verità, come anticipato dal Messaggero, la leader ha già dato alla vigilia il comando ai suoi: votare no per salvare il patto di maggioranza. Ma i sospetti e i timori aleggiano per tutto il giorno fra i senatori a spasso nei corridoi di Palazzo Madama e il telefono senza fili squilla all'impazzata. Le opposizioni gongolano, respirano a pieni polmoni l'aria frizzantina a Palazzo Madama. Matteo Renzi è tra i primi a farsi vedere al mattino. Mani in tasca e un sorriso sornione: «Oggi giornata da pop-corn!». In aula picchia duro: «Meloni mantieni almeno una sola promessa». Arrivano alla spicciolata. Raggiante Francesco Boccia, tra i registi della trappola.
Rivendica il tranello politico teso alla presidente del Consiglio con una sfilza di subemendamenti delle opposizioni che ripropongono lo stesso ritocco: preferenze in purezza. «Come in "Totò, Eva e il pennello proibito" quando fanno dipingere una copia della Maya desnuda di Goya». Da fuori Roberto Vannacci provoca Meloni e la maggioranza e invita il governo a votare l'emendamento delle opposizioni: «Tirino fuori gli attributi».
Tuoni, lampi e raffiche di vento e pioggia si abbattono sulle vetrate del Senato. La luce salta, va e viene e un'atmosfera cupa avvolge la buvette lasciata in penombra. Il dibattito nell'emiciclo del Senato è un crescendo e Licia Ronzulli è costretta a usare il fischietto: «Non costringetemi ad espellere qualcuno». Nella Sala Garibaldi e nei corridoi circostanti intanto è tutto un susseguirsi di riunioni e conciliaboli fra dirigenti del centrodestra. In mattinata si vedono gli "sherpa" dei partiti, il presidente della Commissione Affari Costituzionali Andrea De Priamo, la ministra Elisabetta Casellati. Meloni sente Giovanni Donzelli e Ignazio La Russa.
Il presidente del Senato è a suo modo artefice di questa giornata sull'ottovolante per il governo: ha dato lui il via libera alle opposizioni per presentare i subemendamenti in aula, un assist forse involontario (ma la procedura è prevista dal regolamento del Senato) alla "trappola" del centrosinistra. Fino all'ora di pranzo si aggirano volti tirati. A destra in tanti, specie i soldati semplici, non hanno idea di quali siano le vere intenzioni di Meloni. E tremano sotto sotto anche tanti senatori delle minoranze: e se Meloni facesse sul serio?
Poco dopo le 15 due parole del capogruppo di FdI Lucio Malan scacciano dubbi e pensieri: «Votiamo contro».
Le prossime mosse
Il tabellone conferma: 99 a 68, il blitz delle opposizioni viene fermato. La Russa prende in mano il telefono: è la premier. Scampato pericolo. Dai banchi delle minoranze si scatena la canea. Renzi cita a raffica frasi di Meloni del 2014: spassionate dichiarazioni d'amore per le preferenze e contro le liste bloccate. «Dovete vergognarvi!» tuona l'ex premier. «Mi sono appuntato anche io frasi di Renzi ma l'I-pad non aveva abbastanza spazio» lo punge di rimando il forzista Maurizio Gasparri.
Martedì prossimo è in agenda il voto palese sulla riforma al Senato. Poi toccherà di nuovo alla Camera, con il voto segreto e il governo pronto a mettere la fiducia. Non è ancora finita. Ci sono nodi da sciogliere. L'alternanza di genere cancellata dalla nuova legge e presente invece nel Rosatellum è un cruccio per tante parlamentari donne che si sentono meno tutelate. E fa discutere la nuova norma "anti-cespugli" firmata da FdI: i partiti assenti in tutti e due i rami del Parlamento dovranno raccogliere ben 9mila firme per presentarsi alle elezioni politiche rispetto alle attuali 1500. Norma «incostituzionale» accusa Giuseppe Conte. In compenso non sarà prevista alcuna soglia per contribuire al computo dei voti del premio di maggioranza. Il match prosegue oggi a Palazzo Madama.
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