Legge sul fine vita, in attesa dell’Umbria anche l’Emilia Romagna fa da sé: ora sono tre regioni

La partita sul fine vita si sposta sempre più dal Parlamento ai territori. Dopo Toscana e Sardegna, anche l’Emilia-Romagna ha approvato una legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, diventando la terza Regione italiana a dotarsi di una disciplina autonoma su procedure, tempi e modalità di accesso al trattamento previsto dalla giurisprudenza della Corte costituzionale.

Un percorso che coinvolge direttamente anche l’Umbria, dove la proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito è arrivata in Terza commissione dell’Assemblea legislativa e sarà sottoposta al voto a settembre. Se approvata, l’Umbria entrerebbe in una fase nuova, passando da una proposta sostenuta dai cittadini a una disciplina regionale operativa.

Il quadro nazionale resta però caratterizzato dall’assenza di una legge dello Stato. Le Regioni che hanno deciso di intervenire lo hanno fatto richiamandosi alle sentenze della Corte costituzionale, in particolare alla pronuncia del 2019 sul caso Cappato-Antoniani, che ha escluso la punibilità in determinate condizioni dell’aiuto al fine vita medicalmente assistito.

La prima Regione a dotarsi di una legge organica è stata la Toscana, con una norma approvata nel 2025 e successivamente oggetto di valutazione da parte della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime alcune parti del testo, confermando però la possibilità per le Regioni di organizzare i servizi sanitari necessari a dare attuazione ai principi costituzionali.

Successivamente anche la Sardegna ha approvato una disciplina regionale. Ora l’Emilia-Romagna completa il primo gruppo di Regioni che hanno scelto di intervenire direttamente. La legge approvata dall’Assemblea legislativa emiliano-romagnola stabilisce tempi e procedure per la verifica delle richieste, individuando il percorso sanitario attraverso cui valutare i requisiti dei pazienti.

Il provvedimento prevede una commissione di valutazione multidisciplinare, denominata CoVam, organizzata per area vasta, incaricata di verificare le condizioni previste dalla Corte costituzionale. La commissione potrà avvalersi anche del parere, non vincolante, del Comitato regionale per l’etica clinica.

La procedura sarà gratuita e dovrà garantire al paziente una corretta informazione sulle alternative disponibili, comprese le cure palliative e la terapia del dolore. Con le otto aziende sanitarie dell’Emilia-Romagna che ora si aggiungono alle strutture già operative in Toscana e Sardegna, secondo l’associazione Luca Coscioni salgono a 19 le Asl italiane con procedure definite e tempi certi per la gestione delle richieste.

In Umbria il percorso è partito da una proposta di legge regionale di iniziativa popolare sottoscritta da circa 5 mila cittadini e depositata dall’associazione Luca Coscioni. L’iter è ripreso dopo la presentazione ufficiale dello scorso aprile da parte di Alice Spaccini e Stefano Massoli, marito di Laura Santi, la giornalista e attivista per i diritti civili affetta da sclerosi multipla progressiva diventata uno dei simboli della battaglia per il riconoscimento del dine vita medicalmente assistito e morta il 21 luglio 2024.

La proposta iniziale aveva come titolo «Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Durante l’esame in commissione il testo è stato aggiornato alla luce della sentenza della Corte costituzionale del 2025 sulla legge toscana e il titolo è stato modificato in: «Disposizioni per l’assistenza sanitaria regionale alla morte volontaria medicalmente assistita mediante autosomministrazione di farmaco letale».

Una modifica terminologica che punta ad allineare il testo alla definizione utilizzata dalla giurisprudenza costituzionale. Gli emendamenti presentati dal presidente della Terza commissione, Luca Simonetti, intervengono soprattutto sulle procedure. Il testo prevede l’istituzione, entro 60 giorni dall’eventuale entrata in vigore della legge, di una Commissione multidisciplinare permanente presso ciascuna Azienda sanitaria locale. Le due aziende sanitarie umbre dovranno quindi adottare procedure uniformi, evitando differenze territoriali nella gestione delle richieste. La commissione dovrà valutare la presenza delle condizioni previste dalla Corte costituzionale: presenza di una patologia irreversibile; condizioni di sofferenza fisica o psicologica ritenute intollerabili; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; capacità della persona di assumere decisioni libere e consapevoli.

Il testo precisa inoltre che il procedimento dovrà concludersi «senza ritardi e comunque secondo una tempistica compatibile con le condizioni cliniche del paziente». Tra le modifiche introdotte c’è anche la possibilità di coinvolgere il medico di fiducia della persona che presenta la richiesta nelle riunioni della Commissione multidisciplinare.

Il confronto resta aperto anche sul piano politico. La consigliera regionale Pd Maria Grazia Proietti ha ribadito la necessità di rafforzare cure palliative e terapia del dolore, sottolineando però che le istituzioni devono garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dall’ordinamento. «Difendere la vita non significa ignorare la libertà e l’autodeterminazione della persona», è la posizione espressa dalla consigliera, che ha chiesto un confronto privo di contrapposizioni ideologiche.

Il tema centrale è proprio il vuoto legislativo nazionale. Le sentenze della Consulta hanno definito alcuni confini, ma non hanno introdotto una disciplina completa sulle procedure sanitarie. Per questo alcune Regioni hanno deciso di intervenire per evitare che l’accesso dipenda dal territorio di residenza.

La scelta dell’Emilia-Romagna rafforza una tendenza già evidente: mentre il Parlamento non approva una legge nazionale sul fine vita, sono le Regioni a costruire un sistema territoriale di regole. Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna rappresentano oggi il primo nucleo di amministrazioni regionali che hanno scelto una strada autonoma.

L’Umbria potrebbe diventare la quarta Regione italiana a dotarsi di una legge specifica, dopo un percorso nato dal basso con una proposta popolare e arrivato ora all’esame dell’Assemblea legislativa.

La questione non riguarda soltanto l’approvazione di una norma, ma l’organizzazione concreta del sistema sanitario: commissioni, tempi di risposta, uniformità delle procedure e rapporto tra assistenza al fine vita e sviluppo delle cure palliative.

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